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“L’economia italiana: ripresa lenta, crescita nulla”

di - 22 Ottobre 2015
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L’economia italiana patisce da lustri due mali congiunti:
– domanda globale anemica
– stallo della produttività.
La bassa domanda globale frena la fuoruscita dalla recessione, la ripresa.
L’improduttività delle imprese nega la crescita di trend.
Ripresa e crescita vengono nei media spesso confuse. Sono invece da distinguere, pur nelle reciproche connessioni.

A

Dopo quella del 2008-2009, la nuova recessione inaugurata dal governo Monti alla fine del 2011 ha falciato il Pil del 5% nel 2012-2014: come nel 1929!
Tecnicamente, la recessione può dirsi finita nel primo semestre 2015, con risultati appena positivi dopo tre lunghi anni. Nondimeno, vi sono due “ma”.

a) La ripresa è lenta. L’incremento del Pil “acquisito” nei primi nove mesi è dello 0,7%, la previsione IMF è dello 0,8% per l’intero 2015, dell’1,3% per il 2016. La ripresa è lenta rispetto all’abisso in cui è piombata l’attività economica dopo il 2007: al punto di minima di fine 2014, Pil -10%, consumi -8%, investimenti -35%, capacità produttiva inutilizzata nell’industria 30%, disoccupazione fino al 13%. La depressione della domanda si è riflessa in un crollo delle quantità importate (-11%) nel 2012-2014, mentre le quantità esportate sono tornate sui livelli del 2007. E’ quindi emerso un surplus della bilancia dei pagamenti pari al 2 per cento del Pil, dopo gli strutturali disavanzi del decennio 2002-2012.
b) Oltre che lenta la ripresa è esposta a diversi motivi di fragilità, che invitano alla prudenza nello scontare un 2016 in netta accelerazione:
La ripresa è stata finora alimentata soprattutto da scorte (per l’80% nel primo semestre di quest’anno rispetto al primo semestre del 2014), la componente più volatile della domanda.
Non sarà agevolata da ulteriori cali del costo del danaro, del cambio dell’euro, del prezzo del petrolio. Il quantitative easing della Bce non stimola la domanda, nell’assenza di una politica fiscale europea espansiva. Con lo svilimento dell’euro che persegue rischia di eccitare svalutazioni competitive su scala mondiale (Cina docet).
La ripresa è frenata dal rischio di deflazione che la Bce non riesce a sventare, dopo essersela lasciata sfuggire allorchè fra luglio 2012 e settembre 2014 la base monetaria diminuì di un terzo[1]. L’indice dei prezzi al consumo – armonizzato, destagionalizzato e annualizzato – è calato in settembre del 2,1% sia nell’Eurozona sia in Italia.
Vi è un rischio “Volkswagen”, con riflessi europei e italiani.
Infine, la ripresa non è sostenuta come si potrebbe dalla politica di bilancio del governo.

B

Dalla domanda fiacca, passo a dire della non-crescita.
Nel capitalismo moderno la crescita di lungo periodo dipende fino al 70% dal progresso tecnico. Senza produttività, non c’è crescita sostenuta e sostenibile.
Preoccupano tre ordini di considerazioni concernenti l’economia italiana:
i. Il progresso tecnico, motore dello sviluppo vero, è da tempo spento. La produttività totale dei fattori è diminuita del 6-7% dai primi anni 2000. Minore prodotto con le medesime risorse è un assurdo italiano! Nella stessa manifattura la produttività oraria del lavoro ha ristagnato. E’ per questo che dal 2000 il CLUP manifatturiero è salito del 40%, rispetto al 15% in Francia e allo 0% in Germania.
ii. Sempre nella manifattura, il livello della produttività del lavoro italiano è inferiore del 25% a quello tedesco e a quello inglese.
iii. Essendo sussidiata dal governo, l’occupazione rischia di aumentare più del prodotto. Nel primo semestre è salita dello 0,8% rispetto allo stesso semestre del 2014, mentre il Pil è salito solo dello 0,4%. Ciò abbatte la produttività e il progresso di trend dell’economia.

C

La politica economica governativa potrebbe essere rafforzata e riorientata. Ciò sia per la domanda/ripresa sia per la produttività/crescita.

Su entrambi i fronti l’elemento chiave è rappresentato dagli investimenti pubblici (infrastrutture, sicurezza dei cittadini e del territorio, ricerca, scuola). Gli investimenti pubblici imprimono la più forte spinta alla domanda. In fasi di ristagno, oltre il primo anno il loro moltiplicatore della domanda globale può salire da 1,5 a 2 e nel medio termine fino a 3[2]. E’ molto maggiore del moltiplicatore – solo 0,8 – di consumi pubblici, trasferimenti e detassazione. Anche l’apporto, diretto e indiretto, delle infrastrutture alla produttività del sistema può essere notevole. E’ quindi deplorevole che da anni in Italia non siano state neppure manutenute le infrastrutture esistenti, per qualità del 40% inferiori a quelle degli altri paesi del G7. I governi Berlusconi-Tremonti avevano effettuato investimenti della PA mediamente pari al 3% del Pil, già al disotto del 3,5% che era stato toccato in precedenza. I governi Monti, Letta, Renzi hanno tagliato gli investimenti pubblici dal 2,8% del Pil nel 2011 al 2,2% nel 2014 e a una percentuale forse inferiore al 2% quest’anno. Questi ultimi tre governi hanno abbattuto le opere pubbliche a prezzi correnti del 20%: da 45 miliardi nel 2011 a 36 miliardi nel 2014. Se non lo avessero fatto il Pil, ceteris paribus, sarebbe oggi di quasi 30 miliardi più alto e il deficit di bilancio e il debito pubblico più bassi.

Note

1.  Sui limiti del central banking europeo rinvio a P. Ciocca, La banca che ci manca. Le banche centrali, l’Europa, l’instabilità del capitalismo, Donzelli, Roma 2014, ora anche nell’ampliata edizione inglese Stabilising Capitalism. A Greater Role for Central Banks, Palgrave Macmillan, London 2015.

2.  IMF, World Economic Outlook, Washington, October 2014, p. 82.

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