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Tra Usa e Cina: dove va l’economia mondiale?

di - 25 Marzo 2020
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Al tempo stesso la società cinese, coronavirus a parte, è affetta da forti squilibri, che potrebbero esplodere bloccando la crescita:

  1. Sono profondi i divari regionali e fra città e campagna. Il reddito pro-capite di chi vive nella parte costiera orientale del Paese è anche quattro volte più alto di quello di chi vive nelle regioni interne e occidentali. Fra i redditi della città e quelli della campagna il rapporto supera 3 a 1, sebbene 10 milioni di contadini all’anno si spostino nei grandi centri urbani, con o senza permesso di residenza.
  2. La disuguaglianza dei redditi individuali è fra le più spinte al mondo. L’1% dei più ricchi detiene un terzo della ricchezza privata del Paese. Jack Ma, di Alibaba, è solo uno tra i non pochi cinesi miliardari, con un patrimonio di oltre 30 miliardi di dollari. Pensione, casa, igiene e sanità, istruzione per tutti restano un problema aperto.
  3. La questione ambientale è drammatica. Aria e acqua sono inquinatissime, anche perché l’automobile sostituisce la bicicletta e l’uso del carbone, di cui la Cina abbonda, è ancora pari al 70% delle fonti d’energia utilizzate.
  4. Alti prezzi delle case, alto indebitamento delle imprese, alti rischi delle banche che le finanziano costituiscono fattori d’instabilità che possono minare lo sviluppo provocando gravi crisi.
  5. La corruzione è diffusa, radicata, un male antico della Cina. Al di là dell’aspetto morale, non favorisce la crescita dell’economia.

Il potere risiede nel Partito Comunista ed è oggi concentrato nelle mani del leader Xi Jinping. Nel 2018 un emendamento della Costituzione ha addirittura richiamato “il pensiero di Xi Jinping per la nuova era del socialismo con speciali caratteristiche cinesi”. Il leader è un colto tecnocrate laureato in chimica, ben consapevole degli squilibri, che programma di superare. Riuscirà?
Irrisolti, gli squilibri sono tali da innescare tensioni e spinte centrifughe che possono sconvolgere la società cinese. Dal Primo Impero Qin del 200 a. C. la Cina è stata scossa decine di volte da rivolte popolari e guerre civili che ne hanno frenato o distorto lo sviluppo.
Ma nemmeno l’economia americana è esente da debolezze, che tendono anzi ad acuirsi.
Dopo la crisi finanziaria del 2008 la crescita del prodotto è scesa al disotto del 2% l’anno (un terzo del ritmo cinese). Il tasso di disoccupazione è sui minimi storici (3,5%): non c’è riserva di lavoro e Trump vuole bloccare l’immigrazione. La dinamica della produttività ha fortemente rallentato, nonostante il ricorso alle nuove tecnologie. In rapporto al prodotto gli investimenti non mostrano di salire oltre il 20%, la metà della Cina. Il risparmio familiare scarseggia e i conti con l’estero sono in strutturale disavanzo. Per questo, il debito degli USA verso l’estero è arrivato a 11 trilioni di dollari. Anche il bilancio della Pubblica Amministrazione è in passivo, con un disavanzo pari al 5% del prodotto. Nonostante i bassi tassi d’interesse degli ultimi dodici anni il debito pubblico supera il 100% del prodotto ed è previsto eccedere il 115% nel 2024. Anche negli Stati Uniti la distribuzione della ricchezza è molto sperequata: l’1% degli americani più agiati detiene il 40% della ricchezza privata totale. Oltre che tra ricchi e poveri forti divari di mezzi e di opportunità esistono fra bianchi e neri, uomini e donne, stato e stato.
Dal punto di vista economico-sociale sarà quindi decisiva la capacità della Cina e degli Stati Uniti di avviare a superamento i rispettivi squilibri. Ne dipenderà il rapporto di potere geopolitico fra i due paesi, ma, data la loro dimensione, anche la sorte futura dell’economia mondiale. Le tensioni Cina-USA esalterebbero la minaccia alla crescita insita nell’iniquità, nell’instabilità, nell’inquinamento, le contraddizioni di fondo della moderna economia di mercato capitalistica.

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