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L’intervento di capitali privati nella realizzazione di opere pubbliche in Italia

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di Francesco Levino Petrosemolo

Il mio parere si basa su più di 37 anni di esperienze dirette sia nel settore delle OOPP sia nel settore privato.
Ben prima quindi dell’avvento della Legge Merloni nel 1994, in quanto mi sono occupato molto sia di ERP sia di concessioni di committenza, e quindi posso portare una “memoria” diretta in tal senso.
Dopo la Merloni ho avuto modo di occuparmi di Project Finance sia dal punto di vista teorico sia al punto di vista pratico. In contemporanea mi sono occupato di settore alberghiero e di Real Estate.
Il combinato disposto di tutte queste esperienze, sviluppato non tanto dal punto di visa progettuale quanto sotto quello del management e della “strutturazione finanziaria” dei programmi, mi ha portato a maturare ed affermare pubblicamente molte volte il seguente punto di vista:

  • – Il PF non potrà mai funzionare in Italia finchè verrà trattato dal punto di vista normativo come un sottoprodotto del settore degli appalti, allo scopo di surrogare la mancanza di finanziamenti pubblici in c.c. per la realizzazione di infrastrutture. Il nuovo Codice degli Appalti non fa eccezione e conferma la linea avviata sin dal 1994;
  • – Tale punto di vista è anche culturale, ed attraversa orizzontalmente non solo la classe politica e amministrativa, ma anche quella imprenditoriale e professionale;
  • – È necessario quindi ribaltare di 180° i rapporti di forza all’interno degli attori del PF: il momento della costruzione (e quindi il ruolo del costruttore), cui nella norma si dedica troppo spazio, è marginale, sia nella fase di concept che in quella del ciclo di vita della infrastruttura. Il momento principale è quello della gestione, e quindi è sulla figura del gestore (che in Italia non è mai stata incentivata e sviluppata in qualsiasi settore, riprova ne è la mancanza, per esempio, di grandi catene alberghiere nazionali in grado di competere a livello internazionale con francesi e spagnoli, lasciando che il nostro territorio venisse da loro colonizzato) che va spostata tutta l’attenzione dei legislatori e degli operatori;
  • – Altro punto fondamentale è capire che i confini che storicamente hanno separato nettamente il mondo dell’urbanistica da quello dei lavori pubblici (al punto tale che, per esempio, un avvocato amministrativo non capisce quasi nulla di urbanistica e di edilizia e viceversa), vanno superati, se si vuole che si aprano dei varchi allo sviluppo del PF: tradotto in altre parole, questo assetto, culturale ancor prima che normativo, in Italia ha inibito e scoraggiato la nascita e crescita della figura del Developer, fondamentale perché il mondo degli investitori privati si senta incentivato ad impegnarsi in Italia nel settore delle infrastrutture;
  • – Last but not least: la sottocapitalizzazione endemica delle imprese italiane, nessun settore escluso. Le nostre cosiddette grandi imprese di costruzione non sono neanche lontanamente paragonabili ai gruppi stranieri. Ciò comporta l’impossibilità di impegnare e immobilizzare fino al break even point le importanti risorse necessarie all’avvio di operazioni di PF, a meno di ricorrere alla leva finanziaria, sempre più difficile da attivare nel nostro Paese.

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