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Per una diversa politica economica europea

di - 30 ottobre 2018
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1) La scontata premessa è il consolidamento istituzionale dell’Unione Europea. Fuori dell’Unione la stessa Germania sarebbe un nano economico, quindi geopolitico. Il Pil tedesco supera appena il 3% del Pil mondiale. L’Europa dell’euro, se coesa, col suo 11% può invece avere un peso.

2) Il problema economico europeo non è l’euro. L’euro è un’ottima moneta, anche internazionalmente domandata. Ha favorito l’interscambio, stabilizzato i prezzi, calmierato i tassi d’interesse. Se l’euro venisse meno, tutti i paesi aderenti ne risentirebbero. Per l’Italia l’uscita dall’euro – ammesso che sia giuridicamente possibile senza uscire dall’Unione – sarebbe disastrosa. Il reddito e il patrimonio degli italiani subirebbero perdite per centinaia se non migliaia di miliardi.

3) Il problema economico europeo è piuttosto nell’assenza di un governo coordinato della domanda globale dell’area che assicuri la piena occupazione e giustifichi la crescita del prodotto. Accumulazione di capitale e produttività, i motori della crescita di trend dal lato dell’offerta, dipendono da fattori strutturali interni a ciascuna economia. Ma la domanda – necessaria anche se non sufficiente – dipende in notevole misura dalle regole comuni dei saldi della finanza pubblica, dalla composizione dei bilanci dei paesi membri, dall’azione della banca centrale.

4) I risultati dell’Euroarea, dalla nascita, non sono brillanti. La crescita media annua del Pil (1,5%) è stata inferiore a quella degli stessi paesi negli anni Novanta, a quella degli Stati Uniti, a quella mondiale. Che sia stata limitata anche dal lato della domanda, oltre che dal lato dell’accumulazione e della produttività, emerge da due dati: disoccupazione media intorno al 10% e avanzo dei conti con l’estero, concentrato nella Germania ma elevato e crescente dal 2012 nell’intera area, Italia compresa. Alla bassa crescita e allo spreco del risparmio disponibile si è unita l’incapacità di contrastare il crollo ciclico del Pil dell’area nel 2009 (- 4,5%) e di prevenire una seconda recessione (-1%) nel 2012-2013.

5) Tutto ciò è avvenuto in presenza di un bilancio pubblico al netto del ciclo costantemente in disavanzo nell’intera area e (dal 2001 al 2011) persino in Germania. Negativo per la stabilità finanziaria dell’area è che il debito pubblico complessivo sia stato in aumento, avvicinando il 100% del Pil, con le punte di Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia.

6) Fra i principali paesi la responsabilità ricade soprattutto sulla Germania, per la limitata espansione della domanda, e sull’Italia per il debito pubblico. I governi tedeschi negli ultimi anni hanno volto i disavanzi di bilancio addirittura in avanzo (oggi quasi 2% del Pil). Lo hanno fatto anche riducendo gli investimenti, con depauperamento delle infrastrutture. I governi italiani hanno mancato di incidere sugli sprechi e sugli eccessi nella spesa per forniture, appalti, trasferimenti (un insieme di uscite pari a 250 miliardi), come pure sulla scandalosa evasione (stimata fino a 150 miliardi). Hanno concorso lo scadimento delle opere pubbliche, le strutture mai riformate, il Sud, l’improduttività delle imprese.

7) La diversa politica macroeconomica europea che alla luce di questi fatti s’impone dovrebbe orientarsi lungo tre direzioni:
a) Un mio auspicio da antiquato banchiere centrale è che la BCE fronteggi, oltre a inflazione e deflazione, gli altri focolai d’instabilità. La banca centrale va rafforzata. Va chiamata ad adempiere con pragmatica discrezionalità un mandato che ricomprenda: i) piena occupazione; ii) tenuta del sistema bancario; iii) possibilità di finanziare uno stato membro qualora esso, pur avendo i conti in ordine, venga razionato nel mercato dei titoli. Occorrerebbe passare a una banca centrale tipo Banca d’Italia o Federal Reserve, entrambe peraltro vecchia maniera, quali erano prima della orrenda legge sul risparmio del dicembre 2005 e del Dodd-Frank Act statunitense del 2010. Per limitare il rischio che la banca discrezionalmente assume, la sua esposizione può contenersi nel capitale proprio.
b) Ancor più importante è la politica di bilancio. In finanza pubblica si dovrebbe sostituire l’attuale rigore alla Hayek – equilibrio di bilancio e basta – con il rigore alla Keynes. Keynes aborriva il debito, perché destabilizzante, e quindi auspicava anch’egli l’equilibrio del bilancio. Ma proponeva che la composizione del bilancio fosse imperniata, non sulla spesa corrente o sullo scavare le buche, bensì sull’investimento produttivo: unico antidoto, questo, alla variabilità dell’investimento privato e alla disoccupazione che le volubili aspettative e gli “spiriti animali” dei privati provocano. Quanto al coordinamento fra i paesi membri, un ministro delle finanze europeo è prematuro. Basterebbe che l’Ecofin applicasse un criterio keynesiano stile Bretton Woods: più investimenti pubblici dei paesi in surplus, meno spese correnti dei paesi in deficit.
c) Il terzo elemento riguarda in modo più specifico i buoni investimenti pubblici. Sono stati tagliati quasi ovunque, non solo in Germania. Per la tutela dei beni, della salute, della vita stessa delle persone è essenziale la manutenzione delle infrastrutture fisiche, la messa in sicurezza del territorio, la cura dell’ambiente. Sotto il profilo economico gli investimenti pubblici hanno un duplice effetto positivo sull’economia. Moltiplicano la domanda – in una misura doppia (stimo 1,5 contro 0,7) rispetto alla spesa corrente e alla detassazione – e favoriscono la produttività del sistema. Grazie all’incremento del reddito e quindi del gettito fiscale che generano, nel tempo per tre quarti si autofinanziano. E’ allora possibile pareggiare il bilancio frenando la spesa corrente o aumentando il gettito fiscale, al tempo stesso accrescendo il reddito con l’investimento pubblico. E’ questione di dosaggio. Ne consegue l’opportunità di esentare la spesa in conto capitale dai vincoli di Maastricht. La cosiddetta golden rule – l’avvio di una spesa in conto capitale anche in disavanzo – va ammessa e praticata.

8) Una diversa politica economica europea trova ostacolo nel neomercantilismo della Germania, al di là della ideologia ordo-liberale e della ristretta concezione della banca centrale ivi prevalenti.
Il contenimento della domanda interna che Berlino da tempo  attua, con restrizioni di bilancio estese al taglio degli investimenti pubblici, ha inflitto all’economia tedesca un progresso del Pil almeno di un punto all’anno inferiore al potenziale, un avanzo della bilancia dei pagamenti di parte corrente divenuto abnorme (300 miliardi di dollari),  una altrettanto smodata posizione creditoria netta verso l’estero (2mila miliardi di dollari). Dal punto di vista economico una strategia siffatta è priva di senso, masochistica. Ha frenato la crescita europea, ma è stata costosissima per gli stessi cittadini tedeschi. In Germania ne sono derivate per centinaia di miliardi di euro perdite di Pil, cessioni al resto del mondo di risorse sottratte agli impieghi interni, minusvalenze sugli investimenti esteri di portafoglio. Forse ciò spiega, insieme con l’immigrazione, la reazione sociale sfociata nelle sconfitte elettorali degli ultimi mesi della coalizione di governo, nel ridimensionamento di una illustre statista come Angela Merkel.
La classe dirigente tedesca dovrebbe acquisirne consapevolezza, nell’interesse della Germania, oltre che dell’Europa. I partners dovrebbero formalmente chiedere alla Germania se la sua politica è coerente con una Europa che sia unita fra pari.


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