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La specificità italiana nella crisi in atto

di - 29 Dicembre 2009
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2. – In questo quadro il caso dell’Italia è assolutamente speciale.
La caduta del PIL italiano nel 2009 è stata drammatica: -5% circa. Fra le principali economie essa è di poco inferiore solo a quella del Giappone e forse della Germania, colpite da un calo pronunciato della domanda estera. Ma è del tutto privo di fondamento far meccanicamente risalire le origini e l’entità della recessione italiana alla crisi della finanza globale.
Il sistema bancario italiano ha incontrato difficoltà, ma non ha attraversato una vera e propria crisi. La tradizione dei controlli della Banca d’Italia, la prudenza degli intermediari, la ristrutturazione recente dell’industria finanziaria, il più basso indebitamento dei privati, la stessa minore vivacità dell’economia hanno concorso al risultato, altamente positivo, di sottrarre – sinora – l’Italia alla instabilità finanziaria internazionale. Da noi, l’attività produttiva era già ristagnante alla fine del 2007 e in caduta dal secondo trimestre del 2008, prima che la finanza mondiale entrasse in fibrillazione nello scorcio del 2008 e prima che l’Europa, al pari degli Stati Uniti, entrasse in recessione nel terzo trimestre di quello stesso anno. Inoltre, la flessione della domanda è prevalentemente e in misura maggiore che in Europa imputabile alla componente interna, piuttosto che alla componente estera.
Riepilogo i dati disponibili su quest’ultimo aspetto. La flessione del PIL reale in Italia nel 2008 (-1%) è interamente dovuta a quella della domanda interna (le importazioni essendo diminuite più delle esportazioni). Nello stesso primo semestre del 2009 il calo del PIL (-6% rispetto al corrispondente semestre del 2008) è per tre quarti imputabile a quello della domanda interna (consumi e soprattutto investimenti) e solo per un quarto a quello della domanda estera netta. Nell’area dell’euro, invece, il PIL era ancora aumentato nel 2008 (+0,7%) e nel primo semestre del 2009 la sua discesa (-4,9%) è ascrivibile per due terzi a quella della domanda interna e per un terzo (più che in Italia) a quella della domanda estera netta. Sempre nel primo semestre del 2009 la diminuzione dei consumi delle famiglie è stata del 2,3% in Italia e dell’1,2% in Europa, quella degli investimenti fissi lordi del 14,2% e dell’11,3%, rispettivamente.
La particolare pesantezza della crisi italiana è riconducibile ad almeno tre fattori. Va ribadito che l’economia era in solitaria recessione già nel 2008. Inoltre, le sue debolezze strutturali la esponevano più di altre al clima depressivo internazionalmente prevalso nel 2009. Infine, la risposta di politica fiscale è stata più prudente che negli Stati Uniti e nella stessa Europa. L’aumento dell’indebitamento netto italiano rispetto al PIL nel 2009 sarà di circa un punto inferiore a quello medio dell’area dell’euro. Esso è inoltre scaturito, non da misure discrezionalmente prese da Governo e Parlamento, ma dall’operare degli stabilizzatori automatici. L’effetto di “moltiplicatore” sulla domanda globale degli stabilizzatori automatici è nettamente inferiore all’unità e a quello della spesa pubblica per investimenti e della detassazione dei redditi più bassi.
Le aspettative censite da “Consensus Forecasts” cifrano la ripresa italiana nel 2010 allo 0,7%: inferiore non solo a quella mondiale, ma anche a quella delle economie più avanzate, compresi diversi paesi europei come Francia, Regno Unito, Germania e l’area dell’euro nel suo complesso (+1,2%). A ritmi siffatti, i livelli di reddito toccati dall’Italia nel 2007 verrebbero raggiunti non prima del 2015: otto anni perduti…
Si sarebbe potuto, si potrebbe, far meglio? Sì, per le ragioni che seguono.

3. – A differenza di altre, la nostra economia vive due crisi. La regressione di prodotto peggiore della storia d’Italia in tempi di pace – simile a quella dell’anno 1930 (-5%) – si è innestata sull’andamento da anni pesantemente negativo della produttività. Dopo il 1992 il trend della produttività – comunque definita, comunque misurata – è stato deludente. Ha abbattuto il ritmo di sviluppo del prodotto. Ha pregiudicato la competitività delle merci italiane.
La crescita annua della produttività del lavoro già nel 1992-2000 fletteva, nella manifattura, al 2,7% (1,7% nell’intera economia), dal 4% negli anni Ottanta. Nel 2000-2008 essa è risultata addirittura nulla, nella manifattura come nell’intera economia (ciò che raramente avviene). Nello stesso decennio l’incremento del valore aggiunto è sceso sui minimi dal dopoguerra: 0,9% l’anno, rispetto all’1,7% dell’area dell’euro. Data la pur lieve dinamica demografica, il progresso del reddito pro-capite è stato prossimo allo zero. L’Italia è retrocessa nella graduatoria europea.
Il ristagno della produttività ha fatto sì che, nonostante la moderazione salariale, l’industria cumulasse una perdita di competitività di trenta punti in termini di costo del lavoro per unità di prodotto, di quindici punti in termini di prezzi alla produzione. La performance delle esportazioni è stata mediocre, inadeguata a sostenere lo sviluppo dell’economia in condizioni di equilibrio esterno.La crescita annua dei volumi esportati si è ridotta dal 6% del 1982-1995 al 2,5% del 1996-2008. La quota delle esportazioni italiane nel commercio mondiale è precipitata dai picchi del 1995 (4,6%) ai minimi storici del 2008 (3,4% a valori correnti, appena 2,6% a prezzi e cambi costanti). Dal 1997 al 2008 l’apporto medio annuo che le esportazioni al netto delle importazioni hanno recato alla espansione della domanda è stato negativo (-0,3%). Nello stesso periodo il saldo della bilancia dei pagamenti di parte corrente è peggiorato, divenendo dal 2000 tanto negativo da contribuire per 14 punti di PIL al cumularsi della posizione debitoria del Paese verso l’estero.
Le cause? In estrema sintesi, carenze interne al sistema dell’Impresa (nel dinamismo dimensionale, nella qualità delle produzioni, nella accettazione della concorrenza) hanno interagito in un circolo vizioso con carenze nell’operare dello Stato (nel bilancio e nel debito pubblico, nei servizi delle P.A., nelle infrastrutture fisiche e giuridiche per l’economia).
Esaurito lo sforzo per l’adesione all’euro nel 1998, non è stato né compreso né affrontato il “problema di crescita” che sempre più affliggeva l’economia[1]. Dopo il 1992 – l’anno critico per la società, per la moneta, per il sistema economico del Paese – le imprese, dal canto loro, mentre la produzione rallentava, mancavano di ricercare efficienza e progresso tecnico. Si sono ritenute paghe dei profitti assicurati dalla spesa pubblica montante e dalla evasione fiscale, dal cambio sottovalutato e lasco fino al 2002, dalla stasi salariale, dalla concorrenza bassa e decrescente.
La congiunzione di profittabilità elevata e produttività stagnante costituisce la “stranezza” italiana del quindicennio 1993-2007.

Note

1.  Personalmente, l’ho denunciato in modo aperto in La nuova finanza in Italia. Una difficile metamorfosi (1980-2000), Bollati Boringhieri, Torino, 2000, cap. VIII; l’ho ricondotto a uno schema verificato sul piano empirico, proposto alla Riunione della Società italiana degli economisti dell’ottobre 2003, inThe Italian economy: a problem of growth, Economic Bulletin, Banca d’Italia, novembre 2003, pp.145-158; l’ho inquadrato nel più lungo periodo in Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2005), Bollati Boringhieri, Torino, 2007 e in Interpreting the Italian Economy in the Long Run, in “Rivista di storia economica”, 2008, pp. 241-246.

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