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1929 e 2009: due crisi commensurabili?

di - 6 Febbraio 2009
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II

Non è facile situare la crisi finanziaria odierna in questa ampia scala di gravità. La crisi non è risolta, le stime delle perdite sono approssimative, parte di quelle sinora conteggiate – al fair value – riguardano titoli “tossici” che i mercati sottovalutano o addirittura per ora non prezzano. Soprattutto, la crisi è sorta e si è concentrata nella finanza anglosassone, ma ha anche assunto una vasta dimensione internazionale, se non “globale”.
La flessione dei corsi azionari deflazionati per i prezzi nelle principali borse valori – 50 per cento circa – è, già oggi, non dissimile da quella di ottanta anni fa. Secondo il FMI le perdite sinora subite dalle banche internazionali sono pari a 780 miliardi di dollari (interamente coperte con apporti di capitale, pubblico per 350 miliardi, privato per 438). Le ulteriori perdite previste si ragguagliano a 500 miliardi per le banche statunitensi ed europee. Il sistema mondiale degli intermediari creditizi potrebbe perdere 2.200 miliardi soltanto sugli investimenti (per oltre metà di natura ipotecaria) effettuati negli Stati Uniti. Se – come non è – queste ultime perdite fossero limitate agli intermediari statunitensi, essendo il PIL americano pari a 14 mila miliardi, il peso relativo delle perdite sarebbe ben maggiore (16 per cento del PIL) di quello degli anni Venti e Trenta, sempre negli Stati Uniti. Ma il PIL americano non supera di molto il 20 per cento di quello mondiale, che è prossimo ai 65 mila miliardi di dollari. E financo 2.200 supera… non di molto il 3 per cento di 65 mila. Il denominatore conta. Se si cambia denominatore, capitale e riserve delle banche della sola Europa superano i 2 mila miliardi di dollari. La capitalizzazione dell’intero sistema bancario mondiale è stimabile in oltre 5 mila miliardi. Perché questo capitale, nettamente superiore al totale delle perdite, fluisca e ripiani gli utili negativi degli intermediari in difficoltà, le banche forti di qualunque paese – o i fondi sovrani – devono poter ricapitalizzare le banche deboli di qualunque paese.
Viviamo quindi una crisi finanziaria complessa e particolarmente estesa, anche se non ancora la più grave della storia. Al tempo stesso, si tratta di una crisi dalla tipologia essenziale inscrivibile nel modello standard. La specificità riguarda, come sempre nelle crisi, l’oggetto e le forme della speculazione: semplici mutui per l’acquisto di abitazioni modeste, complicati titoli “tossici”, contratti derivati incomprensibili ai più. Riguarda altresì – vero elemento nuovo – la modalità contabile del fair value: modalità concettualmente preferibile al costo storico, ma fondata sull’assunto che i mercati ai cui cespiti essa si applica non cessino di esprimere quotazioni, o quotazioni ragionevoli.
Come tutte le crisi finanziarie, anche quella attuale non era prevedibile – e non è stata prevista – quanto meno non nei tempi, nei modi, nell’entità, nelle sequenze. Soprattutto, non era prevenibile con regole, politiche economiche, controlli. Norme e supervisione sono capaci di fronteggiare i rischi noti, storicamente sperimentati, assunti da banche commerciali. Possono poco contro i rischi assunti nei mercati finanziari e contro i rischi di tipo nuovo di banche e mercati. Banche e soprattutto mercati non erano mai stati, su scala mondiale, tanto regolati per stabilità e segnatamente per trasparenza e correttezza di comportamento degli operatori. Ma nell’offerta di finanza una parte innovativa , opaca, smodatamente avida c’è sempre. Inoltre, non è possibile limitare – entro quali soglie critiche? – la propensione di imprese e famiglie a caricarsi di debiti.

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