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Un nuovo appello alla responsabilità: il rapporto speciale dell’IPCC sul riscaldamento globale

di - 27 novembre 2018
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Dalla lettura del rapporto viene la conferma che gli interventi richiesti per raggiungere l’obiettivo di un riscaldamento globale di 1,5° rispetto ai livelli pre-industriali e per fare in modo che questi interventi si traducano in una maggiore sostenibilità dello sviluppo e nella riduzione della povertà a livello mondiale implicano l’adozione nei vari paesi di politiche adeguate. che favoriscano le appropriate innovazioni tecnologiche e i necessari cambiamenti nei comportamenti.
Il rapporto mette in evidenza che una simile linea di azione potrà essere molto aiutata dall’accettazione pubblica, che peraltro dipende in ultima analisi dalle valutazioni individuali. Tutto questo sarà facilitato da interventi nell’educazione, nell’istruzione, nell’informazione, valorizzando anche le conoscenze indigene e locali.
Come sottolineato dall’accordo di Parigi, per realizzare gli obiettivi di riduzione del riscaldamento globale e del cambiamento climatico si deve partire dalle scelte strategiche delle singole nazioni, le Intended Nationally Determined Contributions (INDCs). Ma il rapporto insiste che la cooperazione internazionale, con un impegno soprattutto da parte dei paesi con economie più avanzate, è essenziale soprattutto perché i paesi in via di sviluppo e più vulnerabili agli impatti negativi del riscaldamento globale e del cambiamento climatico adottino le strategie più appropriate.
Si tratta di un rafforzamento di quanto sarebbe già richiesto per il raggiungimento dell’obiettivo di un riscaldamento globale di 2° rispetto ai livelli pre-industriali, obiettivo già di per sé così difficile da raggiungere che una istituzione importante come l’International Energy Agency si era preoccupata di formulare uno scenario ponte tale da garantire che anche il raggiungimento di quell’obiettivo non risultasse compromesso,
D’altra parte la prospettiva di un accordo globale, a livello almeno sostanziale se non proprio formale, per un aumento degli investimenti volto a favorire le innovazioni tecnologiche, le infrastrutture, le trasformazioni produttive al fine di costruire economie a sempre minore contenuto di carbonio, sembrerebbe essere una via quanto mai opportuna non solo per far uscire l’umanità dalla trappola nella quale si sta così spensieratamente infilando, ma anche per un rilancio stabile della crescita economica a livello globale che sia sostenibile e più equa sia a livello inter che intra generazionale.
L’accordo di Parigi era stato firmato anche dalla amministrazione Obama; ma il nuovo presidente degli Stati Uniti Trump ha imposto il ritiro degli Stati Uniti dell’accordo stesso, un cambiamento di rotta che ha gettato il mondo in un nuovo pessimismo, assestando un duro colpo alla consapevolezza del necessario radicale cambiamento di visione strategica contenuto nell’accordo di Parigi.
La stragrande maggioranza degli altri paesi firmatari dell’accordo hanno reagito con disappunto alla decisione di Trump, dichiarando un rafforzamento nel loro impegno nell’attuazione dell’accordo stesso; ma la decisione americana non facilita certo gli sforzi coordinati a livello internazionale necessari per affrontare un problema la cui drammaticità non accenna a diminuire.
Le ragioni espresse da Trump per motivare il ritiro sono sostanzialmente le stesse che il suo predecessore Bush utilizzò per bocciare l’adesione degli Stati Uniti al Protocollo di Kyoto ormai quasi vent’anni orsono: la sfiducia che, in base all’accordo di Parigi, i più importanti paesi emergenti, in particolare Cina e India, dai quali tendono a venire le emissioni di gas serra nel prossimi anni, siano indotti a fare qualcosa per invertire questa tendenza. In realtà almeno alcuni paesi emergenti, e proprio Cina India in particolare, si stanno impegnando nella strategia necessaria per la riduzione delle emissioni.
La Cina si è impegnata a ridurre le emissioni dopo un massimo che verrà raggiunto nel 2030 e ha piani per aumentare l’infrastruttura energetica basata sulle energie rinnovabili più consistenti di ogni altro paese al mondo. Paradossalmente è la Cina ad essere diventata uno dei paesi leader nella lotta mondiale contro il cambiamento climatico. L’India ha adottato una strategia basata sulla crescente adozione di energie non basate su combustibili fossili che è in armonia con la riduzione del riscaldamento di globale di 2° rispetto ai livelli pre-industriali, e si è messa nella linea di seguire le indicazioni di Parigi.
L’Unione Europea ha rafforzato il suo impegno sugli obiettivi di Parigi (compresa la riduzione del riscaldamento globale da 2° a 1,5° rispetto ai livelli preindustriali) nella deliberazione del Consiglio Europeo del febbraio di quest’anno. Non c’è però in questo documento alcuna menzione della preoccupazione suscitata dal ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi; c’è solo un riferimento indiretto nel passaggio nel quale si afferma che l’Europa guarda con molte speranze all’incontro della Azione Multilaterale sul Clima che dovrebbe essere convocato a Bruxelles tra Unione Europea Canada e Cina (quindi senza gli Stati Uniti). Questo nonostante ci siano state dichiarazioni da parte di Emanuel Macron e Angela Merkel che ogni futuro accordo commerciale importante con gli Stati Uniti dovrebbe essere subordinato a un re-impegno di questi ultimi nella direzione dell’accordo di Parigi. D’altra parte, anche sul tema del cambiamento climatico succede che, nei fatti, non tutti i paesi membri seguano le dichiarazioni dell’Unione Europea: recentemente solo 15 sui 28 ministri dell’ambiente dell’Unione Europea si sono impegnati sulla riduzione del riscaldamento globale a 1,5°.
In una situazione nella quale i segnali positivi ci sono, ma si accompagnano a evidenti contraddizioni, c’è da sperare che il rapporto dell’IPCC e il recente premio Nobel per l’economia assegnato a William Nordhaus, lo studioso che ha avuto il grande merito di aprire la strada ad uno studio serio e sistematico delle implicazioni economiche di una strategia di riduzione del cambiamento climatico, aiutino i decisori politici delle nazioni a comprendere, come conclude il rapporto dell’IPCC, che “gli sforzi collettivi a tutti i livelli, secondo modalità che riflettano le diverse circostanze e capacità, nel perseguire la limitazione del riscaldamento globale a 1,5°, tenendo conto dell’equità come dell’efficacia, possono facilitare il rafforzamento della risposta globale al cambiamento climatico, conseguendo al tempo stesso uno sviluppo sostenibile e lo sradicamento della povertà”.

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