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Tra Darwin e Frankenstein: Alcune riflessioni sulle forme di gestione dei servizi pubblici

di - 13 luglio 2009
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Il dibattito sulla gestione dei servizi pubblici appare stretto nella morsa di due leve principali: quella agitata dai fautori del più assoluto liberismo, che quindi propugnano forme di selezione competitiva per l’affidamento dei servizi secondo criteri di “mercato” – riservandosi poi di intervenire con la disciplina regolamentare per assicurare il conseguimento del pubblico interesse – e quella azionata invece dai più ferventi sostenitori dei principi solidalistici, per i quali la gestione dei servizi deve essere totalmente ricondotta alla mano pubblica anche in funzione di perseguimento della (presunta) equità sociale attraverso il contenimento tariffario.
Entrambe le tesi appaiono suggestive e meritevoli di considerazione; ma allo stesso tempo è doveroso osservare che nei confronti di entrambe possono esser mosse critiche anche di notevole rilevanza.

Prima di spiegare qualunque argomento in proposito, tuttavia, vale la pena di soffermarsi a sgomberare il campo dalla componente più rumorosa, e forse anche meno pertinente, del dibattito stesso. La primarietà ed essenzialità dei servizi pubblici, o almeno di alcuni fra essi (si pensi, p. es. al servizio idrico), non può essere confusa con la – peraltro infondata – pretesa di una loro gratuità. Se è vero che “non si può privatizzare la pioggia“, come afferma un efficace slogan, certo è altrettanto vero che non si debba confondere l’approvvigionamento d’acqua eseguito direttamente dall’utente che si rechi a riempire le damigiane alla fonte con il beneficio di ricevere l’acqua corrente, controllata e monitorata, direttamente presso il punto di prelievo, semplicemente azionando il rubinetto: risultato per il quale – a differenza del primo caso – sarà anche necessario che qualcuno progetti, realizzi, gestisca e manutenga l’acquedotto con tutti i servizi connessi.
Né può dimenticarsi come la giusta pretesa di tutelare l’ambiente e le risorse idriche non abbia fondamento senza una imponente attività di allontanamento dei reflui e senza il loro trattamento depurativo: ciò che, nuovamente, presuppone che fognature e depuratori vengano progettati, realizzati, eserciti e manutenuti. Nessuno vuole “privatizzare la pioggia”, né lucrarvi sopra. Ma non sembra che nelle dispute di piazza trovi mai cittadinanza una qualche riflessione sull’opportunità di “pubblicizzare i liquami”. Che pure esistono, e di cui qualcuno deve occuparsi. Nel costo al metro cubo c’è l’opera dei gestori nella realizzazione e conduzione delle infrastrutture, e non il costo della “materia prima – acqua”. Si potrebbe semplificare affermando che la tariffa del servizio idrico copre l’uso delle condutture e dei relativi servizi/attività di gestione.
Che l’erogazione del servizio comporti un costo è (dovrebbe essere) fuor di dubbio. Il tema riguarda le modalità di copertura del costo stesso: tariffarlo all’utenza, sulla base di qualsivoglia parametro (es.: il consumo) o sommarlo alla fiscalità generale.
Il metodo tariffario, su cui si potrebbe opinare a piacere, ha almeno il pregio di lasciare ogni utente arbitro dei propri consumi e, quindi, dei costi che dovrà sopportare.
La necessità di una scelta, a ben vedere, non dovrebbe neppure porsi: stanti, da un lato, la profonda iniquità di un riversamento dei costi di gestione sulla fiscalità[1]; dall’altro lato, per la violazione che verrebbe ad integrarsi del principio costituzionale secondo cui ognuno è tenuto a concorrere alle spese pubbliche in ragione della sua capacità contributiva, fermo che il sistema tributario è ispirato a criteri di progressività[2]. Per l’effetto di tale riversamento, infatti, si verificherebbero due situazioni altrettanto intollerabili: che i consumi maggiori operati da un singolo siano solo parzialmente (o magari per nulla) sovvenuti con i versamenti fiscali da questi operati e, quindi, che i costi eccedentari siano distribuiti su tutta la base dei contribuenti; e che – al contrario – singoli redditieri si trovino assoggettati ad un prelievo tributario per finanziare i servizi assolutamente non rapportato alla loro fruizione dei servizi stessi. È fuori dallo scopo di queste considerazioni, ma non per questo inattuale, ogni commento sulla ricostituzione di soggetti gestori sottratti a qualunque efficace controllo o vincolo di economicità del proprio operato stante la certezza di poter traslare i deficit gestionali sulle casse pubbliche, che li copriranno con appositi trasferimenti.
In nessun caso, dunque, la fruizione del servizio potrebbe essere gratuita; e confondere il bene con il servizio può servire forse ad animare un dibattito, non ad illuminarne i contenuti nell’ottica di avvicinare il confronto ad una conclusione costruttiva.
La pretesa gratuità dei servizi pubblici (sembra sufficientemente dimostrato) non esiste, ed al più essa costituirebbe un fenomeno distorsivo delle politiche di equità sociale cui si vorrebbe asservirla; allo stesso tempo la richiesta di contenimento delle tariffe cozza irreparabilmente con la pretesa di efficienza, efficacia ed economicità nella gestione dei servizi stessi.

Così riformulata, la dicotomia appare riconducibile alla prioritizzazione degli obiettivi che la politica normativa intende perseguire rispetto ai servizi stessi: fruibilità sociale o efficacia gestionale?[3]
Anche questa potrebbe essere definita un’alternativa mal formulata (e che, astrattamente, non dovrebbe esistere); si pensi, a titolo esemplificativo, al comparto del trasporto pubblico. Un massiccio aumento del ricorso ai mezzi pubblici non potrebbe che giovare al contesto socio-economico delle città, decongestionando il traffico e favorendo, di conseguenza, gli spostamenti, siano essi per lavoro, studio, piacere. Ma la leva tariffaria, da sola, non è certo sufficiente ad incentivare il ricorso al trasporto pubblico. A Roma il cd. “BIT – Biglietto Integrato a Tempo” consente di usufruire di mezzi di superficie e sotterranei per tutte le tratte percorribili in settantacinque minuti al costo di un solo euro: non è chi non veda come, dal punto di vista meramente economico, tale costo sia di gran lunga il minore tra quelli che si debbono sopportare ricorrendo alle diverse alternative di trasporto. Eppure il ricorso al mezzo pubblico è ancora relativamente scarso, comunque insufficiente, ed il traffico si aggroviglia vieppiù nelle strade.

Note

1.  E lasciando serenamente da parte ogni riflessione sulla trasparenza delle gestioni pubbliche negli affari che coinvolgono grandi movimenti di capitale.

2.  Così recita l’art. 53 Cost.

3.  Dove, per efficacia, si intende sia la capacità di tenere i costi sotto controllo, estraendo dall’attività imprenditoriale un giusto profitto, che la realizzazione delle azioni gestionali, tra cui gli investimenti, che migliorano qualità e fruibilità dei servizi.

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