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materialiOmero, Iliade

  18 novembre 2010
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1. “Le città e gli uomini”

Nel XVII libro dell’ Iliade la fabbricazione dello scudo di Achille offre l’occasione per la più celebre ékphrasis (descrizione) della letteratura antica. Efesto scolpisce sullo scudo di Achille le immagini di una città pacifica e di una città guerriera: nozze, feste e ordinamenti giudiziari nella prima; assedi e imboscate nell’altra.

[XVIII] Efesto fece per primo uno scudo grande e gravoso che in ogni parte adornò: e intorno gettò un orlo lucido, un triplice orlo splendente, e fuori una cinghia d’argento. Cinque strati aveva lo scudo: ma sopra di esso molte figure istoriava, con molta sapienza. E in esso fece la terra e la volta del cielo ed il mare. E il sole instancabile e un pieno di luna e tutti i segni di luce che il cielo cinge a corona, Pleiadi, Iadi e forza d’Orione e l’orsa, cui danno anche il nome di carro, che gira sopra se stessa e volge a Orione lo sguardo e sola fra tutte le stelle ignora le acque d’Oceano.
E due città fece in esso: città dei mortali, belle. Ed erano in una, feste di nozze e banchetti: le spose fuori dai talami, sotto le torce lucenti, scortavano per la città, fra larghe grida di gioia, e giovani uomini in danza facevano ruota, e fra loro flauti e cetre suonavano; e intanto le donne restavano ferme a guardare, ciascuna dinanzi alla soglia. E si radunava la gente in mezzo alla piazza: una lite era in corso, due uomini opposti uno all’altro a causa del prezzo d’un morto; e il primo giurava di aver dato tutto: di fronte a tutti giurava e l’altro negava d’avere mai avuto. Tutti e due ricorrevano al giudice in modo da avere una fine. E li acclamava la gente, schierata da entrambe le parti […]. Ma l’altra città circondavano due schieramenti di genti, e le loro armature abbagliavano […]. E fra loro giravano Lotta e Tumulto e la Chera letale, che ora afferrava un vivo appena ferito, ora un illeso, o trascinava dai piedi un cadavere in mezzo alla mischia: e aveva addosso una veste splendente di sangue umano. E come uomini veri essi lottavano uniti, gli uni strappavano agli altri i cadaveri dei loro morti. E sopra vi pose un molle maggese, un campo fecondo, ampio, da arare tre volte. E in esso molti aratori giravano i giuoghi dei buoi, da un lato all’altro guidandoli. E quando voltando, venivano a un capo del campo allora un uomo arrivava e poneva una coppa di vino mielato nelle loro mani. Essi andavano solco per solco, desiderosi di giungere al capo del vasto maggese. Sullo sfondo era nero il maggese e terra arata sembrava, benché fosse d’oro: era fatto con arte stupenda. E sopra vi pose un podere regale. Qui i falciatori avevano in mano le falci affilate e mietevano. I fasci, alcuni, cadevano fitti per terra, sul solco, altri legavano i raccoglitori in covoni […].
E sopra vi pose una vigna, grande, gonfia di grappoli, bella, d’oro. E l’uva in esse era nera, ma la vigna era tutta sorretta da pali d’argento. E accanto un fossato di smalto e intorno un recinto di stagno tracciò. E un solo sentiero passava la vigna: per esso muovevano i raccoglitori nel tempo della vendemmia. E ragazze e ragazzi di lievi pensieri dentro canestri intrecciati portavano il dolce raccolto. E sopra una danza istoriò il celebre Storpio, simile a quella che un giorno, nell’ampia città di Cnosso, Dedalo fece ad Arianna bei riccioli. E qui ragazzi e ragazze che valgono mandrie di buoi danzavano, l’uno nell’altro tenendosi uniti, le mani sui polsi: le ragazze indossavano vesti sottili, i ragazzi chitoni di fine tessuto che quasi brillavano d’olio. E le une portavano belle corone, gli altri portavano spade dorate pendenti a cinture d’argento. E ora correvano svelti, sui piedi sapienti, come un vasaio fa correre fra le sue mani la ruota ben fatta, sedendo, per fare la prova se è svelta. Ora invece correvano in file, gli uni rivolti alle altre. E fitta intorno alla danza stava la folla, piena di gioia e due acrobati intanto, fra loro, volteggiavano al centro e davano inizio alla danza. E sopra vi pose la grande potenza del fiume Oceano, ultimo cerchio a finire lo scudo perfetto.

Contributo collegato:

Anatomia della pólis, di Giovanni Francesco Lucarelli


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