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Sulla natura del problema bancario

di - 29 Aprile 2016
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Sempre nell’area dell’Euro, la politica monetaria, la vigilanza, le regole sulle crisi bancarie agiscono in modo contraddittorio[8]. La politica monetaria è divenuta espansiva – ora forse troppo! – dopo l’errore compiuto fra il luglio del 2012 e il settembre del 2014, allorché la BCE ridusse di un terzo il suo bilancio, permettendo ai rischi di deflazione di materializzarsi. Ma il quantitative easing è inefficace anche perché trova ostacolo negli altri due bracci del governo della finanza. Nella vigilanza la filosofia è di concentrare – “internalizzare” – i rischi entro ciascuna banca. Dalla metà del 2013 ogni intervento sugli intermediari in difficoltà con danaro pubblico è precluso dall’ordinamento europeo. Lo stesso credito di ultima istanza con cui la banca centrale può circoscrivere il “contagio” dell’intermediario insolvente alle parti sane del sistema è fortemente vincolato[9]. La capitalizzazione è considerata la primaria modalità di “internalizzare” i rischi [10]. La giovane supervisione europea – che si è voluta separare dalla politica monetaria – preme sulle banche perché si capitalizzino. Ma nell’attuale congiuntura le banche incontrano difficoltà sia nel collocare azioni sia nel realizzare utili. Sono allora indotte a ricapitalizzarsi contenendo i prestiti, così da abbassarli rispetto al capitale di cui già dispongono. Il contrasto con l’indirizzo espansivo della politica monetaria è ancor più stridente se si considera l’impatto possibile del “bail in”: una discutibile idea, ancor peggio realizzata[11]. Lo scenario peggiore è che i risparmiatori si spaventino e ritirino i finanziamenti alle banche costringendole a ridurre a propria volta i prestiti all’economia. Ciò sarebbe traumatico in Italia, nel passaggio da un regime in cui per decenni i creditori delle banche non avevano mai subìto perdite a un regime in cui le subirebbero.
Contribuente e risparmiatore sono, in larga maggioranza, la stessa persona: proteggere il primo a scapito del secondo è privo di senso. Al risparmiatore/contribuente può apparire preferibile pagare maggiori imposte piuttosto che perdere i danari investiti in banche dissestate. Inoltre, quando lo Stato interviene contro l’instabilità bancaria, il bilancio pubblico, lungi dal risentirne, nel tempo ne beneficia. Infatti, vengono acquisiti cespiti patrimoniali nel momento in cui le quotazioni sono minime; seguono guadagni in conto capitale allorché, superata la crisi, quegli stessi cespiti vengono ceduti a quotazioni più elevate. Cito due casi. Nella crisi del 2008-2009 i sostegni pubblici alla finanza privata hanno generato da ultimo benefici per il contribuente americano pari a 200 miliardi di dollari; con essi, il governo USA ha fra l’altro coperto le perdite di 15 miliardi accusate sugli aiuti TARP concessi all’industria automobilistica decotta[12]. In Italia, il massiccio intervento del 1933 attraverso l’IRI si è chiuso con le privatizzazioni delle imprese del gruppo, liquidato nel 2002: nei 70 anni il tasso reale composto di rendimento per lo Stato è stimabile nel 2% l’anno[13].

4. Le riunioni di Sadiba hanno vissuto l’emergere dei due mali che affliggono da anni l’economia italiana: lo scemare tendenziale della produttività e il successivo cedimento della domanda globale. In un contesto economico europeo quale quello descritto e che largamente sfugge al loro controllo, cosa possono fare le banche, e più in generale la finanza, per curare i due mali?
Non ritengo che la finanza possa far molto per sostenere la domanda globale e accelerare la pallida ripresa ciclica che si è avviata nel 2015. Può riuscirvi solo una politica fiscale imperniata su investimenti pubblici in infrastrutture utili e su minori imposte, con l’equilibrio del bilancio affidato alla lotta all’evasione e soprattutto al contenimento degli sprechi e dei furti su forniture, appalti e trasferimenti vari. Quando la politica fiscale rimetterà in moto consumi e investimenti privati la domanda di credito bancario aumenterà e troverà soddisfazione.
Se sul fronte della domanda globale, come diceva Joan Robinson, per data politica monetaria “la finanza segue”, le banche – e i mercati finanziari possono invece recare un contributo nel riportare le imprese italiane sulla via maestra: ricercare il profitto attraverso l’efficienza, l’innovazione, il progresso tecnico, in una parola attraverso la produttività. Secondo le ultime stime dell’ISTAT dal 1995 al 2014 la produttività del lavoro è salita solo dello 0,3% l’anno, mentre la produttività totale dei fattori – che soprattutto conta – è addirittura diminuita dello 0,3% l’anno, a seguito del cedimento pari all’1,2% l’anno della produttività del capitale[14].
Le banche – come i mercati finanziari – possono contrastare lo scemare della produttività nell’intera economia almeno in due modi.
Il primo modo consiste nel favorire il dinamismo dimensionale delle imprese. Le aziende non finanziarie italiane, da sempre “piccole donne che non crescono”, con moto perverso diventano sempre più piccole. Le diseconomie di scala sono pesanti. Penso in particolare all’industria manifatturiera. Per carenza di produttività essa ha visto salire del 40 per cento dal 2000 a oggi un costo del lavoro per unità di prodotto rimasto invece invariato in Germania. Il pulviscolo delle imprese manifatturiere italiane minori – meno di 10 dipendenti – esprime un valore aggiunto per addetto pari a non più della metà della media nazionale. Nel confronto con le analoghe piccole aziende inglesi, francesi e tedesche la produttività italiana è compresa fra il 50 e il 75 per cento. Al contrario, le nostre imprese manifatturiere di media dimensione – da 50 a 250 dipendenti – hanno una produttività del lavoro superiore del 25 per cento alla media nazionale e del 15 per cento alle concorrenti inglesi, francesi e tedesche di analoga dimensione. Il passaggio dalla minima alla media dimensione comporterebbe quindi per l’impresa italiana un balzo all’insù della capacità competitiva. Ma anche i maggiori gruppi industriali italiani sono piccoli nel confronto internazionale. Esprimono una produttività del lavoro del 10/15 per cento inferiore a quella dei principali concorrenti degli altri tre paesi europei. Inoltre insistono su produzioni che, anche quando generano profitti, non sono più sulla frontiera del progresso tecnico.
Il secondo modo, che ricomprende il primo, chiama le banche a finanziare non solo, come è ovvio, le imprese che non registrano perdite, ma preferibilmente le imprese che realizzano i profitti grazie alla produttività, e non con altri sistemi. Quello della produttività è divenuto ormai il principale limite alla crescita di trend, al di là del ciclo, della nostra economia. Dipende dalle diseconomie di scala, ma anche da bassi investimenti in ICT e R&D, prodotti tradizionali, regresso tecnico, al fondo inadeguata imprenditorialità[15]. Solo il profitto da produttività è solido, durevole, tale da garantire il pagamento dell’interesse e il rimborso del fido. Come la storia recente conferma, non è questo il caso degli utili che nascono da posizioni di rendita, aiuti pubblici, bassi salari, deprezzamento del cambio.

5. L’uscita dalla recessione e il ritorno alla produttività sono in primo luogo affidati alla imprenditorialità delle aziende italiane.
A monte, sono affidati a una politica economica, europea e nazionale, che potenzi con investimenti pubblici la domanda e le infrastrutture, schivi la deflazione, risani il bilancio, allenti la pressione fiscale e i gravami burocratici, promuova fra i produttori la concorrenza dinamica, a colpi di innovazioni e non solo di prezzi.
La finanza non può fare miracoli. Può tuttavia dare un contributo importante sia in via diretta sollecitando le imprese, sia premendo sui responsabili affinché quella politica economica venga attuata.
L’economia italiana tornerà a crescere solo se vi sarà il concorso delle imprese, dello Stato, della finanza, in un quadro europeo che superi l’ortodossia, la Treasury View contro la quale si batté Keynes.

Note

8.  Sui limiti del central banking europeo rinvio a P. Ciocca, Stabilising Capitalism. A Greater Role for Central Banks, Palgrave Macmillan, Londo, 2016.

9.  Secondo il principio comunitario che vieta alle banche centrali dei singoli paesi membri (NCBs) di sostenere, anche indirettamente, i bilanci pubblici, “the financing by NCBs (…) to support insolvent credit and/or other financial institutions is incompatible with the monetary financing prohibition” (ECB, Convergence Report, Frankfurt, 2008, p. 24).

10.  C. A. E. Goodhart, Financial Regulation, in S. Eijffinger-D. Masciandaro (eds.), Handbook of Central Banking, Financial Regulation and Supervision. After the Financial Crisis, Elgar, Chelthenam, 2011.

11.  Gli Stati Uniti si sono guardati bene dall’inserire tramite il Dodd-Frank Act del 2010 nel vecchio Federal Deposit Insurance Act regole automatiche che imponessero l’internalizzazione delle perdite fino a colpire i depositi non assicurati delle depository institutions (le banche con passività monetarie).

12.  T. F. Geithner, Stress Test. Reflections on Financial Crises, Random House Books, London, 2014, Tab. p. 497.

13.  P. Ciocca, Storia dell’IRI. L’IRI nella economia italiana, Laterza, Roma-Bari, 2014.

14.  ISTAT, Misure di produttività, Roma, 3 Agosto 2015.

15.  S. Trento-F. Faggioni, Imprenditori cercasi. Innovare per riprendere a crescere, il Mulino, Bologna, 2016.

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