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Pierluigi Ciocca – Commento a M. Magnani, “Sindona. Biografia degli anni Settanta”, Einaudi, Torino, 2016

di - 18 Maggio 2016
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Il libro di Marco Magnani ripropone la cronaca del caso Sindona. Lo fa in modo sintetico e chiaro. Arricchisce la letteratura esistente a cominciare dalla penetrante inchiesta, apparsa a caldo nel 1975, del mio amatissimo amico scomparso Maurizio De Luca, grande giornalista, scritta insieme con Panerai per il Panorama di Lamberto Sechi. Ma il pregio del volume – che solo un cultore dell’economia politica poteva darci – è soprattutto quello di inscrivere la cronaca nella storia dell’Italia repubblicana: dagli anni Cinquanta, quando Sindona si afferma come fiscalista a lungo apprezzato financo da banchieri prudenti come Brughera e Cuccia, sino alla sua morte per avvelenamento nel carcere di Voghera nel marzo del 1986.
Fra il 1970 e il 1986 lavoravo nella Banca d’Italia. Mi occupavo di analisi economica, poi dal 1982 delle operazioni dell’Istituto nei mercati. Non ho mai trattato allora, e nemmeno in seguito, episodi specifici di vigilanza. Ho quindi seguito solo indirettamente le sorti di quello che Guido Carli – il nostro smagliante Governatore di allora – etichettava per noi collaboratori come “il bancarottiere di Patti”. Il libro è stato per me specialmente utile nel farmi tornare a riflettere più in generale sul central banking italiano e nel riandare ai ricordi legati agli anni Settanta e all’incriminazione del Governatore Baffi e del Vicedirettore Sarcinelli, il 24 marzo del 1979.
Provo quindi a ordinare in due o tre punti i pensieri che questo libro pregevole ha suscitato in me: le difficoltà del fare il banchiere centrale nel nostro paese; Guido Carli di fronte a uno come Sindona; il Partito Comunista e la Banca d’Italia nel 1979.

1) Fare il banchiere centrale è difficile, in Italia forse più che altrove. La Banca d’Italia ha dovuto vedersela con una politica non sempre rispettosa della sua autonomia; con una magistratura talvolta ignara della natura e della delicatezza della moneta, della finanza, del loro governo; con una criminalità economica capace di arrivare alla minaccia fisica, all’omicidio.
L’ultimo Stringher e poi Azzolini, come Governatori dovettero convivere con il regime fascista. Nel 1936 il regime arrivò a imporre alla Banca d’Italia l’accordo con il Tesoro – la subordinazione all’esecutivo – nella copertura monetaria della spesa pubblica.
Lo stesso Azzolini rischiò nell’ottobre del 1944 la condanna a morte e finì in galera per non aver impedito ai tedeschi occupanti di disporre del poco oro della Nazione. Come avrebbe potuto opporsi?
Menichella offrì nel 1958 le dimissioni da Governatore in occasione del dissesto del “banchiere di Dio” Giuffrè. Giuffrè, legato ai preti, aveva attuato una finanza tipo “Ponzi” – una catena di Sant’Antonio dei depositi – attraverso una banca di fatto, su cui la Banca d’Italia non aveva, credo, potere di vigilanza. Fu l’occasione della faida tra vecchia e nuova Democrazia  Cristiana, con Andreotti sotto attacco quale ex-Ministro del Tesoro. Menichella avvertì allora “aria d’insofferenza” nei suoi confronti e chiese immediatamente di lasciare via Nazionale, cosa che potè fare solo due anni dopo.
Carli uscì dalla Banca nel 1975 perché convinto che non fosse più possibile arginare l’invadenza della politica. Tanto valeva – dopo di me il diluvio! – che gli succedesse un Ventriglia, organico alla politica. Così disse a quelli di noi che stimava, proponendoci di seguirlo in Confindustria. Non tutti lo seguimmo…
Del dramma Baffi-Sarcinelli, ingiustamente accusati dalla magistratura, il libro dice molto, e vi tornerò.
Ciampi, Governatore dal 1979 al 1993, venne denunciato per la quotazione in Borsa del Banco Ambrosiano di Guido Calvi, avvenuta nel maggio del 1982, dopo che un anno prima il banchiere era stato condannato per illecita esportazione di capitali. La quotazione era di esclusiva competenza Consob e il procedimento fu archiviato. Ciampi venne poi indotto a presentare le dimissioni da Bettino Craxi, Presidente del Consiglio, quando la lira nel luglio del 1985 in pochi minuti si deprezzò rispetto al dollaro travalicando i cross-rates nel mercato dei cambi. L’incidente scaturì dalla ritrosia della Banca d’Italia nel cedere i dollari contro lire troppo insistentemente richiesti dall’ENI alla vigilia di una segretissima correzione al ribasso della parità della lira nello SME. Le dimissioni alla fine vennero respinte.
Antonio Fazio nel 2005 fu costretto ad abbandonare la carica di Governatore, che aveva ricoperto dal 1993. Aveva abbattuto l’inflazione, realizzando così una cruciale condizione necessaria per l’ammissione all’euro, e promosso il consolidamento del sistema bancario. Venne perseguito in sede penale.  Riteneva che la discrezionalità amministrativa gli consentisse di evitare che una grande banca olandese di derivati entrasse nel Veneto, regione d’imprese piccolo-medie bisognose di credito tradizionale. Dal clamore mediatico su Fazio scaturì una legge che dimidiò competenze e autonomia della Banca d’Italia. Per inciso, quella legge orrenda, tuttora in vigore, rese sereno il mio saluto a Via Nazionale, nel dicembre del 2006.

2) Avere a che fare con delinquenti non comuni come Sindona – che per simulare un sequestro nel 1979 si fece sparare un sapiente colpo di pistola alla gamba dal suo chirurgo, piduista e mafioso – o come Calvi – finito appeso a un ponte di Londra – è materia da Carabinieri, Scotland Yard, FBI, più che da banchiere centrale… Per non dire degli intrecci di una parte almeno della finanza coi partiti di centrodestra, il Vaticano, la Mafia, la massoneria, ampiamente richiamati nel libro. Il libro, tuttavia, è a mio avviso troppo critico nei confronti di Carli, definito “sempre più cauto verso il potere”, ovvero affetto da “ipersensibilità politica” (p. 86), frase che non ho mai perdonato a Luigi Spaventa, mio indimenticabile insegnante di economia. Personalmente, difendo la Banca d’Italia sempre e comunque. Sono quindi partigiano, ma mi baso sui dati che lo stesso libro offre. Carli non sostenne mai Sindona. Alla fine degli anni Sessanta gli impedì di impadronirsi della Banca dell’Agricoltura. Così, gli impedì di scalare l’Italcementi di Pesenti e le sue banche. Così, contribuì a far fallire l’opa ostile sulla finanziaria Bastogi lanciata da Sindona nel settembre del 1971. Dalle ispezioni di vigilanza che Carli dispose nei primi anni Settanta sulle banche di Sindona non emersero perdite irreparabili, ma serie irregolarità. Delle irregolarità la magistratura venne debitamente informata. La fusione di due aziende di credito di Sindona nella Privata Italiana era stata autorizzata secondo i criteri canonici dagli organi pubblici nel 1973, prima della crisi petrolifera. L’anno dopo, il perfezionamento della fusione implicava solo adempimenti dovuti. Da Menichella a Carli, per prevenire contagiose crisi di fiducia nel sistema, la Banca d’Italia aveva sempre preferito alla liquidazione secca delle banche in difficoltà la loro acquisizione da parte di una banca sana, sostenuta da Via Nazionale e dal Tesoro. L’assicurazione dei depositi non c’era, ma i depositanti non avevano mai subito perdite. Nel 1974 le difficoltà di Sindona precipitarono, per illiquidità, per perdite azionarie e soprattutto per l’errata scommessa rialzista sul dollaro. Difettava di cultura macroeconomica… Carli non coprì col risconto della Banca d’Italia l’emorragia dei depositi dalle banche italiane del bancarottiere di Patti. Ciò a differenza di quanto fece la Fed, che arrivò a prestare alla sindoniana Franklin National Bank fra maggio e ottobre del 1974 quasi 2 miliardi di dollari, permettendo ai creditori scaltriti di uscire. Carli non dissuase il ministro La Malfa dal procrastinare l’aumento di capitale della Finambro.  Il rinvio spezzò le reni a Sindona. Carli tentò la via tradizionale di far rilevare le attività delle banche di Sindona da altre banche: il Banco di Roma, poi anche la Comit e il Credito Italiano. Altrettanto fecero le autorità USA per risolvere, senza esito, il problema Franklin. Di fronte ai contrasti fra le tre banche dell’IRI, Carli dovette infine procedere alla liquidazione della Privata Italiana, nel settembre del 1974. Scelse come liquidatore un commercialista integerrimo, Giorgio Ambrosoli, poi vittima della gang di Sindona.

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