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La dinamica economica del Mezzogiorno. Dal secondo dopoguerra alla conclusione dell’intervento straordinario, a cura della SVIMEZ, il Mulino, 2016

di - 23 marzo 2016
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La drammatica condizione economica in cui versa l’Italia meridionale induce a commentare il libro, a cura della SVIMEZ, La dinamica economica del Mezzogiorno. Dal secondo dopoguerra alla conclusione dell’intervento straordinario, il Mulino, Bologna 2016. Il volume è molto interessante. Lo è per ampiezza di tematiche, ricchezza di statistiche, tesi convincente (la “V” rovesciata dell’economia del Sud), proposte, passione civile “Svimez”[1].
Proverei a toccare tre punti: storico il primo, cioè quando il divario rispetto al Centro-Nord emerge; se l’enfasi non debba spostarsi dal divario al ristagno del Sud, il secondo; infine, cosa fare per il rilancio dell’economia meridionale.

1. Secondo alcuni studiosi, data la comune arretratezza delle due parti del Paese, nel 1861 il divario non c’era; comincerebbe ad apparire solo negli anni 1880 e salirebbe al 10% nel 1900 e al 20% nel 1913, gli anni in cui al Nord decolla il triangolo industriale[2]. Altri studiosi[3] non hanno una stima per il 1861, ma già nel 1871 sarebbe stato del 16% un divario poi salito al 24% nel 1911. Come storico dilettante del brigantaggio che nel decennio 1860-1869 insanguinò il Sud continentale[4], provo imbarazzo di fronte a queste stime, per opposte ragioni. Sulla scia di Stefano Jacini[5] penso che l’agricoltura meridionale – 70% degli addetti – fu gravemente danneggiata dal brigantaggio (almeno 20mila morti, nelle campagne!). Condivido l’ipotesi che nel 1861 non fossero rilevanti i divari di produttività fra le due economie, quella del Sud e quella del Nord egualmente agricole. E tuttavia a causa del brigantaggio un divario dovrebbe emergere nel 1871. Al tempo stesso il divario che alcuni registrano per quell’anno – 16% – mi sembra eccessivo, se si ritiene che dieci anni prima lo scarto non vi fosse. Se si ritiene invece che nel 1860 il divario a sfavore del Sud non fosse inferiore al 5%, allora esso potrebbe essere salito, anche al 16%, nel decennio del brigantaggio. Purtroppo mancano serie convalidate sulle produzioni agricole nel primo decennio del Regno. Ma dati elementari sparsi esistono. Sarebbe opportuno che la Svimez li raccogliesse e sciogliesse il dubbio storico sulla prima manifestazione del divario.

2. Il libro è in effetti  incentrato sul divario più che sulla crescita, o non crescita, dell’economia meridionale. I due punti di vista sono connessi, ma non coincidenti. Personalmente, sposterei maggiormente l’accento sul secondo tema, la performance di crescita del Sud.
Nel capitalismo, che esalta le differenze, una varianza territoriale del reddito è frequente, se non fisiologica. In Europa la varianza italiana è sui livelli inglesi (North-East), francesi (Midi), belgi (Vallonia). Negli Usa il Pil pro capite dei tre stati meno ricchi (Mississipi, West Virginia, Arkansas) è non solo un quinto del District of Columbia, ma la metà degli altri tre stati più ricchi (Delaware, Alaska, North Dakota). Tuttavia, si drammatizza meno che da noi. Dal 1861 alla recessione recente il Pil pro capite del Sud si è moltiplicato per 10: come la civile Europa Occidentale, più delle 8 volte del mondo intero. Un risultato in sé ottimo, non sminuito dal fatto che il Pil pro capite del Centro-Nord ha progredito di 16 volte… Nella crisi 2007-2014 al Sud il Pil è crollato del 13%, ben più del 7,4% del resto del Paese. Ma il Pil dell’Abruzzo è sceso solo – si fa per dire! – del 6,9%, meno che al Centro-Nord. Non gioiremo certo perché il divario fra l’Abruzzo e il Centro-Nord si è in tal modo ridotto…

La tragedia attuale del Sud è che, al di là del riaprirsi del divario, la sua economia decresce, nel quadro di una economia italiana tutta in declino.
Il Sud può ripartire solo se l’intera economia del Paese torna a crescere. Se ciò non avviene, mancheranno risorse, private e pubbliche, che accrescano il numeratore del rapporto fra Pil e popolazione. Se ciò non avviene, mancheranno opportunità che i meridionali troverebbero anche al Nord, l’emigrazione riducendo il numeratore del rapporto. Se l’intera economia italiana crescesse il divario si ridurrebbe – come è avvenuto nel 1950-1970 – perché il tasso di sviluppo del Pil pro capite sarebbe al Sud più rapido che al Centro-Nord. Ciò, in ragione del più basso livello iniziale della produttività meridionale, aumentabile grazie ai vantaggi dell’arretratezza.

3. Cosa può fare la politica economica?
Per rilanciare l’intera economia a mio avviso dovrebbero farsi almeno quattro cose: investimenti pubblici in infrastrutture, materiali e immateriali; concorrenza imposta ai produttori; riscrittura del diritto dell’economia; perequazione dei redditi individuali.
Dal 2011gli investimenti pubblici sono diminuiti del 20%. Il governo in carica ha commesso un gravissimo errore. Ha usato ben due punti di Pil per trasferimenti alle famiglie (che non hanno accresciuto i consumi) e alle imprese (che hanno solo artificialmente e temporaneamente ampliato l’occupazione e allungato i contratti di lavoro). Se quelle risorse fossero state rivolte a investimenti pubblici, il Pil si sarebbe ripreso a ritmi doppi rispetto a quelli registrati nel 2015 e ottimisticamente previsti per il 2016.
Oltre a concentrarvi gli investimenti in infrastrutture, al Sud andrebbe integrata l’iniziativa privata, che è particolarmente fiacca, in specie nell’industria manifatturiera.
Non basta l’Agenzia per la Coesione Territoriale, né mi sembra utile la ri-creazione di banche locali, che è auspicata nel libro.
Occorre, se non una nuova Cassa, un’agenzia sovraregionale per le infrastrutture, come proposto dalla Svimez nel 2010.
Occorre, se non la vecchia IRI, un’IRI per il Sud che supplisca alla scarsa propensione, e capacità, dei privati di produrre manufatti nel Meridione. Forse nel libro maggior rilievo poteva darsi all’impegno meridionalistico dell’IRI. Al tempo del “miracolo economico” il divario si ridusse anche perché l’IRI effettuò al Sud, soprattutto nell’industria, investimenti annuali di poco inferiori all’1% del Pil nazionale: una percentuale non dissimile da quella della spesa pubblica complessivamente legata all’intervento straordinario.
Non può non venire alla mente Donato Menichella. Il Sud deve molto alla connessione, alla complementarità, fra l’IRI e la Cassa del Mezzogiorno che Menichella seppe stabilire.

Note

1.  Svimez, La dinamica economica del Mezzogiorno. Dal secondo dopoguerra alla conclusione dell’intervento straordinario, il Mulino, Bologna, 2016.

2.  V. Daniele-P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011, Rubbettino, Soverìa Mannelli, 2011.

3.  G. Vecchi, In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall’Unità a oggi, il Mulino, Bologna, 2011.

4.  P. Ciocca, Brigantaggio ed economia nel Mezzogiorno, in Id., Ai confini dell’economia. Elogio della interdisciplinarità, Nino Aragno, Torino, 2016.

5.  “E invero, mentre infieriva il brigantaggio nelle provincie meridionali, e vi mancava ogni sicurezza di persone e cose, come sarebbe stato ragionevole pretendere che quella parte d’Italia si dedicasse al progresso agrario?” (S. Jacini, I risultati della Inchiesta agraria, (1884), a cura di G. Nenci, Einaudi, Torino, 1976, p. 32).


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