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I limiti del mercato reale nell’allocazione delle risorse. Riconfigurazione del profitto e contenimento dei prezzi.

di - 1 Febbraio 2010
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Orbene, l’imprenditore è, in uno schema concettuale semplificato al massimo ma non per questo meno significativo, colui il quale crea un’impresa assumendo su di sé l’alea della produzione. Egli paga ai fornitori dei fattori produttivi (capitale e lavoro) prezzi (interessi e salari) che sono indipendenti dall’esito favorevole o sfavorevole dell’attività intrapresa, liberandoli da ogni sorta di rischio.
Sorge, così, la giustificazione economica ed etica del profitto come ricompensa dell’alea della produzione che l’imprenditore corre.
Ma se l’impresa non avrà successo il risparmiatore-mutuante corre il pericolo non solo di non percepire l’interesse pattuito, che pure l’imprenditore è obbligato a pagare, ma anche quello di non ottenere la restituzione del capitale prestato; il lavoratore, a sua volta, rischia non soltanto di non ricevere il salario per il lavoro già eseguito ma anche di essere licenziato.
Pertanto sia il risparmiatore che il lavoratore, al pari dell’imprenditore, sono di fatto coinvolti nell’alea della produzione, e l’impresa si riqualifica come ente multistakeholders nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa.
E’ evidente, allora, che se dal punto di vista giuridico-formale il rischio è sopportato unicamente dall’imprenditore, dal punto di vista economico-sostanziale il rischio grava anche sui fornitori dei fattori produttivi. In questo quadro non appare più convincente, sotto il profilo sociale, il concetto di profitto quale giusto compenso dell’alea che corre l’imprenditore, determinato dalla differenza tra costi e ricavi.
Il profitto riacquista la sua legittimazione nella riconfigurazione di elemento del costo di produzione, connesso alla funzione della imprenditorialità. Come il salario è il prezzo del lavoro, l’interesse del capitale, così il profitto è il prezzo dell’attività imprenditoriale, da ricomprendere, al pari degli altri, nei costi di produzione.
Il profitto, considerato secondo la visione mainstream come differenza tra costi e ricavi, si traduce in plusvalore a danno del consumatore che viene a pagare la merce o il servizio più del suo <reale> valore economico. Facendo, invece, rientrare il profitto (sia quello normale sia l’extraprofitto) nei costi produttivi, il valore di mercato del bene non soggiacerebbe più ad una esigenza di disequilibrio tra costi e ricavi ma sarebbe perfettamente uguale al costo di produzione: V=C, valore=costo.
IL problema che qui si pone è quello della formazione di questo nuovo costo di produzione, che risulterebbe determinato, in un primo momento, dal “prezzo regolamentato”; il prezzo concordato, però, in un secondo momento si riconfigurerebbe come prezzo di equilibrio tra domanda e offerta.
L’imprenditore X produce il bene Y ad un costo di € 100 e lo vende a € 200 al chilogrammo, ad un prezzo diverso da quello di equilibrio proprio della concorrenza perfetta.  Se il profitto fosse considerato come elemento delle spese di produzione e le forze sociali ne determinassero il saggio, ad es., a 30 € il chilogrammo, l’imprenditore otterrebbe, per ogni unità di merce prodotta e venduta, un ricavo di € 30, e il plusvalore di € 70 si riverserebbe a beneficio del consumatore. Il prezzo di € 130 non è, però, prezzo di equilibrio essendo un prezzo concordato inferiore a quello del mercato in equilibrio, con la conseguenza che la domanda supera l’offerta del bene. Ma, in una seconda fase, l’imprenditore, incrementando la produzione, riequilibra domanda e offerta e il valore di € 130 riappare di nuovo come prezzo di mercato in equilibrio.
Consegue che complessivamente i consumatori del bene Y aumenteranno, aggiungendosi ai vecchi, i quali usufruiranno di un risparmio, i nuovi cui prima era inaccessibile quel singolo bene; l’imprenditore, da parte sua, ha la possibilità di realizzare maggior reddito intensificando la produzione, e conquistando nuove aree di collocazione della merce, ma senza più essere un price-maker.
Il profitto, quindi, inteso come costo, si ottiene moltiplicando la quantità di merce prodotta per un certo prezzo (correlato agli altri elementi costitutivi delle spese di produzione) concordato tra le associazioni dei datori di lavoro e le associazioni dei consumatori. Già intorno agli anni venti del secolo scorso lo svedese Ernst Wigforss enunciava l’idea che i consumatori fossero legittimati a prender parte alla determinazione dei prezzi dei beni prodotti.
La diminuzione dei prezzi dei prodotti a vantaggio di masse più larghe di consumatori favorirà la tendenza alla redistribuzione dei beni economici in un contesto di massimo benessere sociale possibile, proprio perché prezzi più bassi aumentano il potere di acquisto complessivo dei consumatori.
Solo allora, si potrà sperare che, in una ottica di giustizia non semplicemente commutativa ma anche distributiva, non si assista più a quello spettacolo, provocatorio e offensivo della dignità della persona e del valore del lavoro nell’ottica delle encicliche sociali della Chiesa[2], che vede le imprese (divenute, grazie ad una politica reazionaria di restaurazione da “Congresso di Vienna del 1815”, centrali in questa società occidentale di fine del postmoderno) scoppiare di salute per i lauti profitti conseguiti e i lavoratori annegare nel mare del precariato strutturale, dello Stato caritatevole, che conculca i diritti sociali fondamentali, e dell’inflazione, tassazione che non fa, certo, paura ai ricchi, ma che turba il sonno delle classi povere subalterne.
La collocazione del profitto (normale ed extra) nella categoria dei costi aziendali, ponendo sulla stessa linea funzionale profitto e salario, fa in modo che i due costi si configurino come variabili dipendenti l’una dall’altra, con la conseguenza che a una contrazione del profitto deve corrispondere una contrazione del salario.

Note

2.  L’opinione pubblica è preoccupata dei guasti sociali che sta producendo il neoliberismo, sfuggito a ogni controllo politico ed etico. Nella società occidentale postindustriale il lavoro sembra non essere più un valore!
Le encicliche sociali della Chiesa, invece, si pongono tutte nell’ottica della valorizzazione del lavoro in una visione creativa e redentiva, opposta alle concezioni materialiste proprie del capitalismo e del comunismo, entrambi partoriti dal liberalismo, almeno secondo lo storico americano Immanuel Wallerstein.
Nella enciclica Rerum Novarum (1891) Papa Leone XIII difende la proprietà privata nascente dal lavoro e dal risparmio come diritto cui può accedere ciascun uomo.
Papa Pio XI nella enciclica Quadragesimo anno (1931) caldeggia il c.d. contratto di società, il solo in grado di consentire agli operai di diventare<cointeressati o nella proprietà o nell’amministrazione e compartecipi in una certa misura dei lucri percepiti>.
Papa Giovanni XXIII nella enciclica Mater et Magistra afferma il valore del lavoro < come espressione della persona umana> e la necessità che i lavoratori partecipino alla vita delle imprese e giungano alla proprietà nelle imprese. Papa Giovanni privilegia la socializzazione, che non è statizzazione né nazionalizzazione, come dispositivo per l’attuazione del mezzo più idoneo per aumentare la produzione di beni a beneficio dell’intera umanità.
Nella enciclica Populorum Progressio Paolo VI condanna il sistema costruito, senza correttivi, sul profitto e sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. La proprietà privata non costituisce un diritto incondizionato ed assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo esclusivo uso ciò che supera il suo bisogno, quando altri mancano del necessario. Di qui la condanna dell’imperialismo internazionale del denaro e la legittimità, in caso estremo, del ricorso alla rivoluzione. Paolo VI, infine, nella enciclica Laborem Exercens condanna sia il comunismo che il capitalismo e privilegia la socializzazione, che, superando l’antinomia tra il lavoro e il capitale, realizza il principio del lavoro come causa efficiente primaria e non come mero strumento della produzione.
Nella società della disoccupazione di massa da innovazione tecnologica sta insorgendo un colossale conflitto tra capitale e lavoro, nel quale rischia di rimanere perdente il lavoro. L’economista americano Jeremy Rifkin tende a valorizzare il terzo settore per contrastare l’incombente <società senza lavoro>, ma il rimedio proposto non pare molto efficace. Il filosofo americano Noam Chomsky, invece, più efficacemente prospetta la necessità della limitazione del profitto delle multinazionali, pena la morte della democrazia.
Noi crediamo che oggi più di ieri sia un imperativo morale e anche <economico> realizzare il valore <redentivo> del lavoro, enunciato dalle encicliche sociali della Chiesa; e ciò va fatto caratterizzando il profitto, al pari del salario, come costo di produzione e non più come differenza tra costi e ricavi.

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