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Tra Usa e Cina: dove va l’economia mondiale?

di - 25 Marzo 2020
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Grazie al progresso dei paesi asiatici più popolosi, segnatamente Cina e India, nel mondo la produzione dal 2000 cresce del 3/4% l’anno. Questo ritmo è storicamente secondo solo al 5,3% toccato nel 1950-1973. La povertà estrema, pur persistendo, si riduce. Gli esseri umani condannati a sopravvivere con poco più di un euro al giorno, da due miliardi nel 1990, sono scesi a 600 milioni e si prevede che diminuiranno a meno di 500 milioni nel 2030, concentrati nell’Africa Subsahariana.
Ma da sempre i popoli, le nazioni, gli Stati si fronteggiano per la primazia geopolitica, per il potere nel mondo.
La forza dell’economia è parte importante in questo giuoco.
Dalla seconda grande guerra uscirono dominanti gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Non solo gli sconfitti, ma anche il Regno Unito tra i vincitori, vennero ridimensionati: in Inghilterra il razionamento alimentare durò fino al 1954.
Negli anni Sessanta gli USA arrivarono a esprimere il 30% del prodotto mondiale. La quota del loro sfidante, l’Urss, era del 10%, che saliva al 15% con l’aggiunta dei paesi satelliti dell’Europa dell’Est.
Per quasi cinquant’anni le due potenze nucleari furono le protagoniste della guerra fredda, fino al crollo e allo smembramento dell’Urss che Gorbaciov non riuscì a evitare nel 1990-1991. Oltre alle inefficienze di una pianificazione oltremodo accentrata, l’economia sovietica venne colpita negli anni Ottanta dagli alti tassi d’interesse e dal calo dei prezzi dell’oro e del petrolio: di oro e petrolio l’Urss abbondava, mentre aveva bisogno di grandi investimenti che gli alti tassi dell’interesse rendevano costosi.
La Russia di Putin resta un colosso militare con ambizioni di rivincita, ma supera appena il 3% del prodotto mondiale, meno del Giappone (4%) e come la Germania, militarmente deboli.
Il vero sfidante degli Stati Uniti è ormai la Cina. La Cina è tornata la grande potenza, economica e militare, che fu in un lontano passato.
Per la sua enorme popolazione ma anche per il progresso tecnico la Cina era stata per secoli il primo produttore al mondo. Al di là della polvere da sparo, della bussola, della carta, della carta–moneta, della stampa furono avanzatissimi i settori del ferro, del tessile, della marina, delle grandi infrastrutture fra cui l’irrigazione, i ponti, le vie fluviali, i porti.
Emblema della superiorità cinese furono le sette spedizioni della “flotta dei tesori” che fra il 1405 e il 1433 il massimo imperatore della dinastia Ming – Zhu Di, detto Yongle (Gioia Sempiterna) – affidò all’eunuco reale, musulmano, Grande Ammiraglio Zheng He. Fino a oltre 300 possenti navi (una decina di volte più grandi della Santa Maria di Cristoforo Colombo nel 1492) e oltre 30 mila uomini vennero lanciati alla colonizzazione dei territori dell’Oceano Indiano, del Golfo Persico, dell’Africa Orientale, del basso Egitto. Morto Yongle (nel 1424), a corte i mandarini prevalsero sugli eunuchi. La Cina rinunciò al dominio dei mari, lasciandolo a portoghesi, spagnoli, inglesi, olandesi. Per i mandarini le spedizioni erano “utili solo alle compere per le concubine dell’harem imperiale”, beni di lusso e curiosità come ostriche e giraffe. La costruzione delle grandi navi venne addirittura proibita. La Cina non aveva nulla da ricevere e da imparare e nel Seicento si chiuse all’Occidente, forse perché gli statisti cinesi, come quelli giapponesi, “sospettarono di moventi politici le attività religiose dei missionari cristiani d’Occidente” sebbene in passato li avessero accolti (A. Toynbee, Il mondo e l’Occidente, (1953), Sellerio, Palermo 1993, p. 63).
Il picco della produzione cinese in volume venne raggiunto intorno al 1820: circa un terzo di quella mondiale, quando i cinesi erano 400 milioni, il 37% dell’umanità, e il loro reddito pro-capite (circa 600 dollari l’anno di oggi) era quindi poco al disotto della media mondiale.
Al decadimento economico, politico e militare del Celeste Impero contribuirono le “Guerre dell’Oppio”, scatenate e vinte contro una Cina male armata dall’Inghilterra nel 1839-1842 e poi di nuovo dall’Inghilterra e dalla Francia nel 1856-1860. Senza successo la Cina si era opposta all’importazione della micidiale droga. Le potenze coloniali occidentali le imposero di accettare le loro merci, oppio del Bengala compreso. Un alto funzionario scrisse in quegli anni che “il Celeste Impero permette la vendita di tè e di rabarbaro che servono a tenere in vita i popoli di quelle nazioni straniere le quali non dimostrano alcuna gratitudine, ma contrabbandano, invece, l’oppio che avvelena il nostro paese”.
Quando Mao Zedong nel 1949 fondò la Repubblica Popolare il prodotto della Cina era sceso al 5% di quello mondiale e il reddito pro-capite dei cinesi era sceso al miserrimo livello di 450 dollari di oggi all’anno, come mai era avvenuto dalla nascita di Cristo. Era la fame.
Fra tentativi ed errori – errori “sempre nuovi” ! – e fra inefficienze e violenze la Cina comunista portò il reddito pro-capite a 840 dollari negli anni Settanta, ma la quota cinese sul prodotto mondiale restò irrisoria, sul 5%.
Dopo la morte di Mao (1976) Deng Xiaoping e i suoi successori (Jiang Zemin, Hu Jintao e, dal 2012, Xi Jinping) hanno introdotto elementi di libera iniziativa e di mercato, trasformando l’economia pianificata in una sorta di economia mista, seppure con incerti confini fra pubblico e privato.
Dal 1978 – quando Deng avvia il nuovo processo – al 2020 il prodotto della Cina è cresciuto di 15 volte, ovvero del 7% l’anno, rispetto al 2,7% degli Stati Uniti. La Cina è oggi il primo produttore al mondo di manufatti, cereali, carne, pesce, frutta, verdure, patate, riso, tè, piombo, zinco, stagno, alluminio, oro, carbone, altre fonti d’energia. Il reddito pro capite dei cinesi è tornato sulla media del globo, per una popolazione di 1,4 miliardi di persone. Fa capo alla Cina più del 10% delle esportazioni mondiali. La Cina ha un cospicuo attivo nella bilancia dei pagamenti, a cui corrispondono crediti netti verso l’estero stimati in 4 trilioni di dollari. Gran parte di questi crediti sono debiti degli Stati Uniti. La nuova “Via della Seta” rappresenta un’ulteriore sfida al resto del mondo.
Gli Stati Uniti si sentono minacciati, incapaci come sono di competere. Il Presidente Trump risponde mettendo dazi all’importazione delle merci cinesi e al tempo stesso cerca di trattare.
Nel più lungo periodo la partita economica fra i due paesi dipenderà in primo luogo dal se lo sviluppo cinese, pur rallentando, continuerà a superare quello americano.
La crescita della produzione cinese è in effetti diminuita dal 10% l’anno nel 2002-2010 all’attuale 6%. Tuttavia nelle previsioni, pur potendo scendere ancora, continuerà a superare ampiamente quella degli Stati Uniti, per più ragioni.
L’economia cinese non è ancora sulla frontiera dell’efficienza – in specie nelle grandi imprese pubbliche – e ha ancora 200 milioni di lavoratori, un quarto della forza-lavoro, addetti all’agricoltura, dove la produttività è più bassa. Nell’intera economia la produttività è quindi destinata a salire a mano a mano che gli addetti  diminuiranno in agricoltura e aumenteranno nell’industria e nel terziario. La Cina ha investimenti e risparmi dell’ordine del 45% del prodotto: un tasso di accumulazione del capitale elevatissimo. Le tecniche più avanzate – ICT, robotica, intelligenza artificiale, big data, industria 4.0 – sono già applicate nelle produzioni cinesi e si stanno diffondendo. Nell’insieme l’economia dispone di rilevanti possibilità di mantenere accesi i tre motori dello sviluppo: lavoro, capitale, progresso tecnico.

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