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STORIA DELL’IRI – Vol.3 I difficili anni ’70 e i tentativi di rilancio negli anni ’80. A cura di Francesco Silva, Editori Laterza 2013

di - 9 dicembre 2013
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MASTRO STORIA E SOCIETA'.qxpA margine di un recente contributo alla storia dell’IRI

Le traversie dell’IRI post-miracolo economico dipesero in primo luogo dalla gravità e dalla speciale natura della crisi economica degli anni Settanta. Fu una crisi “da sproporzioni”. Tre shocks – salariale, petrolifero, di finanza pubblica – sfociarono sul piano macroeconomico nella prima stagflation della storia. Soprattutto, sconvolsero l’intera costellazione dei prezzi relativi. Le imprese furono quindi chiamate a riallocare le risorse. Per risparmiare lavoro e fonti d’energia s’imposero altre produzioni, altre tecniche, altre combinazioni dei fattori. L’organizzazione dovette farsi snella, orientarsi al decentramento, all’outsourcing, alla flessibilità.

Per l’IRI la crisi da sproporzioni era il peggiore dei mondi. Il gruppo era colossale (oltre mezzo milione di addetti), rigido. Era già altamente capitalizzato, con ristretti margini di sostituzione ulteriore di capitale a lavoro ed energia. Operava nei settori pesanti, i più esposti a quegli shocks. La sua governance era dispersa su tre livelli: holding, finanziarie di settore, società operative.

Nonostante gli sforzi di Sette, Prodi, dello stesso Nobili concorsero limiti ed errori di uomini, difetti d’attuazione, più di concezione, di strategie. Ma pesò non poco, negli anni Settanta e successivamente, l’incomprensione da parte della classe politica, di governo e di opposizione, da parte delle classi dirigenti, della ragion d’essere storica dell’IRI e del ruolo che doveva svolgere nell’economia italiana.

Si fece dell’IRI un uso improprio. Vi si ricorse quale strumento per tutte le evenienze della crisi: assorbire imprese decotte, limitare la disoccupazione, sostenere le aree depresse, salvaguardare specifici interessi.

L’IRI invece era sorto come autonomo meccanismo produttivo, e tale avrebbe dovuto restare. La differenza fra un meccanismo e uno strumento è profonda. Non è di grado, ma di natura. Ma al di là del suo uso improprio si smarrì la contezza che l’IRI- l’IRI meccanismo – si era reso inevitabile per supplire alla manifesta incapacità del capitale privato di stare sul mercato nell’industria pesante, nel terziario avanzato, nella finanza. La funzione essenziale dell’IRI era d’integrazione e surroga dell’iniziativa privata carente o assente. Quella funzione avrebbe dovuto continuare a essere svolta in condizioni di autonomia imprenditoriale, così come era avvenuto dopo il disastro industriale e bancario degli anni Trenta e al tempo del miracolo economico. Soprattutto, avrebbe dovuto continuare a essere svolta.

Il punto cruciale è che mai i capitalisti privati si sono fatti avanti, danaro alla mano, per ritornare in possesso, ai prezzi di mercato, dell’intero complesso IRI, non solo delle sue frange. Mussolini non aveva nessuna intenzione anticapitalista, o di economia programmata. Come soleva dire, “ricaddero sulle braccia dello Stato” imprese e banche che costrinsero, dietro consiglio di Beneduce e Jung, a impegnarvi danari pubblici per l’11 per cento del Pil (200 miliardi di euro odierni). “Quando lo chiuderemo, questo convalescenziario?”, esclamava il Duce, che rispose “accomodatevi” a Vittorio Cini, allorché in Parlamento nel 1935 il prestigioso finanziere veneziano osò affermare che vi erano capitalisti pronti a rilevare in blocco le aziende IRI. Non si avanzò nessuno, né allora né mai. Alla Costituente, nel marzo del 1946, il Presidente della Confindustria Angelo Costa avrebbe con genovese realismo dichiarato: “Se si potesse pensare che l’industria privata fosse in grado di assorbire l’IRI, potremmo dire: liquidiamo l’IRI e facciamolo assorbire dai privati. Ma noi oggi non possiamo immaginare una industria privata che sia in grado di prendere per es. una Ansaldo”. Negli stessi anni prosperi del miracolo economico ai maggiori gruppi privati italiani fu necessaria che di loro – delle loro imprese, dei loro patrimoni, delle loro persone – si occupasse una “badante”: la Mediobanca, finché visse Enrico Cuccia. Nella testimonianza di Cesare Romiti i più grossi azionisti privati furono sempre “alle prese con il cronico problema della scarsità di capitali (…) Avevano dunque bisogno di Cuccia, dimostrando una evidente mancanza di coraggio e intraprendenza”. Probante fu, da ultimo, il fallito esperimento Guarino, allorché il Ministro dell’industria e delle Partecipazioni statali il 7 luglio del 1992 propose ad Agnelli e Romiti, Ferruzzi e Sama, De Benedetti e Tronchetti-Provera di rilevare le grandi imprese pubbliche, compattate in due super-holding, e ricevette una risposta negativa.

Al momento delle privatizzazioni primariamente tese a ridurre il debito pubblico si decise che lo Stato mantenesse il controllo di ENI ed ENEL – produttrici di utilities per il consumo interno, prive di progresso tecnico – e cedesse invece l’IRI, la manifattura potenzialmente esportatrice, luogo naturale del progresso tecnico.

Si sopravvalutò, allora, la capacità del capitale privato di interpretare con successo l’attività manifatturiera: un grave errore, previsivo e strategico. Dal 1992 la dinamica della produttività è scesa a zero, o al di sotto di zero, nella manifattura come nell’intera economia italiana. La produttività è scaduta negli stessi settori industriali in cui l’IRI in precedenza operava. L’IRI era soprattutto attivo nelle comunicazioni e trasporti (50 per cento delle vendite del gruppo, banche escluse), nella siderurgia (15 per cento) e nella meccanica (15 per cento), il resto essendo frazionato negli altri rami. Negli anni Ottanta la crescita della produttività del lavoro delle imprese, IRI e non-IRI, in questi tre settori era stata in linea con quella media dell’industria in senso stretto (2,7 per cento l’anno). Nel 2000-2008, invece, la produttività sperimentava un incremento prossimo allo zero nella siderurgia e nella meccanica – come nell’intera economia e nell’industria manifatturiera – e un rallentamento all’1,6 per cento nei trasporti e comunicazioni.

Oggi l’economia italiana è in un pantano: alta disoccupazione, bassa produttività. La politica economica è inesistente. Le imprese non rispondono, continuano a chiedere soldi pubblici.

Lo Stato potrebbe vedersi ancora una volta costretto a una funzione di supplenza. Ciò avverrebbe nel caso estremo in cui i privati non fossero in grado di assicurare al Paese, nella loro autonomia, un’industria manifatturiera ad alta produttività, esportatrice perché capace d’innovazione e di progresso tecnico. Qualora si determinasse una persistente, congiunta inadeguatezza dello Stato e dell’Impresa nel rilanciare produzione e occupazione attraverso la produttività, la via estrema sarebbe il taglio dei salari reali, con pesanti implicazioni economiche, sociali, politiche.

Se in una qualche forma – diversa ma analoga a quella del 1933 – la ricostituzione di un’industria manifatturiera pubblica finisse malauguratamente per imporsi, le risorse potrebbero solo ricercarsi nella dismissione di cespiti immobiliari, in capitale di rischio conferito dalla Cassa Depositi e Prestiti, al limite nella cessione di ciò che resta del patrimonio azionario dello Stato impiegato in attività produttive non strategiche né innovative, come quelle svolte dall’ENI e dall’ENEL. Il presupposto sarebbe che le finanze della Repubblica fossero risanate, il bilancio in equilibrio, il debito sotto controllo, avviato a ridursi rispetto al Pil.

Sulla scorta dell’esperienza fatta con l’IRI, l’ente dovrebbe agire come meccanismo atto a contenere i costi e a esprimere produttività e competitività. La separatezza rispetto alla politica è lo snodo cruciale. Istituzionalmente, l’impresa pubblica andrebbe rispettata nella sua autonoma imprenditorialità, non usata quale strumento a disposizione della politica per perseguire le più disparate finalità contingenti.

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