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Il passato che è in noi: beni culturali e “sostenibilità” della memoria

di - 30 dicembre 2010
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1. Problemi aperti e dilemmi risolti
La contemporaneità tende a rimuovere i suoi lontani  fondamenti? La questione è sicuramente molto dibattuta e taglia trasversalmente diversi ambiti teorici dando luogo a risposte sovente controverse e problematiche. Soprattutto controverse, considerato quanto  talvolta le posizioni tendano a divaricarsi, persino  al loro interno. Da un lato infatti sono emerse le prospettive di analisi del tipo delineato  da  Andreas Huyssen[1].  Tese ad associare il declino della storia e della coscienza storica  – avvenuto negli ultimi  quindici anni – a un simultaneo boom della memoria,  si collocano più o meno  alla stessa scala  delle ipotesi di Jacques Le Goff[2].  Lo storico francese ritiene infatti  che il grande pubblico è ormai così ossessionato dai  timori di un’amnesia collettiva  da aver reso la memoria uno tra gli “oggetti” più venduti della società dei consumi.
In alternativa, si è sedimentata una costellazione  di riflessioni  che registrano la crisi della memoria sociale e il distacco ineluttabile del moderno dalle impronte del passato. Uno dei riferimenti classici è per esempio  Lukács. Il suo  celebre saggio sulla reificazione contenuto in Storia e coscienza di classe del 1923 –  riprendendo Marx –  classifica l’amnesia come effetto negativo intrinseco all’espansione del processo di produzione capitalistica[3]. Dopo di lui Benjamin impiegherà quasi lo stesso argomento ritenendo che i mondi della memoria, per effetto delle accelerazioni imposte alla civiltà dal progresso tecnologico, vadano incontro a continue erosioni. Benjamin è in posizione tutt’altro che isolata nel panorama intellettuale del novecento. Nel 1931 sul problema del restringimento della memoria interviene anche Ernst R. Curtius. Il grande filologo tedesco parla di imbarbarimento, di un indebolimento crescente della disciplina intellettuale dovuto al misconoscimento della tradizione. Rispetto ad esso, replica Curtius, occorre volgere lo sguardo verso l’ orizzonte  che sta alle nostre spalle[4].
A metà anni ottanta, da tutt’altra sponda disciplinare, l’architetto Peter Eisenmann  pubblica un saggio dal titolo “La fine del classico”, incentrato sull’eclisse di un certo concetto  di presente – letto come corridoio di passaggio tra passato e futuro- sullo sfondo della società industriale[5].  Ancora più cruda la descrizione, data da Eric Hobsbawn, delle giovani generazioni cresciute in un presente permanente, privo di ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono[6]. Più recentemente  è stato Alexander Kluge a esprimersi in termini di attacco sferrato dal presente contro il resto del tempo e di una memoria culturale continuamente logorata.
A grandi linee, in base a queste tesi, la storia del XX secolo corrisponderebbe a quella di un gigantesco processo di rottamazione. Le norme sociali hanno imposto un’ organizzazione, un metabolismo di cicli sempre più rapidi tali che “l’intero sistema sociale contemporaneo ha cominciato a poco a poco a perdere la capacità di ricordare il proprio passato”[7]. In una età centrifuga, sintetica e in movimento come la nostra, sarebbe in atto un processo di liquefazione culturale in cui  la memoria non “giocherebbe” più con tutte le diverse facce del tempo.
La percezione della difficoltà di tenere insieme sincronia e storicità è quindi pressante e incombe da lungo tempo anche sul versante di saperi specialistici come l’economia o la teoria del diritto. Per limitarsi a uno dei casi più emblematici, già nel 1936 , dalle pagine della “Rivista di Storia economica”, Luigi Einaudi conclude uno scambio di idee con Gino Luzzatto, affermando che  si deve essere storici ed economisti a un tempo, per quanto arduo possa sembrare da dimostrare[8]. Molti anni dopo, nel 1984, è Charles Kindleberger a rilanciare la posta.  In occasione del convegno dell’American Economic Association di  Dallas si articola un dibattito che porta figure del peso di Robert E. Solow o Kenneth J. Arrow a concludere quanto siano preoccupanti sia l’ignoranza della storia, assai diffusa tra gli scienziati sociali, quanto l’indifferenza verso tale ignoranza[9].
Tuttavia questi specifici aspetti della debolezza della relazione con la storicità sono stati in parte definitivamente superati.  Nel 1993 l’assegnazione del premio Nobel per l’economia a Douglas C. North sancisce il riconoscimento ufficiale della rilevanza del sentiero tracciato dalle istituzioni dietro di noi[10]. Per cui è facile prevedere che in futuro la parola d’ordine “la storia conta” continuerà a essere applicata. Storia ed economia, chiarisce infatti Pierluigi Ciocca, sono state artificiosamente separate essendo in realtà una disciplina unica: sotto più di un profilo, non di riavvicinamento si tratta o di ricomposizione, bensì del ritorno a uno stato di naturale unitarietà[11].  Ritorno segnalato per esempio dalla pubblicazione nel 2001 prima e nel 2005 poi, da due rapporti della Banca Mondiale –  il primo sugli assetti istituzionali adatti a mercati efficienti, il secondo su giustizia sociale e sviluppo – ampiamente corredati di riferimenti storici. Così come i lavori di molti economisti[12] che si confrontano costantemente con le retrovie dei dati storici. In campo giuridico il filone realista che fa capo ad Alf Ross[13]– in antitesi al positivismo dell’ ita lex – richiama l’attenzione sul milieu culturale da cui  genera la norma. Il diritto è condizionato in molteplici modi da presupposti,  sotto forma di credenze, aspirazioni, modelli di comportamento esistenti nella tradizione culturale.

Note

1.  A. Huyssen, Twilight memories: making time in a culture of amnesia, New York, 1995.

2.  J. Le Goff, Storia e memoria, Torino, 1982.

3.  G. Lukács, Storia e coscienza di classe, Milano, 1978.

4.  E. R. Curtius, L’abbandono della cultura, Torino, 2010.

5.  P. Eisenmann, The end of the classical, in “Perspectiva”, n. 21, 1984, pp. 17-24.

6.  Cfr. E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, 2000, pp. 14-15.

7.  F. Jameson, Postmodernism and consumer society, in H. Foster (a cura di), Postmodern culture, London-Sidney, 1985, p. 215.

8.  Cfr. P. Ciocca, Clio nella teoria economica, in Idem (a cura di), Le vie della storia nell’economia, Bologna, 2002, pp. 14-15.

9.  Per un quadro delle posizioni emerse a Dallas vedasi: W. Parker (a cura di), Economia e storia, Roma-Bari, 1988.

10.  D. C. North, Institutions, institutional change and economic performance, Cambridge, 1990.

11.  Ivi, p. 48.

12.  Tra gli altri: Peter Lindert, Ronald Findlay, Simon Johnson, Kevin O’Rourke, Jeffrey Williamson.

13.  A. Ross, Diritto e giustizia, Torino, 1965.

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