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Amadeo Giannini, banchiere

di - 26 ottobre 2018
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Prima dell’uscita di due recenti libri – G. Crapanzano, Amadeo Peter Giannini. Il banchiere che investì nel futuro, Graphofeel, Roma, 2017 e G. A. Chiarva, Il banchiere Galantuomo. Amadeo Peter Giannini da emigrante a padrone del mondo, Gangemi, Roma, 2018 – della storia di una banca commerciale come la Bank of America sapevo quello che un ex banchiere centrale non può non conoscere: la cessione della controllata Banca d’America e d’Italia alla Deutsche Bank, per coprire le perdite accusate nel 1986-1987 sull’esposizione verso l’America Latina; nel 1994 il balzo dimensionale attraverso l’assorbimento della Continental Illinois, a dieci anni dal suo dissesto, che molto aveva preoccupato la stessa Banca d’Italia per il rischio di contagio (fu la prima banca a essere definita too big to fail); la fusione nel 1998 con la Nations Bank Corporation di Charlotte, North Carolina, che portò gli sportelli a quasi 5mila; l’acquisizione di Merrill Lynch, imposta dalle autorità di vigilanza e sostenuta dagli aiuti governativi TARP, nella crisi del 2008; le recenti vicende giudiziarie seguite alla vendita di titoli “tossici”; da ultimo, il fatto che Bank of America, con un attivo di 2,5 trilioni di dollari, attualmente è negli Stati Uniti seconda solo a JP Morgan Chase ed è la nona banca al mondo.

Ancora, sapevo che questo colosso, creato nel 1930, traeva origine dalla Bank of Italy, sorta nel 1904 in California. Ma si conosceva meno del fondatore, Amadeo Peter Giannini, nato nel 1870 da emigrati liguri a San Jose, centro della moderna Silicon Valley, scomparso nella sua magione di Seven Oaks – oggi trasformata in albergo – nel 1949. Ora, grazie a questi libri, la lacuna è colmata.

E’ da sottolineare in punto di storia macroeconomica quale fosse allora l’ambiente che a Giannini offrì le opportunità da lui colte con grande  capacità imprenditoriale. I tratti essenziali dell’economia americana nella prima metà del Novecento, quando Giannini vi operò, possono essere ricondotti alla congiunzione di due profili strutturali: un sistema bancario pessimo e un sistema produttivo ottimo.

Il sistema bancario statunitense era affetto da gravi carenze, che solo le riforme di Roosevelt negli anni Trenta avviarono a superamento. Il sistema era pletorico, frammentato, con gestioni spesso improvvisate e speculative, mal superveduto. Tra la fine dell’Ottocento e il 1914 il numero delle banche commerciali – escluse le casse di risparmio e le ditte bancarie private – si aggirò intorno alle 25mila, per poi arrivare a superare l’assurdo tetto delle 29mila nel 1921. Nel 1914 il 70% delle banche erano autorizzate, e vigilate, da uno dei 50 stati e solo il 30% erano banche “nazionali”, vigilate dal Comptroller of the Currency, espressione del Tesoro. Ancora nel 1921 meno di 10mila aziende di credito – solo 1660, su 21mila, quelle autorizzate dai singoli stati – aderivano al sistema della Riserva Federale, anche dalla banca centrale supervedute. La coordinazione fra le autorità di vigilanza lasciava a desiderare. Sempre nel 1921, il 98% delle banche erano, oltre che piccole, monocellulari. Le altre 530 non arrivavano, in media, a tre sportelli. Le regole da rispettare erano circoscritte e blande.

Un tale sistema aveva moltiplicato l’attività di otto volte (5% l’anno) tra il 1870 e il 1914 e di altre tre volte (7% l’anno) dal 1914 alla vigilia della crisi del 1929. L’intrinseca fragilità di questa rapida crescita è riflessa nei casi di panico dei depositanti e nei dissesti bancari. Dalla guerra civile al 1933 gli Stati Uniti registrarono addirittura nove episodi di panico bancario, con frenetici ritiri di depositi. Negli anni Venti fallirono 5411 banche e dal 1930 al 1933 nella grande depressione ne furono chiuse altre 8812. Delle 14mila aziende di credito saltate fra il 1921 e il 1933 ben 11300 erano statali e 2700 nazionali, mentre l’85% del totale, oltre a operare in piccoli centri, aveva un totale dell’attivo inferiore al milione di dollari. Tra il 1929 e il 1935 le perdite cumulate per depositanti e azionisti furono pari al 5% del Pil del 1929, l’analogo di mille miliardi di dollari di oggi.

Nonostante ciò al tempo di Giannini l’economia americana affermò la sua leadership nel mondo. Fra il 1900 e il 1950 il Pil reale degli Stati Uniti crebbe del 3,3% l’anno, più del doppio di quello dell’Europa Occidentale. Il suo peso sul prodotto mondiale balzò dal 15 al 30%. Oggi è del 16%, ampiamente superato dal 20% della Cina. Ancora più importante è che dal 1920 questo progresso fu in notevole misura dovuto a innovazione e progresso tecnico, all’aumento della produttività congiunta di lavoro e capitale. Secondo le stime recenti di Robert Gordon (The Rise and Fall of American Growth, Princeton University Press, Princeton, 2016, Fig. 16-5, p. 547) la crescita annuale della produttività totale dei fattori accelerò dallo 0,7% negli anni Dieci all’1,3% negli anni Venti, all’1,8% degli anni Trenta sino al picco spettacolare del 3,4% negli anni Quaranta. Dal 1970 a oggi si è registrato un drammatico rallentamento, allo 0,6% l’anno in media. La seconda Rivoluzione industriale è stata più produttiva della terza e della quarta: elettricità e acqua nelle case, elettrodomestici, catena di montaggio tayloristica, automobile, telefono, radio hanno superato, almeno sinora, computer, ICT, robotica, intelligenza artificiale, big data. Un esempio, citato da Gordon, riguarda la fatica che precedette i progressi nell’economia domestica: a fine Ottocento una tipica contadina della North Carolina doveva raccogliere acqua 10 volte al giorno, per 36 tonnellate l’anno, percorrendo 148 miglia all’anno (Gordon, cit., p. 57). Un altro esempio riguarda la produttività industriale: se al momento dell’attacco giapponese a Pearl Harbor del dicembre 1941 ai cantieri di Henry Kaiser occorrevano otto mesi per assemblare una nave Liberty, nel 1942-1943 si arrivò a poche settimane, quattro giorni nel caso record della Robert E. Peary, varata nel novembre del 1942!

Forse la Bank of America finanziò anche i cantieri Kaiser, come quello Calship di Terminal Island, Los Angeles, California, che nella guerra assemblò 400 navi. Certo è che la possibilità di operare in un sistema bancario inefficiente al servizio di un sistema produttivo efficiente rappresentò il migliore dei mondi per un banchiere innovativo e al tempo stesso prudente, come Giannini. Le banche concorrenti erano deboli, battibili, mentre era oltremodo redditizio e poco rischioso trasferire risparmio dalle famiglie ai produttori più intraprendenti e profittevoli, valutandone il merito di credito al di là delle garanzie reali che potevano unire alla richiesta del fido bancario. Giannini, con le sue banche, seppe fare questo, approfittando appieno del favorevole contesto.

Oltre che nel terremoto che devastò San Francisco nel 1906 vi riuscì persino nella crisi del 1907, sfociato nel panico bancario e borsistico di ottobre. Già ai primi di maggio, prevedendo il peggio, Giannini, oltre a non finanziare – come era sua abitudine – operazioni di borsa speculative, orientò la Bank of Italy a contenere i fidi immobiliari, massimizzare i depositi, accrescere le riserve auree. In una California che dovette chiudere le banche per una settimana, la Bank of Italy fu l’unico intermediario a non avere i problemi di liquidità che colpirono persino forti istituti, come la Crocker Bank e la California Safe Deposit and Trust. Innovò nel finanziamento degli immigrati più laboriosi, aprendo un mercato del credito nuovo e per la banca redditizio.

Giannini sostenne Roosevelt, contro Hoover, alle elezioni presidenziali del novembre 1932. Lo fece perché Roosevelt aveva in mente precise misure contro la recessione e in campo bancario condivideva alcuni dei consolidati convincimenti di Giannini: il sistema bancario articolato in filiali, la separatezza fra banche commerciali e banche d’investimento, l’avversione per la speculazione di borsa. La Bank of America fu anch’essa colpita dalla recessione del 1929, ma superò la crisi, saldando alla fine del 1932 la maggior parte dei  debiti.

Nel gennaio del 1936 Amadeo Giannini cedette la presidenza della Bank of America al figlio Lawrence Mario, restando presidente onorario accanto a lui. Il suo successo costituisce l’ennesima conferma della mobilità sociale a cui si deve il grande passato economico degli Stati Uniti d’America. Tuttavia, negli ultimi decenni questa mobilità, nella stessa generazione e fra le generazioni, si è affievolita nei paesi dell’OCSE, ed è divenuta particolarmente bassa in quelli anglosassoni. Negli Stati Uniti la distribuzione del reddito è altamente sperequata: pur escludendo i redditi da capitale, quasi il 20% del reddito nazionale va all’1% dei percettori. Anche per questo la mobilità sociale è negli Stati Uniti è pari solo a un terzo di quella di paesi egualitari, quali sono quelli scandinavi.

Un Giannini avrebbe meno possibilità nell’America di oggi…


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