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Brexit: Che cosa e Perché?

di e - 12 Gennaio 2018
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Commercio
Simili risultati si danno anche per il commercio internazionale – come in realtà accade per ogni attività commerciale. Gli inglesi hanno a lungo perseguito il libero commercio (spesso contro potenti forze politiche) ed avendolo adottato almeno due secoli or sono ne hanno predicato i benefici e fatto sforzi per esportarne la dottrina. L’Europa del XIX secolo si è generalmente opposta. Il modello del mercato mostra che la libera circolazione delle merci massimizza i benefici. Qualsiasi interferenza in questo libero flusso si traduce in perdita di benessere. Ci sarà sempre chi guadagna e chi perde quando si muove verso il libero commercio. Ma indiscutibilmente i vantaggi per il Paese nel suo insieme sono ovunque maggiori con il libero commercio.
La desiderabilità e la conquista del libero commercio derivano dalla tradizione giuridica di consentire agli individui di perseguire il loro interesse. Questo contrasta con la lunga tradizione mercantilistica in Europa, con la sua concentrazione sulla centralità dello stato e la sua valutazione di cosa sia meglio per il paese. Anche lo stato viene abbandonato alla pressione dei gruppi di interesse. Questi hanno successo quando rappresentano affari o altre attività fortemente concentrati. Hanno un potere economico molto maggiore rispetto a consumatori individuali non organizzati. Spesso ne risultano politiche protezionistiche. E politiche regolatorie generano politiche regolatorie. (Il recente accordo commerciale Europa e Canada, che ha richiesto 10 anni per essere stilato ed occupa oltre 1500 pagine, ne è la riprova).

Immigrazione
La Gran Bretagna è stata da tempo aperta agli emigranti, rifugiati e non. Ovviamente ci sono state occasionali deviazioni in questa antica e nobile tradizione, ma poche e modeste. Le ragioni per questa attitudine all’accoglienza si rinvengono facilmente. Riposano nella tradizione individualistica, filosofica e giuridica secondo cui le persone possono fare quello che vogliono finché non recano danno ad altri. Gli immigranti sono stati quindi benvenuti finché si inserivano, senza necessariamente integrarsi nel senso di adottare tutti i costumi inglesi, ma piuttosto comportandosi in modi che non erano in stridente contrasto con tali costumi. (E ovviamente per gran parte di questo periodo in assenza di welfare state).
Il voto Brexit ha interrotto questa tradizione? Qualcuno, assumendo il diritto di aprire finestre nelle anime umane, che la Regina Elisabetta I respinse, afferma che la rottura c’è stata. Ma tradizioni radicate richiedono tempo per cambiare. Le preoccupazioni per l’immigrazione possono essere scaturite da una semplice ragione pratica. Quando la Gran Bretagna aprì all’immigrazione dall’Unione Europea, il Governo allora in carica ne previde un incremento modesto. Non vi fu quindi preparazione alcuna. Non si costruirono con urgenza scuole, né ospedali. La disponibilità di case non crebbe di molto. Non ci fu accelerazione nello sviluppo del trasporto pubblico. Gli immigranti aumentarono la popolazione, come pure una forza lavoro non qualificata ed il governo non se ne preoccupò. Così i molti benefici della migrazione crearono anche, in alcune parti del Paese, problemi che si sarebbero potuti evitare se il governo fosse stato preveggente.
Non c’è ragione per credere che l’apertura della tradizionale mentalità liberale, la tradizione della libertà individuale a condizione che non rechi danno a terzi, della cortesia verso i nuovi arrivi, siano cambiate. Dopo tutto, la Gran Bretagna fu il primo paese nel mondo ad avere un primo ministro ebreo. E, forse ancor più rilevante, la Gran Bretagna non è mai stata affetta, neppure nelle profondità della recessione tra le due guerre, da politiche autoritarie del tipo apparso di tanto in tanto in altri Paesi.

Conclusione
Nulla di quanto si è rappresentato nelle pagine che precedono rende impossibile, o, addirittura, blandamente difficile, per la Gran Bretagna, vivere in buoni rapporti con i suoi vicini nell’Unione Europea. Nulla rende difficile per la Gran Bretagna commerciare con loro o per le persone muoversi liberamente tra la Gran Bretagna e gli Stati europei. Nessuno frappone ostacoli nel riconoscere l’accettabilità dei beni e servizi prodotti secondo le regole UE, né per l’UE accettare le regole della Gran Bretagna. Dopo tutto, queste regolazioni sono imposte da democrazie aventi il benessere dei loro cittadini in mente, non stati predatori o dittatoriali. Ma ciò che molto enfaticamente le differenze fanno è rendere disagevole per la Gran Bretagna essere membro di un’unione di Paesi che hanno tutti sistemi giuridici fondati sul modello del diritto romano e che, quale unione, continua ad essere governata da un corpo di leggi dall’impianto del diritto romano.
Valgano due citazioni da Lord Denning, che da ultimo fu membro della Camera dei Lords[1]:
La prima è del 1974: “Il Trattato di Roma non tocca nessuna delle questioni che rilevano esclusivamente per l’Inghilterra e per il suo popolo… Ma quando si viene a materie con un elemento europeo… il Parlamento ha stabilito che il Trattato diventerà parte integrante del nostro ordinamento, e così di ogni statuto”[2].
16 anni dopo lord Denning scrisse: “La Corte Europea di Giustizia ci ha sottratto la sovranità… Il diritto europeo non è più una marea che risale gli estuari d’Inghilterra. È diventato un’ondata che abbatte le mura di protezione dal mare e invade i nostri campi, le nostre case”[3].

Note

1.  I cosiddetti Law Lords sedevano nella Camera dei Lords, la più alta corte britannica. Uscita dalla Camera dei Lords, la Corte fu detta “Suprema” quando cessò di essere suprema.

2.  H.P.Bulmer ltd. v. J. Bollinger SA.

3.  Introduzione a “The European Court of Justice” Bruges Group, 1990.

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