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L’economia cinese dopo il Covid-19

di - 9 Dicembre 2020
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Prospettive a lungo termine per l’economia cinese.
La ripresa dell’economia cinese dalla crisi determinata dall’epidemia di Covid-19 rappresenta una opportunità per la Cina di apportare le necessarie correzioni al suo modello di crescita economica di lungo periodo.
Vi è la necessità di continuare ad aumentare il peso della domanda interna di consumi che rimane ancora ad un livello inferiore al 50% del PIL, una quota insufficiente per una economia che pretenda di diventare avanzata e matura; questo aumento richiede una riduzione della quota del PIL destinata a investimenti e esportazioni nette, e quindi inevitabilmente una riduzione del tasso di crescita nel medio- lungo termine, che però potrà essere minore se aumenterà l’efficienza degli investimenti, particolarmente nelle imprese di Stato, il cui peso nell’economia è aumentato begli anni recenti.
La grande attenzione allo sviluppo delle infrastrutture di tipo tradizionale, che ha caratterizzato la Cina nei campi delle autostrade, delle linee ferroviarie ad alta velocità, dei porti e degli aeroporti non solo deve essere almeno affiancata da infrastrutture nelle reti di telecomunicazione e nell’economia digitale che sono già nei propositi del governo, ma deve essere corretta dalle troppe inefficienze e implicazioni negative sulla ancora delicata realtà ambientale.
In quest’area la Cina ha riproposto la sua volontà di partecipare alla lotta contro il riscaldamento globale e il cambiamento climatico attraverso la riduzione delle emissioni di gas serra; in questa prospettiva si collocano le recenti dichiarazioni all’assemblea online delle Nazioni unite del Presidente Xi Jimping di arrivare all’azzeramento delle emissioni nette di CO2 entro il 20260; ma passi molto decisi devono essere fatti datala ancora forte dipendenza dell’economia cinese dal carbone.
Ci sono ancora poi non pochi problemi da risolvere per rendere più adeguati il sistema di sicurezza sociale e sanitario superando gli ancora notevoli squilibri che caratterizzano la loro presenza nelle aree urbane e in quelle rurali.
Tutti questi problemi dovranno essere affrontati nel nuovo 14mo piano quinquennale 2021-2025 le cui linee direttrici sono state discusse e decise nella 19ma sessione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese tenutasi alla fine di ottobre.
In quella occasione è stato anche approvato un documento sugli obiettivi di più lungo termine dal titolo Vision 2035.
Il piano quinquennale ha l’obiettivo generale di uno sviluppo economico sostenuto, anche se non viene specificato un tasso di crescita per il PIL.
Questo obiettivo generale viene articolato in alcuni obiettivi specifici, il più rilevante tra i quali è quello della “circolazione duale” persoanlmente annunciato dal presidente Xi Jinping.
La “circolazione duale” è costituita da una “circolazione internazionale” legata alle relazioni economiche della Cina con il resto del mondo e da una “circolazione interna” legata allo sviluppo della produzione stimolata dalla domanda interna.
Lo specifico obiettivo del piano è di aumentare la dimensione della “circolazione interna” però mantenendo aperta la relazione della Cina con il resto del mondo.
Alti obiettivi specifici del piano quinquennale sono: lo sviluppo e la modernizzazione dell’agricoltura e delle aree rurali, il rafforzamento del sistema di sicurezza sociale e di quello sanitario, il compimento di passi significativi verso una “civilizzazione ecologica”, il miglioramento del sistema della pubblica amministrazione.
Poi ci sono alcuni obiettivi specifici che è opportuno citare per la loro  natura più politica: la modernizzazione della difesa nazionale e dell’Esercito di Liberazione del Popolo, il mantenimento della stabilità e prosperità di Hong Kong e Macao e la promozione di uno sviluppo pacifico nelle relazioni nello stretto di Taiwan, ma anche della riunificazione nazionale.
L’importante obiettivo dello sviluppo delle nuove tecnologie per far diventare la Cina un leader mondiale nell’innovazione è riaffermato nelle linee guida del piano quinquennale, ma è posto in modo prioritario tra quelli indicati nel documento Vision 2035.
Questo spostamento dell’orizzonte temporale manifesta un comprensibile realismo nella consapevolezza che la Cina deve affrontare il drastico cambiamento nelle relazioni con l’Occidente guidato dalle iniziative dell’amministrazione Trump, e nell’incertezza di quello che farà il nuovo Presidente Joe Biden; e tutto questo non si può fare in cinque anni.
In molti settori, come quello dei pagamenti mobili, dell’e-commerce, delle tecniche di intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale, dell’intrattenimento online e perfino nel settore dei veicoli elettrici, la Cina è ormai più avanti degli Stati Uniti.
Ma in settori cruciali delle nuove tecnologie, come i semiconduttori necessari per operare gli strumenti della comunicazione come gli smartphones, la Cina è ancora decisamente indietro.
La Cina è soprattutto indietro nella progettazione e nella manifattura dei “chips” e l’obiettivo di arrivare a produrre dall’attuale 30% al 70% del fabbisogno nazionale per il 2025 con tutte le componenti della catena produttiva di origine interna è così lontano che si giustifica la decisione di porre l’obiettivo della leadership tecnologica in Vision 2035.
Per rendersi conto della vera e propria drammaticità del ritardo esistente basta pensare che la più importante impresa cinese di semiconduttori, la SMIC (Semiconductor Manufacturing International Corporation) è indietro di due generazioni di semiconduttori rispetto al più grande e avanzato produttore del mondo, la TSMC (Taiwan Semiconductor Manufactoring Corporation), che peraltro produce i suoi semiconduttori utilizzando componenti di origine americana.
La TSMC è stata la più importante fornitrice di chips per Huawei; e la decisione di Trump che impediva a ogni impresa di qualsiasi parte del mondo di vendere chips ottenuti con componenti americane a Huawei, ha spinto anche la TSMC a sospendere le forniture a Huawei.
Huawei ha cercato di spostarsi come fornitore su SMIC, ma in settembre, dopo che il Dipartimento del Commercio americano ha denunciato SMIC per le sue forniture all’esercito cinese, la stessa SMIC si trova di fronte al rischio di venir tagliata fuori dal rapporto con gli Stati Uniti per la fornitura di software e componenti.
E’ molto difficile dire se e quando la Cina riuscirà a superare questo divario pur avendo destinato risorse finanziarie per 1,4 trilioni di dollari allo sviluppo delle nuove tecnologie, che dovrebbero appunto, tra l’altro, portarla a produrre al suo interno tutta la catena dell’offerta dei semiconduttori di più avanzata generazione.
Ma la Cina rimane ancora molto lontana dall’obiettivo, annunciato peraltro nel 2014 dal Consiglio di Stato, di diventare leader in tutta l’industria dei semiconduttori per il 2030.
Un elemento che potrebbe aiutar un allentamento nella tensione tecnologica tra Stati Uniti e Cina è la decisione presa nel giugno 2020 dal Dipartimento del Tesoro americano di permettere alle società statunitensi di scambiare informazioni tecniche con la Cina sulla definizione degli standard internazionali per la tecnologia 5G nelle telecomunicazioni.
La decisione probabilmente deriva dal timore degli Stati Uniti di essere tagliati fuori da un processo che vede la leadership della Cina a livello internazionale, dato che sono cinesi sia il presidente dell’International Standard Organization (ISO) sia quello della Electrotechnical International Commission  che si occupa degli standard per tutti i prodotti elettronici.
Non si può dire se questo possa essere visto come un segno di cambiamento nella tendenza verso un “decoupling” tecnologico che si determinerebbe qualora la Cina riuscisse a superare il suo ritardo nel settore dei semiconduttori per gli strumenti di comunicazione online con catene interamente domestiche.
Quello che comunque è certo è che la Cina non ha rinunciato al suo obiettivo di assumere una posizione di leadership nell’economia mondiale.
Un segno importante in questa direzione è la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) firmata il 15 novembre da quindici nazioni della regioni dell’Asia e del Pacifico: non solo i dieci paesi dell’ASEAN (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia and Vietnam), ma anche, oltre la Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda.
Dopo che l’amministrazione Trump ha fatto saltare la Trans Pacific Partnership, con questa iniziativa  Stati Uniti e Europa sono tagliati fuori da come verranno stabilite le relazioni commerciali in un’area che copre un terzo del prodotto lordo mondiale.
Questo aggiunge un ulteriore elemento al rischio che un “decoupling” economico si aggiunga a quello del possibile “decoupling” tecnologico tra Est e Ovest, e rende invece il bisogno di una cooperazione mondiale più necessaria e urgente.

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