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La specificità italiana nella crisi in atto

di - 29 Dicembre 2009
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4. – Le carenze strutturali, dello Stato e dell’Impresa, vanno attaccate con decisione. È questo altresì il presupposto per sostenere la domanda globale nell’immediato, volgendo in positivo le aspettative e favorendo l’uscita dalla recessione. Occorre che Stato e Impresa agiscano, in modo non solo contestuale ma per quanto possibile sinergico, su almeno quattro fronti:

a) La crescita è stata frenata dalla finanza pubblica. Un’opera pluriennale di riequilibrio del bilancio e di ridimensionamento del debito deve muovere dalla spesa corrente: economie negli acquisti di beni e servizi, riduzione di personale via turnover, taglio dei sussidi alle imprese, estensione dell’età pensionabile, efficienza nella sanità. Oltre che al pareggio dei conti pubblici nel medio periodo, gli interventi devono fondare una prospettiva di alleggerimento e perequazione della pressione fiscale e fare spazio alla spesa pubblica per le infrastrutture (trasporti, comunicazioni, utilities, reti), in particolare nel Mezzogiorno.

b) La crescita è stata frenata dalla inadeguatezza delle infrastrutture, fisiche ma anche giuridiche. Alla manutenzione e al potenziamento delle infrastrutture materiali è essenziale unire la riscrittura del diritto dell’economia e un suo credibile enforcement, non solo nelle circoscrizioni del Meridione. Il diritto amministrativo, ma anche il dirittocommerciale, societario, fallimentare, antitrust e il processo civile vanno ripensati secondo una visione unitaria, che adegui la rule of law alle esigenze del sistema produttivo.

c) La crescita è stata frenata dal perdurante nanismo delle imprese. Poche aziende piccole sono diventate medie, quasi nessuna azienda media è diventata grande. La crescita economica, invece, coincide col dinamismo d’impresa e postula un tessuto armonico e integrato e mobile di aziende piccole, medie, grandi (Baumol). Al favor di fatto e de jure prevalente per la impresa ristagnante nella piccola dimensione, se non nel sommerso e nella inefficienza, occorre sostituire quello per l’impresa media dinamica e imprenditiva. Va riscoperto il ruolo della grande impresa. Questa – chiunque ne sia al controllo – è decisiva nel selezionare, diffondere e applicare le innovazioni più promettenti.

d) La crescita, infine, è stata frenata dallo scemare della concorrenza. La concorrenza deve intensificarsi nel senso, non statico, del sollecitare le imprese a seguire le vie meno scontate all’utile. Pantaleoni e Schumpeter esaltavano la concorrenza come “minaccia” costrittiva foriera di efficienza dinamica. Va assicurato il livellamento tendenziale del saggio di profitto tra settori e aziende, a parità del salario pagato per le stesse mansioni. Ove tale condizione continui a mancare, l’aumento di produzione non scaturirà – nella stessa manifattura – dalla produttività, attraverso R & D, innovazione, progresso tecnico.

Stato – per a) e per b), soprattutto – e Impresa – per c) e per d), soprattutto – sono chiamati a un impegno urgentissimo. Vi è altrimenti anche il rischio di una ricaduta recessiva. Gli incagli e le sofferenze sui prestiti alle imprese, in rapido aumento, possono infliggere serie perdite alle banche, bloccare il credito agli investimenti. La caduta dell’occupazione – effettiva e temuta – può tagliare i consumi. Il debito pubblico si avviterebbe in una spirale viziosa. Al contrario, se adempiuto, quell’impegno dispiegherebbe i suoi frutti sino a risollevare la crescita del reddito potenziale. Il ritorno nel medio periodo su ritmi del 2,5-3% l’anno è ancora alla portata del sistema produttivo italiano.
Questi stessi frutti possono essere anticipati da un cambiamento in meglio delle aspettative. Il concreto avvio degli atti che Stato e Impresa devono compiere per sanare i mali dell’economia accelererebbe la fuoruscita dalla pesantissima contrazione del 2009. Promuoverebbe, nel 2010, una espansione superiore a quella attualmente prevista, insufficiente al recupero dell’occupazione. All’incremento della spesa privata per consumi e per investimenti potrebbe unirsi il temporaneo apporto della domanda pubblica. Un maggior deficit una tantum – imperniato sugli investimenti della P.A., oltre che sui sostegni ai senza lavoro e ai meno abbienti – sarebbe accettato dai mercati finanziari. Non vi sarebbero aggravi del premio al rischio sul debito pubblico, se un ragionevole extra-deficit venisse inscritto in un programma volto a risanare i conti dello Stato e a riformare assetti nevralgici del sistema economico. E’ questo che la finanza mondiale chiede da anni all’Italia.

5. – Della duplice crisi che l’economia italiana vive è mancata, sinora, un’analisi obiettiva, originale, condivisa. Spetterebbe in primo luogo al Governo di proporla al Paese. A fortiori, è stata carente l’azione correttiva. Pure, il legame perverso fra trend e ciclo può essere spezzato, rovesciato, dalle imprese e dalla politica economica.
Sarebbe imperdonabile se Impresa e Stato perseverassero nell’inazione.

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