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Recensione a N. Acocella, L’unione economica e monetaria europea. Fondamenti, politiche, opzioni attuali, Carocci, Roma 2019

di - 3 Luglio 2020
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Questo libro offre una descrizione analitica approfondita dell’unione d’Europa sotto i profili istituzionale e del risultato economico. Esprime una valutazione, prevalentemente critica, sotto entrambi gli aspetti. Propone linee di riforma. Il volume si distingue per organicità, completezza, chiarezza espositiva, oltre che per la padronanza delle dimensioni di teoria economica del problema europeo.
La descrizione è estremamente accurata, utile anche a chi avesse vissuto, o seguito, il configurarsi nel tempo degli attuali assetti. L’unione è questa, come è emersa attraverso le vicende politico-istituzionali ripercorse con rigore nel libro.
Nella valutazione si deve distinguere nettamente la moneta, l’euro, dalle politiche economiche che sono state attuate.
L’euro è un’ottima moneta, con fiducia domandata e detenuta, anche internazionalmente. Rispetto al dollaro si è durante lunghe fasi apprezzata – da 0,9 dollari del 2002 al picco di 1,6 del 2009 – per poi discendere da 1,4 nel 2014 all’attuale 1,1 a causa della politica monetaria troppo a lungo espansiva della BCE. La quota dell’euro nelle riserve valutarie internazionali non è mai scesa sotto il 20%, con punte del 25% nel 2003 e nel 2011, mentre la quota del dollaro fletteva dal 70% del 1999 all’attuale 62%. Si consideri che il peso dell’euroarea nel prodotto mondiale supera appena il 10%.
Soprattutto, l’euro ha contribuito a dare all’economia dell’area prezzi stabili, tassi dell’interesse moderati, più stretta integrazione nei movimenti di merci, lavoro, capitali. Il problema non è l’euro. Rinunciarvi sarebbe oltremodo costoso. La critica alla politica della domanda globale attuata nell’area è fondata anche perché le opportunità strutturali dischiuse dall’euro non sono state interamente colte.
Negli ultimi due decenni la crescita del Pil dell’area ha superato a stento l’1% l’anno. E’ stata frenata dalla domanda interna, in presenza di alta disoccupazione (compresa fra il 7,5% del 2007 e il 12% del 2013) e di avanzi di bilancia dei pagamenti di parte corrente (saliti da 60 miliardi di dollari nel 2009 a quasi 500 oggi, ovvero dallo 0,4 al 3,5% del Pil).
La politica di bilancio ha ridotto il disavanzo aggregato dei paesi membri rispetto al Pil dal 3,2% del 2003 allo 0,7% alla vigilia della recessione che nel 2009 vedeva il prodotto dell’area cadere del 4,5%. Il disavanzo è stato ridotto di nuovo, dal 3,7% del 2012 all’attuale 0,8%. Lo si è deciso sebbene i rischi di deflazione fossero palesi e l’attività produttiva versasse almeno dal 2017 in netto rallentamento verso la crescita zero prevista per il 2020. Specialmente irresponsabile è stato il taglio degli investimenti pubblici, ad alto moltiplicatore, dal 3,7% del 2009 a poco più del 2% nel 2019.
Anche la politica monetaria è stata prudente fino all’ottobre del 2008. Solo allora, un mese dopo il fallimento Lehman, vennero ridotti i tassi di policy che la BCE aveva inopportunamente innalzato, dal 4 al 4,25%, nel luglio dello stesso anno, poche settimane prima del crollo dell’istituto americano allorché, almeno dal dissesto in marzo di Bear Stearns, i segni dell’instabilità finanziaria erano manifesti. La politica monetaria è diventata di nuovo restrittiva fra l’estate del 2012 e l’estate del 2014, quando la base monetaria è stata abbattuta da 1,8 a 1,2 miliardi di euro mentre l’inflazione al consumo scemava dal 2,5% l’anno del 2012 allo 0,2% del 2015. I vertici della BCE avrebbero dovuto opporsi fino a minacciare le dimissioni di fronte al rifiuto dei governi di attuare la politica di bilancio espansiva – incentrata sugli investimenti – che avrebbe potuto sostenere la domanda. Quegli stessi politici consentivano alla banca centrale, anche ai limiti del suo statuto, di attuare un’espansione monetaria che tuttavia era manifestamente inadeguata a superare, da sola, la pesante fase depressiva. Il quantitative easing degli ultimi anni non ha avuto positivi effetti diretti sulla domanda globale. I bassi tassi d’interesse hanno, alla lunga, intaccato gli utili da intermediazione creditizia delle banche, drogato le borse, provocato bolle immobiliari nella stessa Germania, eccitato la reazione protezionistica degli Stati Uniti di fronte alla svalutazione competitiva dell’euro.
L’Italia soffre in primo luogo nella produttività: bassa accumulazione di capitale, carenza di innovazione, vuoto di progresso tecnico. Nondimeno, il ristagno europeo e le regole europee sugli investimenti pubblici hanno contribuito al periodo più nero attraversato nel nuovo secolo dall’economia italiana in tempi di pace.
Cosa cambiare in Europa? Fondamentalmente, una delle regole di bilancio e il mandato della banca centrale.
Va ammessa la golden rule, escludendo i veri investimenti pubblici dal calcolo dei disavanzi sottoposti a vincolo. Come Keynes suggeriva, i bilanci devono essere in tendenziale equilibrio, per evitare il dilatarsi del debito pubblico, destabilizzante. Ma nella composizione il bilancio deve valorizzare gli investimenti in infrastrutture, materiali e immateriali, contenendo le spese correnti. Sotto determinate condizioni gli investimenti in ampia misura si autofinanziano, essendo il loro moltiplicatore molto elevato, ampiamente superiore allo stesso incremento del risparmio pubblico con cui, almeno in parte, coprirli: “Public investment shocks bring about a reduction in the public-debt-to-Gdp ratio during periods of low growth because of the much bigger boost in output (by about 1,5% in the same year and by 3 per cent in the medium term)” (IMF, World Economic Outlook, Washington, October 2014, p. 82).
Lo statuto della Bce va emendato in tre aspetti (P. Ciocca, Stabilising Capitalism. A Greater Role for Central Banks, Palgrave Macmillan, London 2016): “doppio mandato”, come nella Fed per la stabilità non solo dei prezzi ma altresì dell’occupazione; stretta complementarità strategica fra politica monetaria e supervisione bancaria, mentre oggi all’interno dell’istituto il Consiglio direttivo può solo obiettare alle specifiche proposte del Consiglio di vigilanza; facoltà di sottoscrivere i titoli di uno stato membro che venissero razionati dal mercato sebbene le finanze di quello stato siano, a parere della BCE, in equilibrio.
A soluzioni come queste e ad altre ancora, fra cui alcune prospettate nel libro, si oppone in particolare la Germania. L’impostazione generale della politica economica europea è stata fortemente condizionata dalla Germania. L’azione di bilancio tedesca ha inoltre dato l’esempio in negativo. Seppure incapace di sventare il crollo del prodotto nel 2009 (-5,6%) il disavanzo pubblico era salito al 4,2% del Pil nel 2010. In un contesto scevro di rischi inflazionistici veniva azzerato nel 2012-2013 per volgersi addirittura in attivo dal 2014 al 2019. Ancor più grave è che, mentre nel paese le esigenze di manutenzione delle infrastrutture montavano (solo il 12,5% dei ponti è sicuro), al netto dell’ammortamento gli investimenti pubblici erano nulli o negativi. Ciò avveniva in un periodo in cui il tasso di accumulazione complessivo del capitale oscillava sul 19% del Pil mentre il risparmio nazionale saliva dal 22 al 28% del Pil. Al di là della competitività del made in Germany, ne scaturivano costanti surplus nei pagamenti correnti con l’estero, saliti dall’1,4% del Pil nel 2003 al 7/8% degli ultimi anni. La cessione al resto del mondo delle risorse reali inutilizzate all’interno si risolveva in una posizione del paese verso l’estero che da pareggiata nel 2002 diveniva creditoria sino a sfiorare il 70% del Pil. I rischi assunti dagli investitori tedeschi sui loro impieghi esteri si traducevano in perdite per centinaia di miliardi di dollari. La crescita dell’economia non superava l’1,3% l’anno, essendo la domanda interna inadeguata rispetto alla capacità produttiva.
Dal punto di vista strettamente economico la politica dei governi tedeschi che si sono succeduti nell’ultimo ventennio appare priva di senso. Vanno chiarite le ragioni per le quali una siffatta politica è stata attuata e se l’intenzione è di continuare lungo questa strada, in aperta collisione con le esigenze di crescita dell’economia europea e segnatamente di quella italiana. Non è più accettabile che l’economia europea si sviluppi meno del potenziale, come è avvenuto negli ultimi venti anni.
L’unione monetaria ed economica è irrinunciabile. E’ auspicabile un dibattito approfondito fra i politici e gli economisti, affinché in Europa bilancio pubblico e moneta siano governati così da mantenere la domanda globale in linea con la capacità produttiva, prevenendo sia l’inflazione sia lo spreco di risorse.
A questo dibattito il volume di Acocella può recare un prezioso contributo.


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