Imposta come home page     Aggiungi ai preferiti

Pierluigi Ciocca, recensione di A. Deaton, Economics in America. An Immigrant Economist Explores the Land of Inequality, Princeton University Press, Princeton, 2023

di - 15 Gennaio 2024
      Stampa Stampa      

Negli Stati Uniti ha perso brillantezza l’economia[1].

La crescita del prodotto ha appena superato il 2% l’anno nel 2022-2023 e nel 2024 è prevista rallentare ancora (secondo l’IMF all’1,5%). La Cina esprime un Pil reale pari al 18% di quello mondiale, rispetto al 15% di quello degli Stati Uniti.

Ancor più preoccupante è lo scemare del progresso tecnico, nonostante le nuove tecnologie informatiche. La produttività totale dei fattori è migliorata solo dello 0,6% l’anno nell’ultimo decennio, rispetto a ritmi che nel passato avevano a lungo sfiorato il 2% l’anno[2].

Persiste, ormai da mezzo secolo senza soluzione di continuità, il disavanzo nella bilancia dei pagamenti di parte corrente. Il disavanzo – quasi un trilione di dollari nel 2022 – fa gravare sul Paese una posizione debitoria netta verso l’estero di 18 trilioni di dollari (tre quarti del Pil). All’indebitamento di imprese e famiglie si è unito un debito pubblico enorme, prossimo al 130% del Pil.

Nel 2021-2022, sospinta dagli eccessi della spesa pubblica e della liquidità, l’inflazione al consumo toccava un picco annuo del 9%.

All’indebolimento dell’economia si sono uniti squilibri tra i cittadini impensabili in una società democratica con un reddito medio pro capite (60mila dollari l’anno) fra i più alti al mondo.

Nel novero degli economisti di grido la denuncia veemente si deve allo scozzese Angus Deaton – immigrato a Princeton nei primi anni Ottanta, Premio Nobel 2015 – anche sulla base di studi condotti insieme con Anne Case[3]. Di questi studi il libro che commentiamo è un distillato, raro per chiarezza e impegno civile.

Si può estrarre dal libro un breve elenco dei principali squilibri della società americana, tali da offuscare l’immagine e da minacciare lo stesso assetto democratico di quello che fu il paese leader del mondo.

Prima di flettere a causa della cattiva gestione dell’epidemia da covid attuata dall’amministrazione Trump, la speranza di vita alla nascita degli americani già ristagnava sui 78-79 anni, in media, rispetto agli 85 del Giappone e agli 84 di Svizzera, Italia, Spagna, Australia, Svezia, paesi con reddito pro capite non di rado più basso di quello statunitense.

Il dato americano collide con la elevatezza della spesa sanitaria (17% del Pil, rispetto, ad esempio, a poco più del 6% in Italia) e con una ricerca medica di punta ai vertici mondiali. Una ragione è che il costo della sanità è reso esorbitante negli Stati Uniti dagli interessi ospedalieri, farmaceutici, assicurativi, legali e dalla bassa concorrenza in questi settori[4]. Ma un ulteriore causa è data dal fatto che su una popolazione di 330 milioni il 10% non è assicurato contro le malattie (pp. 25-31) e il ricorso alla medicina privata, carissima, è precluso ai cittadini sfavoriti nella ripartizione del reddito e della ricchezza.

Deaton è uno dei massimi studiosi della distribuzione individuale e famigliare degli averi e delle opportunità[5]. Come Atkinson, Bourguignon, Brandolini, Milanovic ha registrato la tendenza della sperequazione distributiva a risalire nell’ultimo quarantennio dopo la diminuzione occorsa fra la prima guerra mondiale e gli anni Ottanta. La sperequazione è divenuta particolarmente alta negli Stati Uniti: nella “land of inequality” l’1% più dovizioso è giunto a detenere il 20% dei redditi e il 35% dei patrimoni[6].

Negli ultimi cinquant’anni gli americani meno istruiti non hanno visto migliorare il loro benessere materiale (p. 52). Sono addirittura diminuiti i salari reali dei maschi senza una laurea, eccitando le reazioni anche violente della piccola borghesia. E si osserva “una inversione nella tendenza di lungo periodo della mortalità a diminuire tra gli americani bianchi di mezza età, specialmente quelli senza una laurea universitaria quadriennale, e la mortalità in più rapida ascesa è ascrivibile a suicidio, avvelenamento (soprattutto da eccesso di droghe, legali o illegali), come pure a danno epatico per alcoolismo” (pp. 207-208).

Nel 2018 Deaton aveva stimato che la percentuale degli americani in condizione di povertà assoluta non era diversa da quella di paesi arretrati come il Nepal e la Sierra Leone (p. 68). Ma la speranza di vita nel 2020 risultava specialmente bassa – meno di 70 anni, di ben sette anni inferiore a quella dei bianchi – per la popolazione nera (p. 116), che ammonta al 14% della popolazione totale nazionale rispetto al 19% degli ispanici-latini e al 59% dei bianchi.

Deaton sottolinea (p. 115) che il patrimonio netto delle famiglie bianche (180mila dollari, in media) è pari a otto volte quello delle famiglie di colore (24mila dollari, in media), che i neri guadagnano il 19% meno dei bianchi, che il 20% delle famiglie dei neri versa in povertà assoluta, contro l’8% delle famiglie dei bianchi non ispanici (percentuale anche questa elevata per un paese tanto ricco).

Un ultimo dato. Nelle prigioni federali degli Stati Uniti – che fra le nazioni considerate civili tuttora ricorre alla pena di morte – è detenuto l’1,1% della popolazione nera, rispetto allo 0,2% della popolazione bianca (p. 115).

Deaton è molto critico della economics – la scienza dell’economia – quale prevale negli Stati Uniti, gratificata dalla stragrande maggioranza dei premi Nobel, compreso il suo. Solo in modesta misura gli economisti americani si sono dedicati all’analisi di questi, e altri, squilibri sociali. Anche in questo campo ha prevalso l’individualismo metodologico a cui nella cultura americana risalgono l’impianto marginalista e la fede nel mercato. L’idea di fondo è che il mercato, se da un lato implica squilibri connessi col progresso che alimenta, dall’altro lato offre ai singoli che sono in grado di coglierle le opportunità per fuoruscire da quegli stessi squilibri. In particolare ha a lungo imperato il convincimento secondo cui i cittadini degli Stati Uniti sono ricchi o poveri … a turno, grazie a una mobilità sociale un tempo elevata (ora non più).

“A mio parere un problema centrale dell’economia che oggi va per la maggiore è nell’angustia dell’ambito e della materia. La disciplina è stata sradicata dalla base che le è propria, lo studio del benessere umano” (p. 233).

“La scienza economica dovrebbe dedicarsi a comprendere e a superare le cause dello squallore e della tristezza che nascono dalla povertà e dalle privazioni” (p. 234).

“Abbiamo bisogno di regole e politiche che prevengano il malessere; di una comprensione più realistica dell’operare dei governi e dei mercati; di andare oltre la moneta quale misura del benessere; di una migliore conoscenza del pensiero sociologico su questi temi. Soprattutto dobbiamo trascorrere più tempo con i filosofi, per recuperare il terreno che un tempo era al centro della scienza economica” (p. 237).

Dipende anche da ciò, secondo Deaton, il futuro del capitalismo, e di coloro che lo vivono.

 

 

 

[1] Cfr. P. Ciocca, Del capitalismo, Donzelli, Roma, 2023, Cap. IX.

[2] Cfr. R.J. Gordon, The Rise and Fall of American Growth. The U.S. Standard of Living since the Civil War, Princeton University Press, Princeton, 2016, Fig. 17-2, p. 575.

[3] A. Case-A. Deaton, Deaths of Despair and the Future of Capitalism, Princeton University Press, Princeton, 2020.

[4] T. Philippon, The Great Reversal. How America Gave Up on Free Markets, Belknap, Cambridge, 2019, Ch. 12.

[5] A. Deaton, The Great Escape. Health, Wealth, and the Origins of Inequality, Princeton University Press, Princeton, 2013.

[6] P. Ciocca, Ricchi/poveri, Einaudi, Torino, 2021, Cap. 7.


RICERCA

RICERCA AVANZATA


ApertaContrada.it Via Arenula, 29 – 00186 Roma – Tel: + 39 06 6990561 - Fax: +39 06 699191011 – Direttore Responsabile Filippo Satta - informativa privacy