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Il Giustiniano del Professor Casavola*

di - 26 Giugno 2012
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Al di là dell’intento riconosciuto di una “politica di istruzione popolare” come emerge in Tanta 12, nel segnalare inoltre che Giustinia­no “incoraggiando e favorendo la scienza giuridica” “tenta di reagire” a un precedente “indirizzo” che l’aveva “messa in disparte”, tuttavia Casavola nega un “interesse culturale” nelle direttive di Omnem. Accredita invece — è il tratto nuovo — uno “scopo strettamente collegato all’amministrazione dello Stato”. La necessità di “uomini ben preparati e idonei ad occupare i posti loro assegnati” viene a modificare anche il “reclutamento” per le cariche “più importanti”: che si sposta (è rilevante) dai retori ai “cultori e studiosi del diritto”. Proprio qui “interesse e scopo della riforma”, che Casavola riscontra “affermato esplicitamente” in Omnem 6. “A Giustiniano preme avere giuristi ben preparati, perché è di questi che si serve nell’amministrazione dello Stato”.
Ancora, il nostro autore non si limita a disinteressarsi — rimanda infatti ad altri studiosi — di procedimenti di lavoro e di tempi occorsi, stilerai consueti in ricerche sul Corpus iuris.
Appare lontano anche da una altra visione tradizionale: che pure sembrerebbe la più consona a chi, come lui, nei propri studi ha fatto perno sulla giurisprudenza (l’importanza di altri filoni di ri­cerca non contraddice la centralità data ai giuristi). Casavola non guarda al Digesto come scrigno giurisprudenziale. Davanti alla “stanza del tesoro” (per ricorrere alla immagine savigniana) a susci­targli interesse non è solo quanto contiene. Da indagare, sono i motivi che hanno indotto a costruir­la, il suo “perché”: seguendo un’altra strada. Egli viene così non solo a indicarla, ma comincia pure a tracciarla.
E però (l’ho già detto) egli non percorre sino in fondo — tramite tutte le costituzioni del grup­po; per l’intera compilazione — questa nuova strada di “perché”, di “idee-forza”, di “motivi”, di “scopi”. E non mi risulta sia stata ancora percorsa da altri addentro i tria volumina compilato­rii ad enuclearne strutture, funzioni (come per il nostro codice civile si è fatto di recente: penso a Severino Caprioli).
Nell’avviarmi alla conclusione, esco dall’ambito affidatomi. Faccio riferimento alla nuova collana, Incunabula menlis.
Alla digressione mi spingono due motivi.
La necessità di un grazie, intanto. In una iniziativa napoletana — accanto a Casavola, ideatori e fondatori sono Franco Amarelli e Lucio De Giovanni — si è voluto far entrare, con amabilità e garbo tre ‘estranei’, come siamo i miei colleghi amici carissimi Fusco e Lanza ed io stessa. Anche a loro nome il ringraziamento, vorrei dire ufficiale, per questo coinvolgimento: spontaneo, generoso, pari­tario. Per tutti, ringrazio Amarelli. Anche perché è proprio lui — si può adesso rivelarlo — lo studente “nudo e crudo” che ha raccolto e ciclostilato le lezioni di Casavola, che le ha conservate, che ce le ha trasmesse permettendoci di conoscerle.
Poi, e su questo chiudo, il desiderio di segnalare un legame: fra i primi due volumi, Riccobono e Casavola, che si rieditano.
Mi limito a un profilo specifico nei Lineamenti di Storia delle fonti. Sono stata educata da Orestano a tenere in grande considerazione questo libro del suo Maestro, importante per tanti versi: non libro da capezzale (secondo la formula francese), ma vero e proprio “libro da scrittoio” da avere a portata di mano. Pure, nel curarne la ripubblicazione, mi ha colpito per la prima volta qualche fra­se che proprio non ricordavo.
Mi è apparso così più emblematico il collegamento con Giuristi adrianei, implicito nel far u­scire contestualmente i volumi nelle due linee di Incunabula.
Nota Riccobono (e tornerà a ripeterlo) che “lo stile e la lingua dei giuristi romani sono stati poco studiati”. Poi subito aggiunge: “Ed anche la personalità dei singoli giuristi non è stata finora convenientemente illustrata”. Ambedue i rilievi sono di grande interesse; in particolare il secondo richiederebbe di esser commentato anche in rapporto al superamento dell’interpolazionismo nel suo pensiero. Ma è sulla conclusione che se ne trae che voglio qui porre l’accento. Riccobono si apre al futuro e dichiara: “Sono, questi, compiti che le nuove generazioni sono chiamate ad assolvere”.
Fra i primi ad assolverli — e da par suo — ci sarà appunto Casavola: che inizierà a dedicarvisi tre lustri dopo. Quando un Riccobono ottantacinquenne licenzia la seconda edizione con la chiama­ta a operare, Casavola è diciottenne.
Non dico che intendesse così rispondere all’invito riccoboniano. Sperso nella miriade di in­formazioni che il libro offre, potrebbe non avergli dato alcun rilievo.
Colgo un simbolico ‘passaggio di fiaccola’: fra singoli studiosi come fra generazioni.
Alla stregua — voglio ricordarlo — di quello che lo stesso Casavola adombra nella Prefazione a Giuristi Adrianei: da un lato, ricordando all’inizio che i saggi raccolti hanno “influenzato altrui nuove e proficue ricerche”; dall’altro, chiudendo con la dedica “a tutti i maestri della romanistica italiana, che nel volgere di pochi anni, consegnandoci il ricordo del loro insegnamento, hanno reso più acuta la responsabilità del nostro”.

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