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Politica monetaria e di bilancio: una complementarità de facto nell’adesione all’Euro

di - 21 Gennaio 2020
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Se debba esservi coordinamento fondato sul primato della politica fra governo del bilancio e governo della moneta è questione da tempo risolta: l’indipendenza della banca centrale è riconosciuta, financo sul piano normativo tutelata. Se l’Esecutivo si abbandona alla finanza allegra la banca centrale ha il dovere di prevenire l’inflazione. Esiste per questo. L’ulteriore principio, dopo Keynes, è che tocca in primo luogo alla manovra espansiva del bilancio – idealmente investimenti pubblici – di contrastare la recessione, con la banca centrale impegnata, al più, a fiancheggiare in autonomia l’azione del bilancio. La politica monetaria poco può, da sola, contro il ristagno della domanda. Lo conferma l’annosa impotenza del quantitative easing, volgarmente detto “bazooka” monetario, della Banca Centrale Europea nel sostenere la domanda interna dell’Euroarea, mentre la Germania tagliava gli investimenti pubblici e mandava in surplus bilancio e conti con l’estero.
Il no al coordinamento, tuttavia, non esclude che fra le due sfere si dia complementarità d’azione nei fatti.
Fu, questo, il caso dell’adesione dell’Italia all’Euro nel 1996-1997.
Il Governo Prodi, con Carlo Ciampi al Ministero del Tesoro, sorse nel maggio del 1996. Dopo una pausa di riflessione annunciò in settembre la determinazione a rispettare i quattro criteri d’adesione nel cruciale anno della verifica, il 1997. Lo fece quando l’economia cresceva a stento e le pubbliche finanze, i prezzi, i tassi d’interesse, il regime e il corso del cambio della lira erano in stridente contrasto con quei criteri.
Il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, era contrario all’adesione. Riteneva che l’economia italiana non fosse in quel momento pronta. Occorreva prima “mettere la casa in ordine”, risolvere le debolezze strutturali da sempre denunciate da Via Nazionale e poi, eventualmente, aderire.
In una recente, rara, intervista Fazio è tornato sulla vicenda: “Personalmente avevo espresso più volte a Carlo (Ciampi) le mie perplessità: ‘Guarda che non possiamo entrare, non abbiamo i requisiti’ (…). Nel giugno del 1997 in Parlamento mi venne chiesto del mio atteggiamento scettico circa l’entrata fin dall’inizio nella moneta unica (…). Dissi: ‘Non avremo più i terremoti valutari, ma avremo una sorta di bradisismo (…), il terreno che sprofonda a poco a poco, come a Pozzuoli’[1].
Il bradisismo poi c’è stato e continua, per cause allora non tutte preventivabili. La moneta, l’euro, non ha colpa. La produttività italiana è ferma da un quarto di secolo a causa delle debolezze strutturali delle imprese e dell’inadeguatezza delle politiche economiche e istituzionali.
Lo scetticismo del Governatore si manifestò sin dal primo, decisivo passaggio: il rientro della lira nello SME.
Pure, già in quella decisiva occasione l’apporto, non solo tecnico, della Banca d’Italia fu decisivo di fronte ai reiterati dubbi olandesi e tedeschi. In quel difficile week-end a Bruxelles, nel novembre del 1996, la delegazione italiana (Ciampi, Fazio, Draghi, chi scrive) dovette toccare con mano che verso il Belpaese – cito ancora il Governatore Fazio – “c’era soltanto fiducia in alcune persone. Era chiaro che la Banca d’Italia dava una sufficiente garanzia e il sistema riteneva particolarmente affidabile Ciampi”.
Il Presidente Prodi si era saggiamente assicurato il sostegno della Francia di Chirac. Ma posso testimoniare che quella notte a Bruxelles Ciampi fu davvero convincente nel conclusivo intervento a braccio in cui sostenne che l’Europa politica aveva bisogno dell’Italia non meno di quanto l’Italia ne avesse dell’Europa.
“Io non ero d’accordo e non era un mistero, però la scelta spettava al nostro Governo…”, Fazio ha ribadito. Tuttavia, una volta che il governo ebbe scelto, il 24 marzo del 1997 il Governatore della Banca d’Italia, coerentemente con l’intenzione governativa, si rifiutò di firmare il parere del SEBC che per l’elevato debito pubblico (121% del Pil) escludeva l’Italia, con il Belgio, dalla moneta nuova. Il Governatore riuscì a spuntare la formula salvifica, che suonò: “L’Italia è molto preoccupata del livello del suo debito pubblico e farà gli sforzi necessari…”. Racconta oggi Fazio: “Mi chiamò Ciampi e mi disse: ‘Antonio è una bocciatura?’ Risposi: ’No, è una promozione condizionata’ ”.
La Banca d’Italia, in piena autonomia e com’era suo compito istituzionale, aveva già da tempo impostato e stava attuando una politica monetaria antinflazionistica. Fu questa politica ad assicurare il rispetto dei parametri monetari europei: quelli concernenti i prezzi, i tassi dell’interesse, il cambio. Naturalmente non sarebbe bastato se il Governo, con Vincenzo Visco alle Finanze, non avesse nel 1997 – in un solo esercizio! – abbattuto l’indebitamento netto al disotto del fatidico 3% del Pil, dal 7% nel 1996.
L’inflazione era risalita, dal 4 al 6%, nel volgere del 1995. Ma la Banca d’Italia era intervenuta d’anticipo, temendo che la ripresa della domanda e il deprezzamento del cambio alimentassero le attese inflazionistiche, e viceversa. L’11 agosto del 1994 – quando l’inflazione era scesa in luglio al 3,7% – il tasso di sconto venne rialzato dal 7 al 7,5%. La mossa sorprese il mercato, i cui esponenti, al pari della Confindustria, protestarono. Le aspettative d’inflazione si erano tuttavia innescate. Vennero poi rinfocolate dal calo della lira connesso con la crisi messicana del dicembre 1994/gennaio 1995. Attraverso il deprezzamento del settembre del 1992 e quello dei primi mesi del 1995 il tasso di cambio effettivo della lira si era abbassato di un terzo, quando le importazioni erano pari al 20% del Pil.
La Banca d’Italia pose un freno alla base monetaria (che diminuì nel 1995), alla moneta (che crebbe meno del 2% l’anno nel 1994-1995), al credito (la cui espansione dal 10% l’anno del 1993 si dimezzò nel biennio successivo). “Per spezzare il deterioramento delle aspettative” – come si disse – il tasso di sconto venne innalzato ancora, nel 1995: all’8,25% il 21 febbraio, al 9% il 26 maggio. Nella Relazione letta il successivo 31 maggio il Governatore impegnò Via Nazionale in un obiettivo di disinflazione quantificato, e a brevissimo termine. Lo fece sebbene i colleghi del Direttorio (Desario, Padoa-Schioppa, chi scrive) lo avessero sconsigliato, per non mettere a repentaglio nel caso d’insuccesso il bene più prezioso, la credibilità dell’Istituto. Il Governatore poté farlo, perché allora la Banca d’Italia era – dal 1893 – sanamente monarchica, non affidata alla collegialità, spuria perché intra moenia, poi introdotta nel dicembre del 2005. Usò queste parole, a maggio, mentre l’inflazione tendeva a travalicare il 6%: “Entro l’estate (…) il tasso medio annuo d’inflazione potrà situarsi entro il 4,5 per cento. Dovrà discendere al di sotto del 4 per cento l’anno prossimo. Qualora la dinamica dei prezzi nel corso dei prossimi mesi tenda a discostarsi dall’andamento ora delineato, non esiteremo a restringere ancora le condizioni di offerta del credito” (Considerazioni Finali, p. 26).

Note

1. A. Fazio, L’euro e l’Italia. Gli effetti e i problemi di oggi e di ieri, in “le SFIDE, N° 1, Novembre 2017, pp. 18-33, da cui sono tratte le citazioni che seguono.

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