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Abolizione del valore legale del titolo di laurea: ritorna uno slogan equivoco

di - 15 luglio 2011
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Tra le proposte avanzate dal nuovo presidente dei giovani di Confindustria, che non mancano certo di mordente e di concretezza, c’è però anche un vecchio ed equivoco slogan, che periodicamente riemerge: “l’abolizione del valore legale del titolo di laurea”.
Sul punto, si dovrebbe ricordare che il valore “legale” della laurea è limitato al fatto che essa costituisce condizione per l’accesso agli esami di abilitazione all’esercizio di professioni (medici, avvocati etc.) e per l’accesso a concorsi per ruoli dirigenziali pubblici (magistrati, dirigenti amministrativi). Posto che nessuno propone di abolire i concorsi pubblici o di consentire a chiunque, senza alcun controllo, l’esercizio della professione di medico o di avvocato, che significato avrebbe l’abolizione del valore legale del titolo? Alla lettera, significherebbe che anche un non laureato sarebbe legittimato a presentarsi all’esame di abilitazione all’esercizio di una professione o ad un concorso per l’accesso alla magistratura, eccetera. Dubito che questo sarebbe un bene per il paese: già oggi molte di queste selezioni sono difficilmente gestibili secondo criteri di equità e di efficienza, perché  alle prove partecipano migliaia di persone; l’aumento del numero dei partecipanti potrebbe solo aggravare le disfunzioni attuali. E non penso proprio che fra le priorità sociali del paese ci sia quella di dare anche a soggetti non laureati la chance di esercitare la professione medica o di diventare magistrato.
In realtà, lo slogan della “abolizione del valore legale del titolo” nasconde di solito una ben diversa critica, rivolta alla circostanza che tutte le lauree hanno lo stesso “valore legale” e che ciò non crea incentivo, per le Università, a competere sulla qualità dell’insegnamento impartito.
Questa critica va presa sul serio. C’è da chiedersi allora: perché il “prodotto” delle università italiane continua ad essere prevalentemente inteso come il “titolo”, che soddisfa la domanda degli studenti (e delle loro famiglie), anziché come il laureato stesso, cioè un personale professionalmente formato, destinato a soddisfare la domanda di imprese e pubbliche amministrazioni? Ci sono varie spiegazioni socioculturali di questo fenomeno, ma alcuni incentivi sono creati dalla contrattazione collettiva, quando attribuisce vantaggi di anzianità o di carriera a chi acquisisca una prima o una seconda laurea. Da qui l’incentivo ad una competizione al ribasso fra università; fenomeno accentuato dalla sciagurata introduzione, circa 20 anni fa, dell’istituto dei “crediti formativi”, attribuiti al laureando sulla base di convenzioni fra il suo datore di lavoro e un ateneo che si presta ad offrire lauree facili.
Un giusto obiettivo sarebbe allora quello di abolire, per legge, non tanto il valore “legale” del titolo, quanto la possibilità di attribuire un valore “convenzionale” ad un titolo di laurea qualsiasi, sulla base di ipocrite presunzioni che esso corrisponda ad un acquisito valore professionale.
A parte ciò, si deve sempre ricordare che, in tutto il settore privato, il titolo di laurea non ha alcun valore legale, e che le imprese, nel selezionare il proprio personale, possono liberamente attribuire ad ogni titolo di laurea il peso che ritengano adeguato. Sarebbe anzi auspicabile – al fine di innescare una competizione virtuosa fra università – che le organizzazioni imprenditoriali si impegnassero a migliorare i criteri di misurazione della qualità dei laureati delle diverse università, finora oggetto di tentativi di ranking rudimentali o fantasiosi, elaborati da qualche quotidiano o rivista.
Per tornare, infine, al valore (legale, questo sì) della laurea per l’accesso alle professioni o ai pubblici concorsi, direi che il problema è, se mai, quello di attribuire al sistema universitario – introducendo opportuni incentivi per mettere in competizione fra loro le singole università – una funzione di preselezione dei giovani aspiranti a partecipare agli esami di Stato e ai concorsi pubblici: problema in qualche modo già risolto per le facoltà di medicina, con l’introduzione del numero chiuso, o risolto in autonomia da alcune autorità indipendenti, che ammettono alle loro selezioni solo giovani con voti di laurea massimi e altri titoli culturali e professionali.


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