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Luigi Einaudi, su crescita, istituzioni e Mezzogiorno

di - 15 Aprile 2010
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Mi avvio a concludere movendo dalle parole che Einaudi rivolse nel 1900 al Nord e Sud di Francesco Saverio Nitti: “Soltanto una pseudo-sociologia ciarlatanesca può dilettarsi a distinguere due razze in Italia, l’una volta al progresso e l’altra destinata alla barbarie”.
Oggi abbiamo migliore contezza statistica del fatto che nel 1861 il reddito pro capite lungo la Penisola era pressoché livellato, su bassi valori nel confronto europeo. Sappiamo che quando Einaudi commentava Nitti il ritardo del Sud rispetto al resto del Paese – anche attraverso il tragico decennio del brigantaggio meridionale – era salito al 20 per cento. Si sarebbe dilatato al 50 per cento attraverso il fascismo e la guerra. Nell’ultimo trentennio il divario ha oscillato sul 40 per cento, sebbene dall’Unità il reddito pro capite del Sud si sia decuplicato, rispetto all’incremento di otto volte della media mondiale.
Soprattutto, sappiamo che il divario era stato contenuto nell’età giolittiana e sensibilmente ridotto nel 1950-70, le due fasi di crescita rapida dell’economia italiana. Anche dal punto di vista della disparità territoriale deve quindi preoccupare fortemente la tendenza al ristagno che dal 1992 affligge la nostra economia. Il divario Nord-Sud non si ridurrà se l’intero sistema produttivo dovesse mancare di ritrovare la via della innovazione e della crescita.
Nella mia analisi, affinché lo scenario perverso venga scongiurato occorre che si realizzino quattro condizioni, di cui allo stato non vi è traccia:

a) risanamento dei conti pubblici
b) adeguamento delle infrastrutture, materiali e giuridiche
c) intensificarsi delle spinte concorrenziali
d) rinnovato dinamismo delle imprese.

Sono, queste, variabili tutte d’ordine economico. Ma esse a propria volta dipendono da forze istituzionali, politiche, culturali. Sono forze che devono scaturire dal profondo della società italiana, al di là dell’economia. Tornano alla mente i “fattori morali” di Luigi Einaudi.

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