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Il Gerone di Senofonte e la vocazione di Simonide

di - 12 Luglio 2018
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Ma v’è di più: essere riconosciuti senza paura né amore, ma spontaneamente, è il mistero dell’autorità.
Il tiranno impone la sua autorità, il politico democratico la suscita.
Ma come il politico susciti tale autorità; su cosa la susciti; non sono questioni indifferenti ai moderni (dopo la Shoah e l’istituzione delle corti costituzionali, custodi di un potere perennemente limitato), mentre non erano nell’orizzonte del pensiero antico e nemmeno interessavano a Kojève, che dispensa consigli sia al tiranno (moderno) sia all’intellettuale (moderno); invitando il primo a perseguire il bene comune per raggiungere uno Stato universale ed omogeneo in cui i cittadini non prestino un’obbedienza servile ed il secondo a formulare un discorso non utopistico ma pragmatico.
Qui si incontra il tema della vocazione di Simonide (come di ogni intellettuale).
Kojève ritiene che il filosofo (non il poeta) ben possa fornire consigli realistici, in questo avendo un vantaggio relativo rispetto ad ogni altro uomo ed al politico in particolare: 1) esperienza nell’arte della discussione o dialettica con sottigliezze non paragonabili a quelle di ogni altro uomo che non vi si sia dedicato; 2) attitudine a non avere pregiudizi; 3) attitudine allo studio del reale ed alle lezioni della concretezza.
Ne deduce che Gerone, rimanendo silenzioso, abbia potuto sentire invidia o diffidenza nei confronti di Simonide, pensando che egli avrebbe potuto sostituirlo nell’arte di governare senza usare la forza.
Tale paura del tiranno è secondo Kojève infondata: il filosofo ha – come ogni uomo – un tempo limitato, egli per vocazione cerca la saggezza; la ricerca della saggezza è incompatibile con l’azione, anche con l’azione di governo. Il filosofo rinuncia all’azione politica per non perdere se stesso.
Alla fine l’unica richiesta che il filosofo di norma rivolge al tiranno è di essere lasciato in pace a coltivare i suoi studi nel proprio aristocratico giardino o nella borghese repubblica delle lettere.
Quest’esito per Kojève è deludente: egli conclude le sue considerazioni quindi invitando gli intellettuali a superare la Repubblica delle lettere, a prendere parte alla vita storica, ad incontrare la folla (Canetti avrebbe detto la massa), a rifuggire dalla tentazione di piacere solo ad una piccola minoranza, ad evitare ogni spirito di parrocchia, potremmo dire che invita gli intellettuali ad un instancabile lavoro culturale aperto al miglioramento sociale, del quale si sente ancor oggi (più che mai) il bisogno.
Per Strauss Gerone vorrebbe essere amato dagli umani, Simonide solo da una piccola minoranza, il primo può essere amato solo per i benefici che arreca, il secondo solo per la sua perfezione. Con ciò il divorzio (liberale e conservatore, elitario e antimoderno) fra sapere e potere raggiunge il suo acme.
Kojève ritiene che in fondo tiranno e filosofo vogliano la stessa cosa, essere riconosciuti e riconosciuti per le loro azioni, non per altro. Si viene amati per ciò che si è; si viene riconosciuti per ciò che si fa.
Questo appello ante litteram al lavoro intellettuale nella società non è rimasto inascoltato nella storia costituzionale. Le costituzioni rigide hanno chiamato gli intellettuali (giuristi non filosofi ma i giudici costituzionali hanno doti filosofiche) a porre limiti al potere; ad una funzione pratica quindi, ad una pedagogia filosofico-politica o filosofico-giuridica (nel senso in cui al diritto spetta porre limiti alla politica nello Stato costituzionale).
Il “sogno” dello Stato costituzionale è che il consenso della folla non sia incompatibile con il giudizio di giudici competenti; la Corte costituzionale appare il luogo in cui sapere e potere possono trovare la loro conciliazione.
Anche il Consiglio di Stato, nell’ordinamento pre-costituzionale, era un luogo di conciliazione di tal fatta, di cui difficilmente potrà mai farsi a meno fino a quando esisterà uno Stato – amministrazione.
Il modo “socratico” (indifferente alle opinioni dei più) o hegeliano (attento allo spirito del tempo) di leggere la propria funzione è rimesso a ciascun giudice.
Ma solo il superamento del silenzio del tiranno e l’ascolto degli insegnamenti derivanti dalla pedagogia filosofico-giuridica delle corti ci consegna ad una politica che non sia fatta solo di desiderio illimitato di piacere.
Gerone e Simonide, Faust ed Amleto se si vuole: il loro conflitto ci porta verso la tragedia moderna, la loro composizione richiede un duplice movimento della politica verso la saggezza e della saggezza verso la politica ed apre al progresso storico, ad un movimento aperto, senza soluzione definitiva certo, ma connotato dalla speranza.

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