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Pierluigi Ciocca, Recensione a L. Segreto, L’economia mondiale dopo la guerra fredda, il Mulino, Bologna, 2018.

di - 4 febbraio 2019
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C) Quale Europa?
A questo contesto l’Unione Europea arriva indebolita. La perdita dell’Inghilterra è politicamente e militarmente gravissima. L’economia dell’Euroarea non brilla.
Il problema economico europeo non è l’euro, ottima moneta. Il problema è l’assenza di un governo coordinato della domanda globale che realizzi la piena occupazione.
La crescita di lungo periodo del Pil dell’Euroarea è stata limitata a un mediocre 1,4% l’anno proprio dalla carenza di domanda. Ciò è confermato da una disoccupazione intorno al 10% e dal tendenziale avanzo nei conti con l’estero.
Occorre quindi orientarsi in due direzioni:
a) La banca centrale va rafforzata. Oltre alla stabilità dei prezzi, il suo mandato andrebbe esteso a: i) pieno impiego; ii) tenuta con ogni mezzo del sistema bancario; iii) possibilità di finanziare uno stato membro che, pur avendo i conti in ordine, venga razionato sul mercato dei titoli.
b) In finanza pubblica si dovrebbe sostituire l’attuale rigore alla Hayek – equilibrio di bilancio e basta – con il rigore alla Keynes: equilibrio di bilancio unito a investimenti pubblici produttivi. Quanto al coordinamento fra i paesi membri, occorrono più investimenti pubblici nei paesi in surplus, meno spese correnti nei paesi in deficit. Come Keynes ha chiarito, l’investimento pubblico, oltre a favorire la produttività, ha un moltiplicatore della domanda doppio (1,5>0,7) rispetto al de-moltiplicatore del risparmio pubblico. E’ allora possibile pareggiare il bilancio e bloccare il debito contenendo la spesa corrente e l’evasione, al tempo stesso accrescendo il reddito con buoni investimenti pubblici. In ampia misura essi si autofinanziano, ma le regole europee devono ammettere la golden rule.
Solo un’Europa coesa può essere grande potenza per la pace, influire su in particolare su Stati Uniti e Cina affinchè moderino i loro contrasti evitando che sfocino nel disastro nucleare.

D) Le crisi.
L’ultimo grande tema suscitato nel libro di Segreto è quello delle crisi: reali, finanziarie, evitabili, governabili?
Le economie di mercato capitalistiche restano intrinsecamente esposte all’instabilità, sia reale (Keynes diceva “rischio del debitore”, dell’imprenditore che investe) sia finanziaria (Keynes diceva “rischio del creditore”, che presta danaro all’imprenditore). Storicamente, le crisi sono state più spesso di origine reale con ricadute finanziarie e quindi ulteriori ripercussioni reali.
Questo è vero anche per la crisi americana del 2008-2009. Allo svilimento dei salari, schiacciati dalla concorrenza cinese, le amministrazioni Clinton e Bush risposero favorendo l’acquisto della casa con mutui ipotecari contratti dai meno abbienti. L’ascesa e poi la discesa dei prezzi degli immobili si estesero all’intero territorio del paese, come non era mai avvenuto prima. Ciò vanificò la diversificazione dei rischi bancari attraverso la varianza territoriale dei prezzi. Concorsero la politica monetaria restrittiva; l’inefficienza delle autorità di vigilanza; l’incoerenza di salvare Bear Stearns a marzo del 2008, far fallire Lehman il 15 settembre, salvare AIG due giorni dopo!
Vi saranno altre crisi. Prevederle e prevenirle è difficile.
Sarebbero d’aiuto regole che limitino i rischi; una supervisione efficace; un credito d’ultima istanza che eviti i fallimenti a catena; il governo “keynesiano” della domanda globale.
Non sempre le risposte legislative alla crisi del 2008 sono andate nella giusta direzione.
In Europa si è alfine giunti a riavvicinare politica monetaria e vigilanza presso la BCE. Lo si è fatto tuttavia in modo parziale e per certi aspetti confuso. Soprattutto, sia alla BCE sia alle banche centrali nazionali è vietato di finanziare aziende di credito e altri intermediari insolventi, anche se il contagio è probabile.
Ancor più grave è che negli Stati Uniti il Dodd/Frank Act del 2010 abbia privato la Fed della possibilità di finanziare persino “in unusual and exigent circumstances individuals, partnerships, and corporations”, possibilità che era prevista dalla Section 13(3) del vecchio statuto della Fed alla condizione che la carta riscontata fosse “indorsed or otherwise secured to the satisfaction of the Federal Reserve”. Proprio questa discrezionalità, prevista per evitare il contagio, non venne esercitata nel caso Lehman, col disastro che ne seguì. Rimuoverla è stato un errore. Andava, invece, tutelata e rafforzata dalla legge.

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