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È possibile recuperare il sogno europeo?

di - 13 Maggio 2014
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In particolare, si svalutano gli effetti positivi dell’armonizzazione delle regole finanziarie, si trascura di considerare che, solo grazie agli input dell’UE, è stato pos­sibile realizzare la modernizzazione dei sistemi disciplinari (cui hanno fatto seguito livelli di competitività, diversamente non ipotizzabili). Si comprende, peraltro, che la ricerca di una possibile soluzione alla difficile problematica evidenziata dalla crisi non può prescindere dalla riferibilità agli eventi succedutisi in Europa negli ultimi vent’anni; donde l’esigenza di iscrivere l’analisi delle linee evolutive della realtà comunitaria (e delle implica­zioni del processo d’integrazione) nella valutazione del conte­sto socio politico di riferimento. È questa la via da seguire per intendere la causa del ridimensionamento dei vantaggi di un governo dell’economia che, nella prospettiva di un’ineludibile crescita legata al progetto di unificazione della moneta, avrebbe dovuto essere fondato sulla stabilità e sull’equilibrio dei rapporti tra gli Stati membri.
Consegue l’esigenza di far luce sui limiti applicativi delle convergenze economi­che e giuridiche a suo tempo avviate nell’eurozona per consentire alla moneta unica di esplicare i suoi benefici effetti. Al contempo, viene in evidenza la necessità di te­ner conto delle deroghe (all’applicazione del complesso disciplinare europeo) talora consentite nel passato a favore di alcuni Stati membri, determinando forme d’apertura nell’applicazione delle clausole dei Trattati, quali al presente vengono negate ai paesi in difficoltà.[3]
Più in generale, si ravvisa l’opportunità di orientare la ricerca alla focalizza­zione delle possibili interazioni negative della politica del rigore e dell’austerità sulla definizione dell’impianto democratico a base della costruzione di un’Europa mo­derna. La peculiare caratterizzazione dell’UE – disancorata dalla presenza di un compiuto para­digma ordinamentale di tipo politico istituzionale – priva la compagine comunitaria del grado di coesione necessario per accettare vincoli (rectius: sacrifici) avvertiti come imposti ab esterno, vincoli rivenienti soprattutto dalle richieste di paesi che sono stati solo sfiorati dalla recente crisi finanziaria, dalla quale sembra abbiano tratto benefici[4].
Non ci si deve nascondere che, a fronte di un perdurare delle tendenze egemoniche ed autoritarie di questi ultimi, l’accordo su cui l’Unione è fondata (in vista del miglioramento dell’efficienza complessiva dei paesi membri) può vacil­lare.
È evidente come un’applicazione ad oltranza della politica del rigore reca im­pedimento alla crescita di taluni Stati europei, i quali finiscono col valutare come an­tidemocratico un metodo d’integrazione economica che ha consentito disparità di trattamento nel passato, ed ora pone seri ostacoli alla rinascita di alcuni paesi in vista del mantenimento di posizioni di dominio di altri. Il dubbio su cosa sia la democrazia a livello europeo, le perplessità in ordine all’opportunità di continuare il cammino intrapreso potrebbero trovare sempre più ampio accoglimento in popolazioni provate da anni di sacrifici, da un sostanziale impoverimento, dalla perdita della speranza!
La rinunzia al ‘sogno europeo’, alimentata dall’antipolitica e dal populismo, potrebbe al fine configurarsi come un obiettivo equo e sano, da perseguire … ciò, tra­scurando le considerazioni dianzi esposte. L’illusoria e vaga aspirazione ad un ritorno al passato potrebbe prevalere sulla razionale aspettativa di effettivi miglioramenti della situazione economica attuale, la cui realizzazione è alla base dello spirito comu­nitario, legittimando il significato (rectius: il senso) dell’appartenenza all’UE.
A ben considerare, un’alternativa è possibile, anche se oggi essa appare dai contorni confusi, non precisabili e, dunque, ancora tutti da definire. Essa si individua nell’opportunità di procedere ad un esame analitico delle possibili vie da seguire per un ‘recupero del sogno europeo’, nel quale crediamo e vogliamo continuare a credere. Bisogna pensare ad «un’Europa diversa», come viene in­dicato da alcuni politici[5], all’uopo ricercando congrue forme di cambiamento in grado di dare nuova linfa ad un processo d’integrazione ritenuto dai più non rispondente ai criteri ordinatori del suo originario impianto.
Quale debba essere la configurazione dell’altra Europa è un’ipotesi costruttiva ancora nel grembo di Giove! Analogamente, identificare l’ordine delle priorità da seguire nel dar corso al cambiamento è impresa di difficile rappresentazione. Quel che, invece, appare certo è il fatto che bisogna rompere gli indugi, uscire dalla fase delle sterili proteste verbali, delle facili promesse, per passare ad un concreto iter operativo.

3.      La ricerca del quid agendum diviene improcrastinabile al fine di interrompere la perversa sequenza difficoltà/malcontento e, dunque, populismo/disgregazione. Del resto, proprio in relazione alla descritta situazione europea, è stato sottolineato in autorevole sede tecnica che «l’Europa monetaria è terribilmente indietro rispetto al calendario. Mai come oggi sarebbe necessario uno sforzo di fantasia e di volontà politica»[6]. Ed invero, è necessario ‘non avere paura’ nell’affrontare con consapevolezza e responsabilità il cambiamento che porti alla costruzione di una Europa diversa, auspicata nelle dichiarazioni di molti politici[7], ma ancora relegata nell’ambito di un vago wishful thinking per quanto concerne la sua concreta definizione ed attuazione.
Nel delineare il contesto di riforme un dato sembra inequivoco: superare le attuali forme di rigidità che, nel costituire un chiaro fattore d’impedimento alla crescita, sono causa di dissenso sociale, con tutto quel che ne consegue. Si impone, pertanto, l’imperativo categorico di una maggiore flessibilità, la quale peraltro non deve essere intesa in senso restrittivo (vale a dire come possibilità di far ricorso a momentanee misure derogatorie ad una rigida applicazione delle regole imposte dalla vigente normativa UE), bensì come criterio ordinatorio da seguire nella revisione dell’impianto sistemico dei Trattati.
Per vincere le sfide del futuro bisogna abbandonare la politica del rigore ed adottare forme di intervento che sappiano coniugare innovativi principi di convivenza tra i paesi dell’Unione. L’altra Europa dovrà essere ‘rifondata’ da un’Assemblea costituente di Stati decisi a procedere su una strada d’integrazione economico finanziaria che si accompagni a crescente condivisione, coesione e solidarietà. Il rinvio ad un futuro lontano nel tempo dell’unione dei popoli europei – cosa inevitabile alla luce della considerazioni che precedono – non deve risolversi in comportamenti che favoriscono un processo di progressiva disgregazione dell’esistente.

Note

3.  Ci si riferisce alla nota violazione, imputabile alla Germania, della disciplina di bilancio imposta dal cd.  patto di stabilità, stante il superamento nel 2003 dei limiti da quest’ultimo segnati. Cfr. COLLIGNON, S. “The End of the Stability and Growth Pact?”, in  International Economics and Economic Policy, Volume 1, n. 1, gennaio 2004; si veda, altresì, il discorso tenuto a Strasburgo da Mario Monti il 15 Febbraio 2012 nel quale ricordò che «stati centrali per il peso delle loro economie come la Germania e la Francia, sono stati all’origine della crisi del patto di stabilità e di crescita e della sua limitata credibilità nel 2003, quando con la complicità dell’Italia che presiedeva il Consiglio Ecofin, quei due paesi hanno preferito esercitare la loro influenza politica su gli altri Stati membri, in buona sostanza rompere il meccanismo delle regole del Patto di Stabilità».

4.  Cfr. CAPRIGLIONE e SEMERARO, Crisi finanziaria e dei debiti sovrani, Torino, 2012, p. 29, ove sono riportate le previsioni di una crescita positiva per la Germania, stimate dell’1.2 % per il 2012, tendente all’1.9 % per il 2013.

5.  Cfr. tra gli altri l’editoriale dal titolo «Londra, Renzi: ‘Vogliamo un’Europa migliore’. Cameron: ‘Con l’Italia per cambiare le burocrazie’», visionabile su www.rainews.it/dl/rainews.

6.  Cfr. VISCO, Guido Carli e la modernizzazione dell’economia, intervento introduttivo in occasione della “Celebrazione del centenario della nascita di Guido Carli”, Roma, 28 marzo 2014, p. 5.

7.  Si veda al riguardo l’editoriale comparso su corriere.it dal titolo “Renzi a Parigi, incontro con Hollande «Uniti per una nuova Europa»”, pubblicato in data 15 marzo 2014; più in generale, cfr. l’editoriale visionabile su europaquotidiano.it, dal titolo “La nuova Terza via” del 2 aprile 2014.

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