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Leggere Kafka da giuristi : una lezione di modestia.

di - 22 Dicembre 2017
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La legge – sembra dirci Kafka – non è chiara a se stessa in senso metafisico prima che pratico (sarebbe facile fare dell’ironia a proposito di certi provvedimenti omnibus invalsi nelle prassi parlamentari che hanno la pretesa di riscrivere tutto l’ordinamento ed apportano caos nel sistema ma non era a questa oscurità contingente della legge che pensava Kafka; essa viene solo a confondere un quadro già complesso di per sé).
Ma v’è di più: la legge non può esibire una origine chiara, a proposito di essa è solo concesso evocare una sorta di fondamento mistico (le misteriose porte custodite dal guardiano della legge ).
Il fondamento mistico è l’origine rimossa del giuridico e della sovranità modernamente intesa; origine rimossa dalla modernità e dalla sua pretesa di Enlightenment affidato al demos.
Un fondamento che riemerge polemicamente nei mondi tradizionali che reagiscono in modo virulento alla secolarizzazione.
Un fondamento rimosso dalla pretesa di performatività, dalla pretesa di esasperato controllo sulle cose e su  noi stessi che si lega alla modernità ed ai suoi eccessi, disumani quando assegnano all’uomo finalità ultraumane o superumane .
Kafka – scrittore dell’animalesco, del biologico insito nell’umano –  ci dice dell’inaccessibilità della legge e della decadenza temporale del bios e con ciò de-costruisce – prima di Derrida e suscitando il suo interesse –  la pretesa illuministico-democratica del dominio di sé e su di sé.
Nello stesso tempo ci dice dell’inattingibilità della singolarità ( metamorfica ) dell’uomo-animale soggetto al tempo, che non sa dire di se stesso molto di più di quanto possa dire della legge che storicamente lo governa.
Anche la letteratura è in scacco: essa non fa che evidenziare il mistero del diritto e della vita, ma anche la nobiltà grottesca e triste insita in ogni  tentativo di svelarlo.
Nel guardiano della legge è poi adombrata la figura del giudice (che sembra legittimato dalla forza più che dalla ragione e ciò dovrebbe ricordarci la violenza insita in ogni ordinamento) al quale non dovrebbero essere rivolte domande sulle cose ultime (e quindi sull’origine della legge ).
I giudici non sono fatti per custodire virtù riposte nel fondo della legge (comunque inaccessibili a loro come esseri umani) ma sono al più ordinati per esigenze pratiche, mantenere un ordine sociale, fondato su un potere che ha comunque il volto della forza.
Del giudice Kafka ci mostra l’implacabilità e la sordità alle ragioni del singolo, della vita.
C’è sempre qualcosa di perduto nel nostro rapporto con la lingua, con la legge, con la giustizia e sono le ragioni della vita.
Eppure il singolo reclama giustizia, continua a reclamarla.
C’è sempre un azzardo in ogni atto interpretativo ( a te solo era riservato l’ingresso ) se solo il singolo si mostri capace di tentarlo, senza illudersi di tradurre l’universale nel reale.
Se solo si tenti di calare la giustizia nella vita.
Si perde quindi chi insegue l’universale tentando di coglierlo senza mediazioni e di tradurlo in una realtà che non potrà – per questo – che sfuggire senza fine.
Una lezione di umiltà che ogni giudice, ogni giurista dovrebbe tenere presente: alla modernità giuridica non potrà che far bene recuperare, sulla scia di Kafka, il senso del proprio limite, connesso all’umano, al mistero che siamo.

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