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Leggere Kafka da giuristi : una lezione di modestia.

di - 22 dicembre 2017
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Perché amiamo Kafka?
Cosa ci dice? Cosa muove in noi? Perché un giurista dovrebbe leggerlo e rileggerlo come ha fatto per una vita Antonio Cassese[1]?
La prima risposta che viene in mente di getto è perché Kafka cerca di dirci che l’origine della legge è un mistero non meno grande del mistero della lingua.
Il linguaggio e la legge sono due concetti cari all’ebraismo (e Kafka era ebreo).
Gli eroi kafkiani non vengono mai a sapere quale è l’origine la ragione della legge, del comando, del processo che li obbliga e li coinvolge.
Sono soggettività schiacciate dalla legge. Nel processo il signor K. non conoscerà mai la sua imputazione, nel Castello l’agrimensore K. non comprenderà la logica del sistema che governa la vita del luogo in cui è arrivato (o è stato gettato), nella Metamorfosi Samsa non conosce la ragione del suo cambiamento in un orribile insetto.
Kafka ci parla della vita e del suo rapporto (problematico forse impossibile) con la legge, con l’ordine, con ogni forma di regolarità destinata a sfociare nel grottesco e nel mostruoso.
Il testo più noto in proposito è Davanti alla Legge.
Conviene riportarlo per intero:
Davanti alla legge sta un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire. L’uomo dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. «Può darsi», dice il guardiano, «ma adesso no». Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si scosta un po’, l’uomo si china per dare, dalla porta, un’occhiata nell’interno. Il guardiano, vedendolo, si mette a ridere, poi dice: «Se ti attira tanto, prova a entrare ad onta del mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo l’ultimo dei guardiani. All’ingresso di ogni sala stanno dei guardiani, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo riesce insopportabile anche a me». L’uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, nel suo pensiero, dovrebbe esser sempre accessibile a tutti; ma ora, osservando più attentamente il guardiano chiuso nella sua pelliccia, il suo gran naso a becco, la lunga e sottile barba nera all’uso tartaro decide che gli conviene attendere finché otterrà il permesso.
Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Giorni e anni rimane seduto lì. Diverse volte tenta di esser lasciato entrare, e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano sovente lo sottopone a brevi interrogatori, gli chiede della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande fatte con distacco, alla maniera dei gran signori, e alla fine conclude sempre dicendogli che non può consentirgli l’ingresso. L’uomo, che si è messo in viaggio ben equipaggiato, dà fondo ad ogni suo avere, per quanto prezioso possa essere, pur di corrompere il guardiano, e questi accetta bensì ogni cosa, però gli dice: «Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa». Durante tutti quegli anni l’uomo osserva il guardiano quasi incessantemente; dimentica che ve ne sono degli altri, quel primo gli appare l’unico ostacolo al suo accesso alla legge. Impreca alla propria
sfortuna, nei primi anni senza riguardi e a voce alta, poi, man mano che invecchia, limitandosi a borbottare tra sé. Rimbambisce, e poiché, studiando per tanti anni il guardiano, ha individuato anche una pulce nel collo della sua pelliccia, prega anche la pulce di intercedere presso il guardiano perché cambi idea. Alla fine gli s’affievolisce il lume degli occhi, e non sa se è perché tutto gli si fa buio intorno, o se siano i suoi occhi a tradirlo. Ma ora, nella tenebra, avverte un bagliore che scaturisce inestinguibile dalla porta della legge. Non gli rimane più molto da vivere.
Prima della morte tutte le nozioni raccolte in quel lungo tempo gli si concentrano nel capo in una domanda che non ha mai posta al guardiano; e gli fa cenno, poiché la rigidità che vince il suo corpo non gli permette più di alzarsi. Il guardiano deve abbassarsi grandemente fino a lui, dato che la differenza delle stature si è modificata a svantaggio dell’uomo. «Che cosa vuoi sapere ancora?» domanda il guardiano, «sei proprio insaziabile».
«Tutti si sforzano di arrivare alla legge», dice l’uomo, «e come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?». Il guardiano si accorge che l’uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla:
«Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo».[2]
Il rapporto dell’uomo con la legge è destinato a rimanere misterioso.
La sete di giustizia rimane inappagata, anzi c’è di più l’ansia trova una risposta che assume l’aspetto della beffa (“Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo”).
Questo testo è emblematico delle relazioni tra diritto e letteratura, e lo è in virtù del fatto che esso mette in prospettiva il rapporto paradossale tra la generalità della legge e l’assoluta singolarità di colui a cui si applica.
La letteratura svela la singolarità e quindi ci permette di confrontarci con il lato oscuro, inesplicabile, del diritto come oscura è l’origine dell’individualità ed inesplicabile la vita.
E’ stato detto con efficacia, sulla scorta di Derrida lettore di Kafka,  che “in effetti, pochi racconti quanto quelli di Kafka hanno mostrato, della legge, a qual punto il rapporto che si ha con essa si iscriva singolarmente nel corpo di ognuno, nella voce, nei gesti e nelle posture, nella maniera di star dritti o curvi, come quei profili che disegnava l’autore de Il processo.
Lungi dall’essere astratta, estranea alla sua vita, la legge fa parte della storia più intima del corpo. Nessuno sa, tuttavia, quando tutto ciò sia cominciato e come la legge si sia incorporata. Probabilmente questa incorporazione è anche, insieme alla coscienza della nostra finitezza, la parte più segreta di ciò che ci è stato imposto, a nostra insaputa. Nondimeno, nessuno può ignorare di essere obbligato a convivere con essa, per tutta la vita. Poiché se resta indeterminata l’origine del rapporto con la legge, almeno il suo termine è conosciuto. La lunga durata è il primo tema di Davanti alla legge. Non si conosce l’età dell’uomo della campagna, quando si presenta alla porta della legge per entrarvi, ma si sa quando finisce la storia: alle soglie della morte. Così, il racconto, pure brevissimo, è punteggiato di note che evocano il tempo che passa. La durata della speranza nella giustizia è lunga quanto la vita ed è destinata a accompagnarla per intero.
Alla fine la legge non si lascia conoscere e l’accesso resta sbarrato. Dopo tutto, non si sa nemmeno di che tipo di legge si tratti: legge della natura, legge morale, legge giuridica, legge fondamentale. Vale a dire che la sua generalità si ritrova raddoppiata. C’è senz’altro una “legge”, reale o immaginaria, attestata dalla singolarità del rapporto che l’uomo di campagna intrattiene con essa, ma non se ne sa niente. Soprattutto, il racconto non riesce a dirci di più. Non rende la legge più accessibile. L’unica cosa che è in grado di fare è ripetere e riprodurre, raddoppiare, nella scrittura stessa, l’inacessibilità della legge.”[3]
Impossibilità duplice del racconto sulla legge e della conoscenza sull’origine della legge.

Note

1.  A. Cassese Kafka è stato con me tutta la vita, Bologna 2014.

2.  traduzione di Emilio Castellani, 1966.

3.  M. Crepon Kafka e Derrida L’origine della legge in Micromega 2013.

Pagine: 1 2


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