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Dopo Keynes, dopo Sraffa: il pensiero “critico” e l’economia italiana*

di - 24 Aprile 2009
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Riguardo al breve periodo, il pensiero critico sottolineò la necessità di più strumenti per il governo macroeconomico. Un riferimento era nella testimonianza resa nel 1958 da Richard Kahn al Radcliffe Committee. Una politica monetaria antinflazionistica, che sacrificasse investimenti, produttività e crescita era da riguardare come estrema ratio. A fortiori, in assenza di politiche di bilancio e dei redditi, era monca la politica economica affidata alla sola banca centrale, al solo strumento creditizio. Purtroppo, è quanto sarebbe avvenuto in Italia, con Via Nazionale lasciata sola per trenta lunghi anni, dal 1963 al 1993.
Si dovette attendere un quinquennio affinché i rilievi mossi all’azione restrittiva della Banca d’Italia nel 1963 – una stretta che bloccò l’inflazione, ma anche gli investimenti – si traducessero da parte degli stessi critici in organiche proposte per attrezzare la politica economica di breve termine con gli strumenti regolatori del bilancio e dei redditi.
Nei fatti, dal 1964 al 1972 la bilancia dei pagamenti registrò sistematici attivi di parte corrente. Il Paese cedette al resto del mondo cospicue risorse reali, 20 per cento del PIL di un anno, cumulativamente. Investiti in Italia, quei mezzi sarebbero risultati preziosi per rafforzare l’economia.
Venne persa una storica occasione, nonostante i richiami al principio della domanda effettiva provenienti dai post-keynesiani.

1969-1995: instabilità
L’autunno caldo inaugurò una interminabile stagione di prezzi crescenti, disavanzi con l’estero, deprezzamento della lira, disoccupazione.
Tra il 1970 e il 1984, rivendicazioni reiterate impressero ai salari nominali una dinamica del 18 per cento l’anno con picchi inauditi – dell’ordine del 25 per cento – nel 1974, 1977, 1981: in media 3 punti oltre l’inflazione, 15 punti oltre la produttività. Con quello salariale interagirono altri due impulsi destabilizzanti: i rincari dei prodotti primari e il dilatarsi della spesa pubblica.
Se la crisi petrolifera di fine 1973 – a cui l’Italia era particolarmente esposta – colse tutti impreparati, l’esplosione salariale non sorprese gli economisti critici. La visione neoclassica delle relazioni industriali cozzava con il dato di una inflazione di salari e prezzi coincidente con una disoccupazione in ascesa, dal 5 per cento del 1970 al 12 per cento del 1987-89. La natura politico-istituzionale del salario – un ‘non prezzo’ – era invece da sempre al centro dell’analisi degli economisti critici, sebbene con diversità di toni anche profonde. Per lo più ne derivava una indicazione forte di politica dei redditi, alla maniera di Kahn. All’estremo opposto, forzando il pensiero di Sraffa, ne scaturì la peculiare suggestione di un salario “variabile indipendente”, svincolato da ogni compatibilità.
L’inefficienza della spesa pubblica e l’onerosità della tassazione erano pur esse fattori di stagflation. Non vi fu nulla di keynesiano nella mala gestio ultraventennale, sconsiderata negli anni Ottanta, della pubblica amministrazione. In particolare, è stridente il contrasto fra il risparmio pubblico negativo dal 1971 al 1994 e l’auspicio di Kahn per politiche fiscali rigorose, capaci di “contrastare l’inclinazione di una società democratica verso una miope preferenza per il consumo immediato”.
Inoltre, nel caso dell’Italia – ancor più che in altre economie avanzate – le interpretazioni da sintesi neoclassica in chiave di “aggregate supply shocks”, sottovalutavano le inefficienze di allocazione dinamica da cui un sistema di mercato può essere afflitto.
Su questo aspetto il pensiero critico offrì almeno due schemi di riferimento ricchi di implicite indicazioni di policy.
Il primo schema scaturiva dalla lettura di Ricardo attraverso Piero Sraffa e Luigi Pasinetti. Nella analogia – perché di analogia si trattò – con la rendita ricardianamente assicurata dalle terre meno fertili, i settori meno produttivi potevano gravare sulla manifattura, il settore più produttivo.
Il secondo schema chiamava in causa le carenze intrinseche ai meccanismi dell’allocazione dinamica delle risorse: il mercato con i suoi “fallimenti”; le grandi corporations con il burocratismo delle loro gerarchie; il sistema bancario e finanziario con le prassi del passato; la pubblica amministrazione con le sue inefficienze.
Questi due schemi, ben distanti dalla economics neoclassica, trovarono più di una eco presso gli economisti “pratici” e le istituzioni. Esemplifico con un caso di insuccesso e con un caso di successo, rispettivamente negli anni Settanta e negli anni Ottanta-Novanta.
Guido Carli, prima di succedere nell’estate del 1976 a Gianni Agnelli alla Confindustria promosse presso l’Ente Einaudi di Roma una serie di ricerche, poi raccolte in due volumi. L’impostazione era conforme a una linea “ricardiana” di lotta alle inefficienze oligopolistiche da parte dei produttori efficienti – capitalisti e lavoratori – almeno pro tempore uniti in tale impegno. Le proposte di Carli non ebbero seguito nell’azione dei governi. Lasciarono tuttavia un segno nel dibattito sulle cause delle difficoltà che l’economia incontrava.

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