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Campi Flegrei, un paradigma italiano

di - 7 Novembre 2023
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Nelle considerazioni che seguono non entrerò nel merito delle questioni inerenti gli aspetti sismici o vulcanologici delle notizie che più o meno quotidianamente appaiono sull’area dei Campi Flegrei in Campania. Non ne ho le competenze e, temo, anche chi le ha, e sono tra gli scienziati migliori al mondo in questo campo, abbia qualche difficoltà ad effettuare stime precise e tantomeno pronostici attendibili sull’evoluzione del fenomeno, come viceversa pretenderebbe l’opinione pubblica.
L’attualità degli eventi che si stanno sviluppando in quell’area mi fornisce però l’occasione di effettuare alcune osservazioni che riguardano la sfera dell’urbanistica e dell’edilizia e di come i fenomeni, che i movimenti bradisismici potrebbero innescare, costituiscano un paradigma estendibile a buona parte del territorio nazionale o, detto in altre parole, a tutta la parte antropizzata di tale territorio.
Per brevità indico col nome di Campi Flegrei tutta la porzione del territorio campano che è interessata da circa 80.000 anni dal fenomeno bradisismico. Allo stato attuale, si può affermare che l’epicentro di tale area sia costituito dal territorio del Comune di Pozzuoli che prende nome, attribuitogli dagli antichi Romani, proprio da una delle peculiarità fisiche dell’area. In realtà, l’area è molto più vasta e si estende per quasi 180 chilometri quadrati (per dare un’idea, circa il 15 per cento in più dell’estensione del Comune di Milano) e ricomprende diversi altri Comuni minori e una porzione non indifferente del Comune di Napoli. Questa vasta area è a sua volta suddivisa in due sottozone che più o meno si bilanciano in quanto ad estensione: la Rossa, a più alto rischio, che ricomprende il Comune di Pozzuoli, e la gialla, a rischio più contenuto.
Premesso che nel susseguirsi dei decenni dal secondo dopoguerra ci sono stati alcuni eventi più allarmanti (1970, 1983) che hanno indotto buona parte della popolazione a lasciare le proprie abitazioni per poi farvi ritorno, in questa vasta area vive più o meno mezzo milione di persone con densità abitative molto elevate che, in più di una zona, competono con alcuni agglomerati urbani dell’India (caratteristica peraltro condivisa anche con più di un Comune della fascia vesuviana, a sud di Napoli).

Come è noto, tutta la fascia costiera tirrenica italiana è caratterizzata da una concentrazione vulcanica molto elevata (unica in Europa, bisogna arrivare in Islanda), in parte sopita da millenni o lievemente attiva (Amiata, Maremma, Tuscia, Roma, Castelli Romani) ed in parte attiva o molto attiva con una linea rossa che collega l’area flegrea/vesuviana con l’area etnea attraverso il vulcano subacqueo Marsili, a nord est dell’arcipelago delle Eolie e le Eolie stesse (Vulcano e Stromboli)
Nonostante i rischi che comportano, le zone interessate da fenomeni vulcanici costituiscono da millenni un forte fattore attrattivo per l’uomo e i suoi insediamenti. Ci sono vari motivi che giustificano tale scelta. Il primo tra tutti è l’indubbia fertilità agricola dei terreni a prevalente consistenza lavica, ma ci sono anche la dolcezza del clima e il benessere derivante dalla presenza diffusa di siti termali, che nell’epoca romana portò alla realizzazione di molte ville.
Tali fattori attrattivi non vennero meno nel periodo di maggiore espansione edilizia italiana, ovvero il secondo dopoguerra. Anzi, l’area flegrea fu, e resta, il teatro di uno dei maggiori addensamenti abitativi di tutto il territorio nazionale.
Le dinamiche che caratterizzarono tale espansione edilizia seguirono un clichè abbondantemente sperimentato anche nel resto d’Italia, anche se più marcatamente da Roma in giù: a) sviluppo edilizio “legale”, sia pubblico che privato, condotto con criteri edilizi a dir poco approssimativi, legittimati da Piani Regolatori che perseguivano l’obiettivo della massimizzazione volumetrica a scapito della qualità abitativa, delle infrastrutture e servizi e del rispetto per il paesaggio, b) creazione, grazie ad a), di un effetto emulativo di edilizia abusiva, portatrice ovviamente di parametri qualitativi ancor più bassi di a), che nel corso dei decenni poté contare, autoalimentandosi, sull’avvicendarsi di sanatorie e condoni che oggi, dopo aver ampiamente contribuito al massacro del paesaggio, rende tali insediamenti perfettamente legittimi tanto quanto quelli di a), c) nascita e consolidamento in alcune zone del territorio nazionale di insediamenti che restano abusivi a onta di ogni sanatoria, ma che, nonostante qualche sporadico episodio simbolico di demolizione, per questioni legate alla particolare natura “ambientale” di quelle zone, vede l’impossibilità di un intervento pubblico a ripristino della legalità.
C’è poi da sottolineare come, non solo per b) e c), ma anche per una grande porzione di a), in particolare quella realizzata tra gli anni ’50 e primi ’70, l’assenza di criteri di sviluppo urbano fu accompagnata dall’utilizzo di materiali scadenti e dall’assenza dell’adozione di criteri di sicurezza (non solo quelli antisismici, ma, per esempio, anche di quelli che suggerirebbero di evitare la realizzazione di insediamenti in aree golenali o comunque a rischio idrogeologico).
Ovviamente, non bisogna trascurare che tale stock edilizio, oltre ad andare ad occupare vaste porzioni di territorio inedificato, andò ad accumularsi, o spesso a sostituirsi in maniera disordinata, in adiacenza a quello che si era stratificato, anteguerra, nel corso dei secoli.
Tutta questa situazione era ovviamente nota, ed è magistralmente descritta, per quello che riguarda nello specifico Napoli, nel capolavoro di Francesco Rosi “Le mani sulla città”, ma la logica della corruzione e dell’arricchimento fece quadrato da ogni angolo dello scacchiere politico e il sacco edilizio proseguì inesorabile.
A partire dai primi anni ’80, dietro sollecitazione di Marco Pannella, Bruno Zevi e Aldo Loris Rossi, due menti raffinate in fatto di urbanistica e di uso del territorio (20 anni prima Zevi, insieme a Michele Valori si era, giustamente, scagliato contro il Nuovo Piano Regolatore Generale di Roma), avviarono ante litteram una campagna di sensibilizzazione nei confronti dell’assurdità degli insediamenti urbani nei Campi Flegrei ed in particolare nei confronti delle dimensioni che tale fenomeno aveva raggiunto fino agli anni ’70, sottolineando le difficoltà e il caos che avrebbe generato una eventuale situazione di crisi in quelle zone.
La proposta che i due studiosi avanzavano riguardava sostanzialmente una “rottamazione” degli insediamenti eccedenti i parametri urbanistici “accettabili” in quella zona e una redistribuzione dei pesi insediativi nella fascia metropolitana di Napoli e dei Comuni della cintura partenopea.
Ovviamente rimasero voci nel deserto e l’unico intervento, in occasione della crisi che, nel 1983, a seguito di un innalzamento del suolo fino a 180 centimetri vide l’evacuazione spontanea di circa 20.000 abitanti, fu la realizzazione fuori dell’area di crisi di alloggi parcheggio da parte della Protezione Civile (le cosiddette case Zamberletti).
L’Italia, come si sa, è abituata a muoversi solo quando proprio non se ne può fare più a meno e non c’è dubbio che la situazione che dalla fine dell’estate ha cominciato a crearsi nell’area dei Campi Flegrei configura uno scenario di possibile emergenza, anche se i distinguo e i condizionali si susseguono con quotidiana frequenza anche da fonti autorevoli, contribuendo ad aumentare il senso di incertezza e disagio, così come fu per il Covid.
Da un punto di vista apicale, leggi Governo, il massimo della comunicazione ad oggi trasmesso consiste nel dichiarare l’elaborazione in corso di un piano di evacuazione di cui ancora non sono noti i dettagli.
C’è da sperare, grazie ad una sommaria anamnesi degli eventi degli ultimi 2000 anni, che le cose possano non andare peggio di quanto è successo nei primi anni ’80.
Nel frattempo, però, non si può fare a meno di tracciare molte analogie, al netto degli aspetti “catastrofici” che potenzialmente contraddistinguono l’area dei Campi Flegrei, con quello che è successo al resto del territorio italiano.

In altre parole, se si sfila la componente vulcanica, esplosiva come quella vesuviana o bradisismica come quella flegrea, gli altri ingredienti che hanno contribuito al massacro del territorio negli ultimi 70 anni si ritrovano più o meno tutti sull’intero territorio nazionale, dove la madre di tutti gli errori è stata la trascuratezza urbanistica accompagnata dalla casualità edilizia e i cui figli sono la scarsa qualità dei materiali utilizzati (perlomeno fino ai primi anni ’70), la mancanza di realizzazione di infrastrutture e servizi adeguati a contorno degli insediamenti residenziali, la localizzazione in zone a rischio (vedi gli innumerevoli episodi sul merito, da Genova a Ischia per citare solo i più vistosi), la rincorsa tardiva al consolidamento antisismico in un mondo in cui le relative tecnologie sono ormai note perlomeno da quando esiste una mappatura scientifica del rischio Italia, lo spopolamento delle zone montane e rurali a favore di quelle urbane, l’incuria per l’aspetto paesaggistico, l’infima qualità architettonica per la stragrande maggioranza degli interventi abbinata ad un totale spregio per la coerenza stilistica con le preesistenze secolari.
Questo desolante scenario è trasversale, sia dal punto di vista tipologico sia dal punto di vista geografico. Colpisce l’edilizia pubblica e quella privata, per non parlare di quella turistica, dove speculazione e sacco del paesaggio sono andati a braccetto per decenni, con qualche rarissima eccezione, benedetti dalla corruzione e dall’ignoranza. Ha colpito il Nord, in nome dell’urbanesimo indotto dalla crescita industriale, quanto il Centro e il Sud, dove l’abusivismo legalizzato ha raggiunto l’apice della sua evoluzione, con il massacro di centinaia di chilometri di coste, da Torvajanica fino a Villa San Giovanni, quasi senza soluzione di continuità, solo per il Tirreno continentale, e dove il crimine ammantato di legalità ha addirittura anticipato l’abusivismo legalizzato, come successo alla Palermo dei Lima e dei Ciancimino.

E di fronte a questo scempio, di cui la situazione dei Campi Flegrei è la punta di diamante solo perché ha l’aggravante di giacere su di una immensa caldera in ebollizione, senza la quale nessuno ne parlerebbe, qual è l’arma più potente che finora la politica è riuscita a mettere in campo? Un provvedimento il cui nome da solo sa già di bluff: la rigenerazione urbana. Anche solo per pudore avrebbero potuto chiamarla rigenerazione edilizia, così sarebbe stata, se non altro, più coerente con la scala a cui si rivolge, perché questo provvedimento non ha nessun riferimento, e mai lo avrà, con la scala urbana e con le sue problematiche.
Per cominciare a parlare di impatto sulla scala urbana, occorre riferirsi, tenendo a mente lo scenario descritto prima, di “sostituzione” edilizia, termine che, comportando inevitabilmente anche il concetto di demolizione del preesistente, è parente stretto e della “rottamazione” di cui quasi 40 anni fa parlavano Bruno Zevi e Aldo Loris Rossi.
Secondo quanto descritto, anche se solo sommariamente, in precedenza, solo un processo di sostituzione edilizia può essere in grado da un lato di ridare dignità alle concentrazioni urbane sviluppatesi dal secondo dopoguerra e dall’altro di prevenire ulteriori disastri e tragedie che altrimenti saranno inevitabili su tutto il territorio nazionale.
Questa affermazione vale anche al netto della natura vulcanica della Penisola, ma senza trascurare, è necessario dirlo, gli effetti che per esempio sta producendo il cambiamento climatico.
Il 60 per cento dello stock abitativo nazionale è stato realizzato in un periodo concentrato tra il 1946 ed il 1978, anno in cui, con la legge 457 e la contestuale costituzione del CER, Comitato per l’Edilizia Residenziale, cominciano ad essere definiti criteri più stringenti per gli standard realizzativi delle unità residenziali.
È legittimo sospettare che una consistente porzione di tale stock, anche se ben posizionato dal punto di vista territoriale, o prima o poi darà segni di degrado sia dal punto di vista strutturale che da quello dei rivestimenti. La situazione si aggrava quando si passa ad esaminare la porzione di questo stock posizionata in aree a rischio. A tale proposito, escludendo le aree prossime a emergenze vulcaniche ed escludendo il rischio sismico che più o meno copre tutto il territorio nazionale, con l’eccezione forse della sola Sardegna, e dando un’occhiata alle mappe dei vari Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) redatti dalle Autorità di Bacino, si scopre che la stragrande maggioranza delle coste italiane (isole minori comprese) e delle sponde dei fiumi sono contraddistinte dal colore rosso scuro. Ciò vuol dire che, a seconda di come la si vuole mettere, migliaia di chilometri di sponde e di coste sono a rischio alto di frane ed esondazioni e quindi con totale esclusione della possibilità di edificare. Il problema è che tali zone sono già edificate per la maggior parte, o come insediamenti produttivi o come residenziali.

Detto ciò, se ci si sofferma un po’ più approfonditamente sul tema della sostituzione edilizia/urbana, ovviamente c’è da farsi tremare le vene dei polsi a pensare che razza di problematiche può scatenare un programma di questo genere. Ma che fare? Sperare nella Provvidenza e pregare che non succeda nulla di eccessivamente catastrofico, lasciando, bene che vada, che le nostre città e il nostro territorio restino culla di degrado sociale e di inverno demografico senza fare il minimo tentativo di cambiare le cose?
Le criticità sono effettivamente gigantesche, se si ragiona in termini nazionali e possono essere raggruppate in tre aree, vediamole in termini di complessità crescente.
La prima è quella logistica, cioè dove sistemare gli abitanti di complessi residenziali nel periodo della demolizione e ricostruzione. In fondo è stato già fatto, con i terremoti, a volte con risultati accettabili a volte con risultati disastrosi i cui effetti ci sono ancora oggi.
La seconda è quella economica, cioè dove trovare le enormi risorse necessarie ad attuare un programma del genere.
La terza è quella legale/patrimoniale. In Italia il 70 delle abitazioni è di proprietà e non in affitto, e la proprietà è ripatita non tra grandi gruppi immobiliari, ma in mano a milioni di cittadini dove l’immobile abitato coincide spesso col patrimonio posseduto. È intuitivo capire quali problemi di natura legale può scatenare l’avvio di un programma di sostituzione su larga scala.
Non è detto peraltro che, con un deciso impegno politico e un enorme sforzo di programmazione, le tre problematiche non possano essere affrontate, dandosi obiettivi a lungo termine. Il Piano Fanfani del ’62 costituisce in fondo un precedente straordinario in questo senso, anche se forse ora è proprio gran parte degli alloggi realizzati con quel Piano che è arrivata a fine del ciclo vita.
Il problema è che il Piano Fanfani fu reso possibile da una particolare e felice congiuntura del Paese in cui crescita economica e voglia di riscatto coincidevano e alla cui realizzazione economica contribuirono, quasi senza accorgersene, sia i datori di lavoro che i lavoratori, col geniale meccanismo dei fondi GESCAL.
Oggi è molto difficile che quel meccanismo possa replicarsi, per cui ci si dovrebbe sforzare di immaginare uno strumento in grado di sostituirlo.
Ad essere sinceri uno ce ne sarebbe stato, ma purtroppo ha ormai tutta l’aria del treno perduto.
Del senno di poi son piene le fosse, e questa è una verità incontrovertibile, ma, se non altro nella speranza di essere smentito un giorno dai fatti, non posso non ritornare indietro per un istante con la memoria.
A dicembre del 2020 questa rivista ha ospitato un mio articolo in cui facevo il punto sulle prospettive del PNRR che vedeva la luce in quel periodo.
In sostanza, e fu confortante riscontrare che la pensavano come me personaggi ben più autorevoli del sottoscritto, sostenevo che il miglior utilizzo di quella massa di risorse, inedita per un Paese come il nostro, che pure è uno dei maggiori destinatari dei Fondi Strutturali (sottolineo destinatario, non utilizzatore), sarebbe stato concentrarsi su pochissimi macro-obiettivi, e ne indicavo quattro. Tali macro-obiettivi avrebbero dovuto avere dei comuni denominatori: a) impatto strategico su scala nazionale, b) effetto moltiplicatore a medio-lungo termine degli investimenti, c) forte ricaduta sull’indotto d) effetto eco dei benefici sulle generazioni future. Dall’altra parte tale tipo di strategia nell’utilizzo del PNRR avrebbe richiesto l’adozione di atteggiamenti e misure che, purtroppo, non fanno parte di quella che, con un termine ormai abusato, viene definita la cassetta degli attrezzi a disposizione del nostro Paese: a) visione e definizione degli obiettivi a lungo termine, anche molto al di là del ciclo di vita medio di una amministrazione, che sia una giunta comunale o regionale o un Governo nazionale, b) capacità di programmazione strategica c) capacità di rinuncia a benefici locali a favore di interessi di ordine superiore nazionale o generazionale, d) capacità di ricondurre a livello centrale alcune prerogative di governo e controllo del territorio, con la ricostituzione delle competenze manageriali e professionali andate disperse grazie al nefasto titolo V della Costituzione.
Uno dei quattro obiettivi strategici che avevo immaginato era l’avvio di un grande piano di sostituzione edilizia-urbana. Ovviamente, tale obiettivo avrebbe dovuto interagire in maniera organica e strutturale con gli altri tre: digitalizzazione del territorio, infrastrutturazione del territorio, contrasto strategico e non “a chiamata” al dissesto idrogeologico.
Com’era ampiamente prevedibile, i segnali che vennero sin dalle prime battute e, duole dirlo, già in seno al Governo Draghi, non promettevano nulla di buono, sia dal basso, le amministrazioni locali, sia dal recettore e decisore apicale, il Governo: la richiesta di utilizzare i fondi per la realizzazione di uno stadio o per alimentare la spesa corrente la dicono lunga sulla comprensione bottom-top del momento irripetibile (si spera) che si parava di fronte al Paese e della incredibile occasione di mettere in moto un meccanismo virtuoso i cui effetti avrebbero potuto riverberarsi per decenni.
Ad oggi e voltandosi indietro negli ultimi tre anni, perlomeno a quella che è la mia capacità di percezione, il dibattito, e lo scontro in Parlamento, sembrano essersi concentrati non tanto sui contenuti della destinazione dei fondi, quanto sulla capacità o meno di utilizzarli tutti. Ovviamente, in questa situazione, il grande tema della riqualificazione del territorio tramite la sostituzione edilizia sembra qualcosa che può essere rintracciato solo dal telescopio Hubble nelle profondità dello spazio, e in esso rientra, ovviamente, anche la contingenza dei Campi Flegrei.
Di luoghi comuni per liquidare questa faccenda se ne potrebbero trovare a decine, noi italiani siamo bravissimi in questo sport, andando a scomodare formiche e cicale, capacità di campare alla giornata eccetera. Data la localizzazione dell’area che ha fornito l’occasione per buttare giù qualche riflessione, non posso fare a meno che ripescarne uno, particolarmente adatto alla circostanza: io speriamo che me la cavo.

Roma 04 011 2023

Levino Petrosemolo


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