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Un ricordo di Giuseppe Guarino (1922-2022)

di - 12 Dicembre 2022
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Oltre a qualche memoria personale, a mò di testimonianza, oso dire una cosa soltanto del Guarino giurista. La cultura giuridica italiana alta ha sofferto di un limite: non si è gran che cimentata con l’economia nei suoi rapporti col diritto. Ma vi sono le eccezioni.

Una eccezione è Giuseppe Capograssi. Marcello de Cecco ed io ardimmo inserire il saggio di Capograssi “Pensieri vari su economia e diritto” in una collana dedicata agli economisti abruzzesi. Con temerarietà accostammo Capograssi a Galiani, Ricci, Mattioli, Napoleoni, Caffè…

Un’altra eccezione è Guarino. Lo è per gli scritti scientifici sui temi che intrecciano le due discipline, il diritto e l’economia. Basti pensare alle sue polemiche riflessioni sull’Europa. Lo è per i suoi interventi da avvocato in controversie economiche di rilievo e per i suoi ruoli di ministro, delle finanze e dell’industria. La mia testimonianza a conferma è un viaggio di lavoro in Cina, nel 2005. Andrea ricorderà. La Banca d’Italia voleva capir qualcosa degli sviluppi recenti del diritto della Cina, che si avviava a diventare la prima economia del mondo. Oggi (2021) la Cina esprime il 19% del Pil del globo, gli Stati Uniti il 16%. Quindi una ristretta delegazione della Banca (con me, Magda Bianco e Monica Marcucci, bravissime) programmò la trasferta. Geppo volle unirsi a noi, ultraottantenne, a sue spese, impavido di fronte alla fatica del viaggio. Lo accogliemmo con convinzione: un poderoso rafforzamento del fronte strettamente giuridico del gruppo, pensammo. Accadde che nelle riunioni a Pechino con le autorità cinesi e con studi legali come Freshfields egli insisteva nel proporre quesiti e temi di…economia! Noi gli dicevamo “professore, sei qui per il diritto”, e lui: “Se si ignora l’economia non si capisce il diritto”. La missione fu per noi un divertimento, e un successo, anche grazie a lui, alla sua strepitosa curiosità, vivacità intellettuale.

Dalla Banca d’Italia avevo visto all’opera il Guarino avvocato in due drammatiche occasioni.

La prima fu l’accusa mossa nel marzo del 1979 da un magistrato penale alla gestione della vigilanza bancaria da parte del Governatore Baffi e del suo braccio destro e predestinato successore Mario Sarcinelli, uno dei più brillanti dirigenti di cui Via Nazionale si sia avvalsa nella sua storia. Il mandato per la loro difesa venne affidato a Vassalli quale penalista. Ma Guarino si spese a sostegno delle due persone e dell’Istituto. Oltre a integrare il consiglio legale di Vassalli sul fronte dell’ordinamento bancario si deve anche a lui se il Primo ministro chiuse nel giugno di quell’anno la dimensione amministrativa della vicenda: “La Banca d’Italia è popolarissima. Se Baffi si dimette prima delle elezioni, il suo partito le perderà”. La mia gratitudine di funzionario della Banca d’Italia per quanto Guarino fece per la Banca in quella occasione dura nel tempo perché quella ferita non si è mai chiusa, per noi della Banca d’Italia.

La seconda occasione è legata al Guarino avvocato di Via Nazionale di fronte alle pretese risarcitorie degli azionisti del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, il “banchiere di Dio”, come Sindona un autentico fuori-legge, la cui azienda di credito era caduta in dissesto nel 1982. Il Governatore Ciampi mi diede da leggere la comparsa stesa dal Professor Guarino. Lo fece sebbene io non fossi né uno dei legali né parte del servizio vigilanza della Banca. Seguì una riunione, che mi diede modo di vedere all’opera Guarino come grande avvocato. La sua comparsa difensiva argomentava che l’Ambrosiano era illiquido. Io obiettai che l’Ambrosiano, più che illiquido, era decisamente insolvente. Guarino spiegò che il magistrato competente in quel grado di giudizio – “quel” magistrato – aveva maggiore contezza della liquidità che non della solvibilità e che avrebbe su questa base accolto le ragioni della Banca d’Italia. Di fronte al mio insistere, aggiunse che egli avrebbe con successo speso l’argomento dell’insolvenza nel successivo, eventuale grado di giudizio, di fronte a un giudice diverso, più sensibile a questo profilo. Così andò.

Il mio rapporto stretto col professor Guarino, che si sarebbe poi trasformato in amicizia, risale tuttavia al luglio del 1992. Egli era ministro delle partecipazioni statali. Voleva privatizzare, vendere le partecipazioni ai privati raggruppandole in due grandi blocchi, detti megaholding: uno per l’industria, l’altro per la finanza e i servizi. In Banca d’Italia ero responsabile della ricerca, consigliere economico del Governatore. Il dottor Ciampi mi spedì da Guarino per conoscere le sue intenzioni, fornirgli dati, consigliarlo, frenarlo se necessario. Avemmo riunioni col ministro, un suo capo di gabinetto, Ruoppolo, e con Irti, Capaldo, Libonati. Il ministro era convintissimo. Scherzando gli dicevo che era eccitato come doveva esserlo Beneduce nel 1933: un Beneduce cambiato di segno. Ma lo avvertii che i maggiori capitalisti italiani non disponevano né dei danari né della forza imprenditoriale per rilevare IRI, ENEL, ENI, EFIM, grosse banche e assicurazioni, etc. D’altra parte, come poi è accaduto, vendere per piccoli lotti avrebbe sfarinato la grande industria e la finanza del Paese. A mio avviso il progetto era tanto originale quanto irrealizzabile. Dato che i maggiori capitalisti del Paese si contano sulle dita di una mano, gli suggerii una facile verifica: bastava incontrarli. Il ministro lo fece, il 7 luglio: convocò Agnelli con Romiti, Ferruzzi con Sama, De Benedetti, Tronchetti Provera. L’incomprensione che seguì, egli lo ha documentato in uno scritto del 1993, fu per lui davvero deludente. Comunque, l’11 luglio in tempi record egli stesso scrisse il decreto che trasformava gli enti di gestione in società per azioni, preludio alla vendita. Poi Guarino uscì dalla partita. Nell’intero periodo 1985-2009 le privatizzazioni ammontarono a 161 miliardi di euro (di cui 45 provenienti dall’IRI), l’11% del Pil del 2009. Nonostante ciò, sempre nel 2009 il debito pubblico superava il 117% del Pil. Oltre a non risolvere il problema del debito, la privatizzazione in piccoli lotti privò l’Italia dell’industria pubblica, mentre il manipolo dei grandi gruppi privati, già ristretto, si riduceva ulteriormente. Semplicemente, bisognava far funzionare l’IRI, come in passato era avvenuto. L’Italia oggi non è più sulla frontiera della tecnologia. Non ha più grandi imprese, salvo una che produce cioccolatini e una che produce montature per occhiali, né l’una né l’altra attività situate sulla frontiera del progresso tecnico suscettibile di diffondersi nell’economia. Guarino, quindi, poneva un problema reale circa il futuro delle industrie del Paese. Il problema permane, dopo che la produttività italiana è ferma da oltre un ventennio.

Concludo sull’amicizia. Nonostante la differenza d’età l’abbiamo coltivata per oltre vent’anni. Abitavamo in due edifici l’uno di fronte all’altro. Oltre a innumerevoli incontri di studio, conferenze, convegni, pranzi e cene, chiacchierate all’Argentario e a Santa Marinella, anche questa prossimità rendeva frequenti le passeggiate nel centro di Roma: “Andiamo a camminare, tu non cammini”, telefonava.

Non posso, non devo, accennare a quanto ci dicevamo sul piano politico o attorno alle personalità che egli aveva conosciuto. Mi limito a ricordare che era sempre più propenso a parlarmi del suo passato accademico. Evocava con passione i maestri e i colleghi dell’università, della sua brillante affermazione nell’università. Per un Guarino in età avanzata e nel momento dei bilanci il successo quale cultore della scienza del diritto ancora dominava rispetto al successo forense e a quello politico. Vedeva come primo nucleo della classe dirigente chi eccelleva negli studi. Quella idea si è nel tempo rarefatta.


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