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Fiducia e mercati finanziari

di - 30 gennaio 2009
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1.    Ne L’isola delle monete di pietra, del 1910, W. H. Furness racconta dell’isola Uap:

«Il mezzo di scambio di cui ci si serve nell’isola è chiamato fei ed è costituito da grosse, compatte e resistenti ruote di pietra…
Un’interessante caratteristica di questa moneta di pietra è che il suo valore non dipende necessariamente dal suo possesso. Se un compratore conclude un affare per il prezzo complessivo di un fei e quest’ultimo è troppo pesante per essere trasportato, l’acquirente non ha difficoltà ad accettare un semplice riconoscimento di possesso della pietra ed essa può rimanere indisturbata nell’abitazione del precedente possessore, senza neppure un segno che ne indichi il cambiamento di proprietà. Il mio vecchio e fedele amico Fatumak raccontava che nel villaggio vicino viveva una famiglia la cui ricchezza era indiscussa e riconosciuta da tutti. Tuttavia nessuno, neppure all’interno della famiglia, aveva mai visto o toccato questa ricchezza; essa era rappresentata da un enorme fei, la cui dimensione era conosciuta solo per tradizione poiché da due o tre generazioni – e quindi anche in quel momento – giaceva in fondo al mare! …
Nell’isola Uap non ci sono carri muniti di ruote e, di conseguenza, mancano le strade carrabili; esistono però da sempre sentieri ben tracciati che mettono in comunicazione tra loro i vari villaggi. Quando il governo tedesco entrò in possesso delle isole Caroline, dopo averle acquistate dalla Spagna nel 1898, molti di questi importanti sentieri erano in pessime condizioni e i capi dei numerosi insediamenti ricevettero l’ordine di farli risistemare nel miglior modo possibile. Tuttavia i blocchi di coralli disposti in modo irregolare lungo i sentieri erano più che sufficienti per gli indigeni che si muovevano a piedi nudi e così l’ordine rimase inascoltato. Alla fine si decise che i capi dei villaggi dovevano essere puniti con una multa per disobbedienza. Ma che tipo di multa poteva essere imposta? … Dopo molte esitazioni si scelse una singolare sanzione: si inviò un uomo in ognuno dei villaggi riluttanti ad obbedire, col compito di tracciare con la vernice una croce nera su alcuni dei più preziosi fei, per indicare che quelle pietre diventavano proprietà del governo. La trovata, come per incanto, diede subito i suoi frutti; gli abitanti dei villaggi, così gravemente colpiti nei loro averi, si scossero e si misero a risistemare i sentieri più battuti da un capo all’altro dell’isola… Il governo mandò allora i suoi addetti a cancellare tutte le croci nere. In men che non si dica la multa era stata pagata, le famiglie indigene, soddisfatte, erano tornate in possesso del loro capitale e si sentivano immensamente ricche» (pp. 93, 96-100).
[1]

Questo breve racconto mi è sempre parso pieno di suggestioni, non solo poetiche, ma anche giuridiche; o forse poetiche proprio perché evocative di tanta parte del nostro convivere. Certo, ci si può limitare a sintetizzare il messaggio che se ne ricava con la banale constatazione che tutto il sistema di scambio monetario è convenzione. La convenzionalità, tuttavia, non può reggersi se non sulla fiducia. Fiducia che non è solo speculare alla reputazione, nei rapporti reciproci ed individuali, ma che richiede affidamento nella collettività, in un giuoco che non si può non giocare. Affidamento anche e soprattutto ove il singolo non sia in grado di capire esattamente come funzionano le regole del giuoco, né esattamente chi le determini, ed è costretto a fidarsi di entità astratte come «il mercato».

Note

1.  Il brano, di cui ho riportato solo alcuni paragrafi, funge da introduzione a Milton Friedman, Manovre Monetarie, Garzanti 1992, p. 15.

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