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In ricordo di Giuseppe Guarino (1922-2022)

di - 19 Gennaio 2023
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Intervento tenuto in occasione del Convegno in ricordo di Giuseppe Guarino, intellettuale, professore, avvocato, uomo di governo, in occasione del centenario dalla nascita, Università La Sapienza di Roma, 15 novembre 2022.

Capirete il mio disagio di essere seduto a questo tavolo in così dotta compagnia senza averne né merito né titolo e di parlare a una platea così folta dove vedo tante persone che avrebbero molto più titolo di me di sedere da questa parte.

Mi scuso, non sono così presuntuoso.

Ringrazio Andrea che ha voluto anche la mia testimonianza, un mio ricordo, perché è stato a sua volta testimone del rapporto affettuoso, devoto da parte mia, che ho avuto con il professor Guarino in tanti anni, per la sua benevolenza, per la sua generosità e, aggiungo, per la mia fascinazione, perché ero affascinato da un personaggio che era unico.

Mi permetto di dire che forse è riduttivo parlare di Guarino soltanto come giurista.

Lui è stato, certamente, un sommo giurista, spesso controcorrente, provocatorio, come ha ricordato la Rettrice e come avete sentito da alcuni flash che il professor Azzariti ha sparso qua e là, ricordando alcune fasi della sua vita ed alcune sue imprese, che erano al confine della politica, dell’economia e del diritto, e che dimostrano, già da sole, quanto fosse giusta quella affermazione della Rettrice che sosteneva che era spesso originale nelle sue concezioni, geniale e talvolta provocatorio.

Guarino era però qualcosa di più.

Aveva una competenza sconfinata nel diritto, un enorme prestigio, uno studio antico, forte, che giustificava quel prestigio largamente riconosciuto come uno dei massimi giuristi italiani e poi come primo avvocato d’Italia, il principe degli amministrativisti.  Sì, ma era anche un uomo che aveva un orizzonte più vasto grazie alla sua cultura, era un uomo che amava la letteratura come l’arte, come la musica che seguiva attraverso i Virtuosi di Roma, con tanta premura messi su dalla signora Vanna.

Era un uomo che aveva un orizzonte sconfinato come sconfinata era la sua cultura, e tutto seguiva e tutto sapeva.

Quando ero direttore del Tempo, lo invitavo a scrivere non di diritto, ma di varia umanità e ci sono degli articoli che sono memorabili. Ricordo un reportage che fece su un viaggio in Armenia: una pagina di autentica letteratura, a livello di quella che era la letteratura dei suoi libri di diritto perché era una personalità multidisciplinare, si direbbe oggi, ma, in fondo, è riduttiva anche questa definizione, perché era un vulcano, era un’intelligenza vivacissima, era un intellettuale, se possiamo adoperare questa espressione, a tutto campo.

Era pieno di curiosità e di interessi e tutti li sapeva coltivare in eguale misura e ovunque portava il lampo della sua intelligenza, della sua prodigiosa intuizione, del suo genio, perché ovunque arrivava aveva una lettura originale e, sì, talvolta controcorrente, ma che illuminava rispetto  alle ripetizioni un po’ stanche e di comodo che esprimeva la cultura ufficiale.

Lui, ovunque interveniva, aveva una sua posizione originale che faceva riflettere, che spesso ti apriva uno squarcio di verità che fino ad allora era rimasta sconosciuta.

Io di questo rimasi affascinato e lo spingevo a scrivere perché ogni volta era un contributo molto originale e straordinariamente efficace, bello da leggersi e che aveva una visione diversa.

D’altro canto, la sua personalità era diversa, era un’intelligenza vivacissima, manifestata già da bambino. Nel 1936, a 16 anni, vinse il primo premio della sua vita – ricchissima poi di premi e di riconoscimenti autorevoli e prestigiosi – con il miglior tema alla vigilia della licenza liceale Nel 1940 all’Università fu proclamato migliore studente in Italia ed ebbe in premio una piccola biblioteca di libri, che erano poi Il pane quotidiano della sua alimentazione culturale.

Nel 1943 si laurea con 110 e lode è già nel ‘44 è primo in Italia nel concorso di procuratore legale e diventa subito assistente universitario. Nel 1946 il primo saggio, ce lo ha ricordato adesso il professore Azzariti, sullo scioglimento delle Assemblee Parlamentari, che ancora oggi è attualissimo, e a cui Gianni Ferrara – proprio in quella celebrazione, tenuta qui alla Sapienza nel ’99, come ha ricordato la Rettrice, quando furono presentati gli scritti di Giuseppe Guarino – ha dedicato, a quel saggio di un giovanissimo Guarino, una “Lectio Magistralis” intera in cui svela tutta l’ammirazione per quello che, lui e tanti altri, ritengono un insuperato Maestro. Gianni Ferrara adopera un’espressione ricorrente più volte nel corso della lectio in cui dice “fare diritto”, perché Guarino “faceva diritto”: ha fatto diritto pubblico e ha fatto diritto dell’economia.

Ho ripensato tante volte a questa affermazione del professor Ferrara durante tante vicende che ho potuto seguire da vicino della vita di Guarino. Lui ha fatto diritto, e facendo diritto ha fatto politica perché era, ha ragione il professore Azzariti, il caso concreto elevato a sistema: lui prendeva un caso e lavorava per farne una teoria, ma non in astratto, solo per esercitazione accademica, ma per metterlo al servizio del suo Paese, perché amava il diritto tanto quanto amava il suo Paese che ha servito con dedizione, con passione e con un’esondazione straordinaria di sentimenti.

Per esempio, ricorda Carli, da tre anni ormai Governatore della Banca d’Italia, che il suo cruccio era di non riuscire, di non potere, per l’articolo 10 dello Statuto della Banca, usare le riserve in oro per l’acquisto di titoli di Stato per i bisogni primari. Gli sembrava un delitto avere una riserva così cospicua e non poterla gestire a favore dei cittadini, non poterla farla fruttare.

Aveva chiesto pareri a più d’uno e nessuno aveva saputo superare l’ostacolo di questo articolo 10, finché Carli – lo racconta lui stesso nelle sue memorie – scoprì “un giovane e agguerrito giurista” al quale pose Il problema. E lui gli rispose, e diede un parere e nel parere l’articolo 10 fu smontato e Carli ha potuto iniziare una stagione nuova con l’intervento della Banca d’Italia, aprendo una nuova strada all’economia italiana.

Quindi, ecco che un caso concreto elevato a sistema, al confine tra diritto, economia e politica, ha portato Guarino a indicare una strada nuova che poi è stata perseguita con successo.

Ricordava poi, sia pure con un rapido accenno il professore Azzariti, nel ‘92/’93 Guarino Ministro tecnico dell’Industria e delle Partecipazioni Statali, ultimo Ministro delle Partecipazioni Statali (perché fu proprio lui a sciogliere il Ministero) si impegnò in quella guerra delle privatizzazioni con una costruzione ardita se volete, controcorrente, contro tutto l’establishment, ma che, se avessero dato retta a lui, forse oggi ci avrebbe fatto vivere un’altra fase dell’economia italiana. Oggi il debito pubblico non sarebbe quella grave, grandissima preoccupazione di qualunque governo, che ci pone in Europa sempre all’ultimo posto, proprio perché è un macigno. che ci portiamo appresso

Lui aveva intuito per primo che senza emozioni, disse, si può affrontare il tema del debito pubblico con una costruzione ardita. Evidentemente, però, toccava gli interessi dei cosiddetti poteri forti.

E gliela fecero pagare, e come se gliela fecero pagare! Fu una pagina triste per lui perché la subì come una sconfitta, ma i fatti, successivamente verificatisi fino a quelli di oggi, gli avrebbero dato ragione. Probabilmente, se si fosse seguita la strada indicata in quello che lui in una notte scritte di suo pugno, il decreto che scioglieva gli enti pubblici economici e li trasformava in società per azioni, sarebbe stato il primo passo di quel disegno che voleva portare tutto in una conglomerata per emettere poi titoli da offrire ai risparmiatori con cui poter abbattere il debito pubblico e avviare una nuova fase dell’economia.

Ha ricordato ancora il professor Azzariti la sua concezione dell’Europa. Guarino è stato un europeista, si è battuto per l’Europa, ha assunto anche posizioni molto coraggiose e anticipatrici sull’Europa dei Padri fondatori. Ha manifestato le sue perplessità quando l’Europa ha fatto dei passi che, al suo giudizio, erano non solo sbagliati, ma che avrebbero portato alla negazione dell’ispirazione dei Padri fondatori.

E le sue prime perplessità le espresse proprio nel ‘96-‘97 quando era cominciata la discussione che poi portò alla approvazione del Patto di Stabilità, di cui al Regolamento n.1476, che lo fece indignare e contro il quale ha combattuto fino a usare espressioni forti come “colpo di Stato”. Quando cominciò a esporre le ragioni del suo dissenso, che apparivano così fondate, scrisse un libro. Il professore Azzariti ha detto che non sa quanti libri ha scritto Guarino, il primo su questo tema lo scrisse nel 96 e mi dette da leggere il manoscritto

Io rimasi molto stupito, colpito da argomentazioni che non avevo sentito prima. C’era un acceso dibattito che sul piano della politica contrapponeva gli euroscettici agli europeisti convinti, non c’erano ancora i populisti all’epoca. In tutto ciò, si rischiava di far passare Guarino, europeista convinto, come uno degli scettici.

Siccome le sue argomentazioni erano giuridicamente fondatissime ed economicamente altrettanto valide, io gli dissi che quello non era un libro da far pubblicare dai suoi soliti editori scientifici, con i quali aveva sempre pubblicato i suoi testi giuridici. Quello era un libro che doveva avere una diffusione più ampia, era un libro che doveva andare a un editore che lo facesse circolare in tutta Italia e che avrebbe potuto aprire gli occhi non solo ai politici e agli economisti, ma anche ai comuni cittadini. Il libro fu quindi pubblicato da un importante editore, Mondadori., con il titolo: “Verso l’Europa, la fine della politica“. Lui sosteneva che se si fosse continuato a camminare su quella strada, l’Europa sarebbe diventata altra da quella che era stata concepita dai Padri fondatori e avrebbe fatalmente condannato la politica alla sua estinzione.

Il libro ebbe fortuna, ma poi sparì. Io lo sono andato a rileggere qualche anno fa, nel pieno di alcune di queste polemiche tra europeisti e populisti, e debbo dire che è un libro profetico. Scritto allora, contiene lo svolgimento di tutto quello che poi nelle cronache, anno per anno, abbiamo visto verificarsi fino a oggi. Guarino aveva delle intuizioni prodigiose che nascevano da quel bagaglio culturale così ampio, ma nascevano anche dalla capacità di vedere oltre, di sapere guardare laddove noi normalmente non arriviamo.

Quando poi si arrivò alla definizione del Patto di Stabilità, con quello sciagurato Regolamento, lui, da giurista, sosteneva, e perciò si indignava, che un Regolamento non aveva la forza di modificare un Trattato. I Trattati erano stati ratificati da tutti i parlamenti, il Regolamento era stato solamente approvato e quindi non aveva una forza comparabile alla ratifica, non lo debbo certo dire a dei giuristi.

E quindi aveva perfettamente ragione dal punto di vista giuridico, ma la sua è rimasta una voce clamante nel deserto, come si dice, ed è stata la battaglia degli ultimi anni della sua vita.

Perché si indignava? Perché lui era uno spirito libero, e uno spirito sempre alla ricerca, animato da un’ansia di conoscenza straordinaria, e quelle curiosità intellettuali lui le trasformava in stimoli per nuove ricerche, per nuove conquiste.

E tanto era libero che, sfidando le sue stesse convinzioni sulla ripartizione tra tecnici e politici, si decise a presentarsi alle elezioni con la Democrazia Cristiana, e fu eletto deputato. Ma la prima esperienza da ministro l’aveva fatta da tecnico, anche se poi accettò di essere responsabile del dipartimento europeo della Democrazia Cristiana. Quando accettò non voleva iscriversi perché voleva conservare tutti intera la sua libertà che amava e la sapeva usare, quasi più per gli altri che per sé stesso.

Un giorno, il 17 gennaio del 1994, lui uscì da casa – abitava in via Giulia – e andò a piedi a Piazza del Gesù dove, lo ricorderete tutti, aveva sede la Direzione della Democrazia Cristiana, ormai in crisi.

Quella “Piazza del Gesù” era infatti in disarmo, travolta dalle vicende di Tangentopoli, tanto che l’ultimo Segretario, Martinazzoli, aveva deciso che il giorno dopo, il 18 gennaio, avrebbe sciolto la Democrazia Cristiana. E il giorno prima, il 17 giugno, Guarino andò a Piazza del Gesù e pretendeva di iscriversi proprio alla Democrazia Cristiana come gesto libero, di protesta contro un atto che riteneva ingiusto.

Un usciere disse “ma qui non c’è più nessuno” e lui replicò che voleva iscriversi e lasciò un pezzo di carta con cui certificava che lui, quel giorno, per protesta, voleva iscriversi alla morente, anzi già morta, Democrazia Cristiana.

Un gesto fantastico, libertario, che dice tutto sul suo modo di concepire il rapporto tra politica ed economia, tra politica e tecnica, tra diritto, economia e politica e ha segnato, nella nostra storia, una traccia profonda.

Lo studio di piazza Borghese! Il professor Lubrano ha ricordato quello di via Giulia, che coincideva con la casa di una vita, e io invece parlo dello storico, mitico studio di Fontanella Borghese, diventato una Istituzione perché in questo studio sono passate, per l’economia o per la politica, le vicende più importanti della storia repubblicana.

Guarino era diventato quello che era ed è: uno dei personaggi chiave della storia repubblicana di questi anni, e lui, che aveva protestato contro lo scioglimento della Democrazia Cristiana e che, per protesta, per affermare la sua libertà, aveva voluto iscriversi al partito in limine mortis, poi, nel ’95, dopo l’esperienza del Governo Dini, si diede da fare per tessere una tela che consentisse di rimettere insieme parti diverse della politica e della società italiana per dar vita a un movimento, a un partito moderato, europeista che però sapesse, dovesse affrontare in maniera nuova, diversa, moderna, i problemi dell’economia. E ha tessuto – come ha tessuto! – il Prof. Guarino. Io ne sono stato testimone quotidiano,

Tutte le mattine, alle 8.00 o prima delle 8.00, a Piazza Borghese lui chiamava D’Alema, chiamava Bianco, chiamava Dini, chiamava Prodi, e voleva convincermi che non tutto era perduto, ma che l’Italia doveva essere governata e non poteva abbandonarsi agli estremi della destra o della sinistra: doveva ritrovare una guida moderata, così come per tanti anni era stata la Democrazia Cristiana. Quella Democrazia Cristiana che, insieme ai partiti alleati, al pentapartito, aveva garantito anni di benessere e una trasformazione profonda dell’Italia, perché ricordava sempre che l’Italia era uscita dalla guerra come Paese agricolo, povero, analfabeta, ma aveva saputo risorgere e trasformarsi con quello che il mondo allora definì “miracolo italiano”, quella opera meravigliosa di ricostruzione che gli italiani seppero fare, guidati da una politica che, senza distinzione tra tecnici e politici, aveva saputo interpretare l’anima della nazione e guidarla verso il rinascimento, la ricostruzione, la modernizzazione.

E sì che erano anni difficili perché il mondo era diviso in due. C’era una contrapposizione forte di natura ideologica e militare, c’era la Nato e c’era il Patto di Varsavia, c’era la cortina di ferro, c’era una divisione profonda tra i comunisti e il mondo libero, tra l’occidente e l’oriente, una divisione del mondo dove si confrontavano minacciosamente questi due blocchi col pericolo costante di arrivare allo scontro anche nucleare. E questa divisione si rifletteva anche all’interno del Paese.

Chi ha la mia età, qui davvero pochi, ricorda che cos’era la contrapposizione tra comunisti e anticomunisti. Oggi ci raccontano che erano favolette, che erano tutti i liberali, ma non era così.

La contrapposizione era così forte che spaccava persino le famiglie. C’era chi stava di là e c’era chi stava di qua, e non ci si parlava. Pure, in una situazione del genere, era così forte il sentimento della nazione, la tensione morale e ideale, che parti così contrapposte sono state capaci di scrivere insieme la Costituzione e di animare un’Assemblea Costituente nella quale, messe da parte le battaglie della politica che si riprendevano fuori in altra sede, comunisti, socialisti, liberali e cattolici hanno scritto la Costituzione.

Così come nel Paese imprenditori e lavoratori, che pure militavano nei due fronti contrapposti, hanno saputo insieme ricostruire e modernizzare il Paese e da quel Paese distrutto, fare un Paese moderno che qualche anno dopo ha potuto assidersi con pari dignità al G7, al G8, al G20,

Quindi, quella politica che aveva saputo fare quel miracolo Guarino aveva servito perché aveva servito il Paese con quella passione naturale che egli sognava, con quella risata così aperta, così fragorosa che diceva tutta la sua vitalità, con quegli occhi mobilissimi che si illuminavano di improvviso in un lampo di fronte a una delle sue prodigiose e geniali intuizioni e che rivelavano tutta la passione, l’impegno, la dedizione con la quale lui serviva questo Paese nel quale disperatamente credeva.

Ecco perché si indignava quando vedeva invece decadere o declinare la politica a strumento di potere o al servizio di interessi personali, e sognava di poter, in una fase nuova e più moderna, ricostruire un blocco sociale che potesse esprimere una politica che fosse degna di quella che aveva saputo ricostruire l’Italia.

Ecco perché, fino all’ultimo, la sua battaglia contro il presunto colpo di Stato non era una battaglia contro l’Europa, ma era una battaglia per riaffermare la forza del diritto che era stato violato attraverso un Regolamento che superava un Trattato e lui, richiamando tutti all’osservanza del diritto, ci ricordava come, senza una base giuridica non ci può essere una buona politica, e questo fino all’ultimo ha sognato e per questo fino all’ultimo si è battuto.

Ecco perché il mio rapporto con lui è stato così forte, così intenso, così lungo fino all’ultimo. L’ultima sera che sono stato a trovarlo a via Giulia era seduto su una poltroncina verde ormai vicino ai cent’anni, ma ancora vivace nello spirito e con la forza della sua voce, perché era un parlatore affascinante, seduceva e ti convinceva come voleva.

Ripensandoci, dopo, trovavi anche la forza interiore di dissentire rispetto ad alcune conclusioni che forse erano un po’ troppo azzardate. Ma lì per lì eri così catturato che lo seguivi fino in fondo e non eri capace di formulare una obiezione perché aveva un fascino, anche nel racconto, che era straordinario, così come la sua vivacità intellettuale.

Fino all’ultimo, con questa mente lucidissima, ha voluto cercare di dire a quelli che considerava i suoi allievi o i suoi amici che bisognava combattere perché non potevamo abbandonare il Paese a una politica come quella che oggi offre uno spettacolo non sempre edificante, uno spettacolo che avrebbe fatto giustamente indignare Guarino

Caro Professore ci sarebbe ancora tanto bisogno di lei, dei suoi consigli.

Io, quando sono stato investito da responsabilità di governo, mi consigliavo ancora di più con lui, e quanti consigli mi ha dato.

Non tutti li ho potuti seguire perché, diceva il professore Azzariti, i potenti, non che io sia un potente, non lo seguivano, ma, lo confesso, ho trovato difficoltà anch’io a farmi sentire quando mi facevo portatore delle proposte del professor Guarino.

È stato un grande servitore e grande uomo di Stato perché è stato un grande amante dell’Italia.

Ha fatto per l’Italia quello che lui avrebbe voluto che tutti noi potessimo fare e facessimo: impegnarsi per il progresso di questo Paese, per la sua modernizzazione nel rispetto del diritto e della legalità, ma con la forza di un ideale, di una visione e con la spinta di un rigore morale e di una partecipazione attiva di cui lui è stato un meraviglioso esempio.

 

Gianni Letta, Roma, novembre 2022.

 

 

 


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