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Protezione civile, cittadini, Istituzioni ed interventi emergenziali

di - 6 Marzo 2013
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Sempre più spesso, nelle emergenze, i cittadini invocano diritti che consentano loro un rapido ritorno alle condizioni di normalità. Come detto, la Protezione Civile trova il suo fondamento nella cooperazione delle istituzioni e dei cittadini. Non di rado ci si dimentica che i primi operatori di Protezione Civile, così come indicato dalla norma istitutrice, sono i cittadini. Analogamente al diritto/dovere di voto, spesso andrebbe ricordato ai cittadini che al diritto di essere assistiti si affianca il dovere che gli stessi abbiano conoscenza delle procedure da seguire per “essere assistiti”. Conoscere il piano di Protezione Civile comunale e, avendone la possibilità, svolgerne le attività previste, come ad esempio procedere al rapido ed ordinato raggiungimento dei punti di raccolta o, analogamente, adoperarsi per non rappresentare una defalcazione delle risorse da destinare a chi ne ha più bisogno, costituisce un dovere per tutta la municipalità.
È capitato di ascoltare lagnanze di cittadini che, pur essendo nelle condizioni di collaborare con i volontari giunti sul posto per portare assistenza, dallo spalare il fango al montare le tende, recriminavano sull’operato altrui senza adoperarsi in alcun modo a ripristinare le condizioni necessarie ad una propria migliore qualità della vita.
Qualsiasi attività, sia essa di volontariato o istituzionale, se non sottende ad una precisa programmazione ed organizzazione, soprattutto nelle immediate fasi post evento, può risultare inefficace, se non addirittura di impedimento, al raggiungimento degli obiettivi ed in questa ottica, ovviamente, deve inquadrarsi anche l’operato dei cittadini stessi.
Sperando di aver almeno parzialmente illustrato l’idea, seppure in maniera sintetica e certamente incompleta, di cosa sia e come sia organizzato il Servizio di Protezione Civile, è forse opportuno fare anche un piccolo accenno a quali siano le attività che svolge o, se non altro, quelle che non svolge.
In primo luogo è necessario evidenziare che in occasione di “calamità naturali, catastrofi o altri eventi che, per intensità ed estensione, debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari”, il Governo, ai sensi dell’art. 5 della sopracitata legge 225/92, generalmente nomina un Commissario delegato per “l’attuazione degli interventi di emergenza conseguenti”. Sempre per fronteggiare tali eventi, il medesimo articolo consente l’attuazione degli interventi “a mezzo di ordinanze del Presidente del Consiglio in deroga ad ogni disposizione vigente, e nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico”, ma con l’obbligo di indicare e motivare “le principali norme a cui si intende derogare”.
È utile sottolineare tale aspetto per comprendere che il cosiddetto “potere” della Protezione Civile non era in capo al Dipartimento della Protezione Civile (così come creduto dall’immaginario collettivo) ma, bensì, al Presidente del Consiglio dei Ministri che, ai sensi della costituzione, rappresenta colui a cui il paese ha demandato il compito di governare.
Il fatto che molto spesso, i vari Governi succedutisi, abbiano inteso nominare quale Commissario di Governo il Capo del Dipartimento della Protezione Civile (potendo così contare su una struttura che garantiva un sistematico conseguimento del risultato), ha ingenerato la fuorviante convinzione che la Protezione Civile rappresentasse un centro di potere “autonomo” ed estraneo alle leggi del paese, ignorando che tale mandato venisse conferito direttamente dal governo, di volta in volta, ritenendo questa la strada più idonea per fare fronte all’esigenza che nel frattempo si era manifestata.
In questa disinformazione di fondo, pertanto, si è dato luogo a numerosi fraintendimenti su quali fossero i compiti del Dipartimento della Protezione Civile e sulle modalità con cui ha operato nelle ultime emergenze accadute nel paese. Le battaglie politiche, di conseguenza, hanno finito per trasformarsi in attacchi al sistema di Protezione Civile la cui colpa è stata quella di adempiere, con efficienza, al mandato ricevuto. Tra gli esempi più eclatanti, ad esempio, vi è senza dubbio la diffusa convinzione che, nell’evento sismico che ha colpito l’Abruzzo nel 2009, il Dipartimento della Protezione Civile abbia provveduto non solo alla gestione dell’emergenza e del post-emergenza ma, anche, alla gestione della ricostruzione.
Il fraintendimento è sorto, presumibilmente, a seguito dell’iniziativa di modificare, nella fase successiva alla prima emergenza (quella che punta ad offrire il primo soccorso estraendo le persone dalle macerie, garantendo cure ed assistenza ai feriti ed un ricovero di fortuna ai senzatetto), l’approccio che generalmente era stato utilizzato nella fase post-emergenza. La realizzazione degli edifici del Progetto CASE, con i quali si è inteso soppiantare le classiche soluzioni con roulotte e container, in un paese estremamente lento a recepire le innovazioni, ha finito con l’apparire non già come una moderna soluzione a problemi ampiamente conosciuti, che consentiva di riportare i cittadini ospitati in una prima fase nelle tende e negli alberghi direttamente in abitazioni molto confortevoli nell’attesa del completo ripristino degli edifici gravemente danneggiati o distrutti (attraverso la loro riparazione o ricostruzione), ma addirittura è stata confusa con la ricostruzione stessa, o quanto meno è stata considerata una pesante “ingerenza” nella ricostruzione del territorio.
La cattiva interpretazione, presumibilmente, è da ricercarsi nella scarsa conoscenza dei processi e nel fatto che nel passato le tre fasi (emergenza, post-emergenza e ricostruzione) sono risultate temporalmente separate e, quindi, facilmente distinguibili. In Abruzzo, essendo stati particolarmente rapidi nell’emanazione delle regole e dei criteri per l’avvio della terza fase, probabilmente, le attività post-emergenziali sono state confuse, anche per la loro atipicità, con quelle della ricostruzione.
Avendo trattato il tema del Progetto CASE, inoltre, è forse opportuno evidenziare anche quanto il sistema si adoperi molto nel cercare di mettere a frutto le esperienze già testate sul campo in precedenti esperienze. Il Progetto C.A.S.E., infatti, si può dire che rappresenti proprio l’evoluzione di approccio scaturita dagli insegnamenti passati. Una cosciente osservazione di quanto accaduto in passato, infatti, mostra che l’impatto sul territorio delle soluzioni temporanee non è mai stato pienamente reversibile e la realizzazione di insediamenti con costruzioni durature, moderne, sicure, nonché compatibili con un paesaggio comunque devastato dall’evento, ha cercato di minimizzare e rendere, per quanto possibile, positivo l’impatto sul territorio. Va ricordato che gli effetti del terremoto si palesano, oltre che in termini di vittime e di danni sui fabbricati, anche con un impatto sull’assetto urbano conseguente ai crolli e all’inaccessibilità dei luoghi.

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