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Luigi Einaudi, su crescita, istituzioni e Mezzogiorno

di - 15 aprile 2010
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Luigi Einaudi non può dirsi un “meridionalista”. Non ha scritto di specificamente analitico, e propositivo, sulla economia del Sud. Il significato stesso dell’aggettivo, inoltre, non è chiarissimo.
E tuttavia va respinta l’idea che Einaudi non potesse essere meridionalista perché “liberista”, convinto – si dice – che l’economia del Sud dovesse affidarsi a mere forze di mercato.
Ma questo è uno stereotipo. Se non stantio, cela più di quanto non riveli. La sorte di Einaudi è simile a quella di Adam Smith. Smith è, per chi non lo legge, il mercatista della “mano invisibile”. Lo è sebbene nei suoi scritti egli usi la espressione non più di tre volte e la usi in senso critico, se non ironico. Come Emma Rothschild ha chiarito, Smith irride all’idea che “un essere intelligente ma invisibile” – un essere divino – determini “l’ordinario corso delle cose”: “Il fuoco brucia, e l’acqua rinfresca; i corpi pesanti cadono, e le sostanze leggere volano; non si è mai creduto che la mano invisibile di Giove abbia avuto parte in siffatti fenomeni” (History of Astronomy).
In economia, unitamente alla buona fede e alla simpatia fra gli scambisti, per Smith conta, e conta molto, lo Stato. La Ricchezza delle Nazioni è per un quarto dedicata al Sovrano. Oltre a provvedere alla difesa, lo Stato deve garantire il quadro d’assieme dell’economia. Senza di esso non possono darsi né ampio mercato né divisione del lavoro. Sono fondamentali le infrastrutture, fisiche ma anche immateriali, a cui solo lo Stato, non il privato, può provvedere. Fra le infrastrutture immateriali è per Smith cruciale l’ordinamento giuridico dell’economia.
Così come per Smith, anche per Einaudi la ricchezza delle nazioni, e delle regioni, non scaturisce dal laissez faire. Nelle Lezioni di politica sociale le parole conclusive sono queste: “Il mercato non può essere abbandonato a se stesso (…) Può dare risultati ancor più stupendi se noi sapremo perfezionare e riformare le istituzioni, i costumi, le leggi entro le quali esso vive”.
Einaudi non è Hayek, per il quale il mercato esprime autonomamente la cornice giuridica che gli abbisogna, con il legislatore chiamato solo a riconoscere e a registrare quella cornice.
In una delle ultime “prediche della domenica” Einaudi concorda con Galbraith nell’affidare la fuoruscita dall’arretratezza a quattro elementi: istruzione, equità, regola della legge, rifiuto dell’idea – per Einaudi assurda – secondo cui “lo sviluppo si determini automaticamente (…) che basti all’uopo la fede nella libera impresa (…) Cogli investimenti di capitali massicci si provvede solo ad uno dei fattori mancanti e determinanti dell’avanzamento economico”. Questo – conclude Einaudi – “è il frutto assai più di fattori morali che di quelli materiali”.
Ora, tale visione ha trovato crescenti conferme negli studi sulla crescita e sui divari di reddito fra paesi e aree. Il risultato econometrico condiviso è duplice. Innovazione, progresso tecnico, qualità del produrre – Schumpeter l’aveva predetto – spiegano per ben due terzi il trend di crescita del PIL. Quelli che Einaudi chiama fattori morali sono a propria volta decisivi ai fini del progresso tecnico. Lo sono quando concorrono a determinare la produttività direttamente, insieme con le variabili più strettamente economiche (come il learning by doing). Lo sono ancor più allorché – in modelli ricorsivi, a due stadi – influiscono sulle variabili di natura economica da cui direttamente dipende la produttività.
Nelle ricerche recenti, tra le forze meta-economiche cruciali per lo sviluppo economico l’accento è stato posto sulla triade Istituzioni, Politica, Cultura.
Gli storici si sono mossi per primi in questa direzione, che Einaudi avrebbe certo condiviso: North per le Istituzioni, Eric Jones per la Politica, Landes per la Cultura. É su questi fronti che the West avrebbe sopravanzato the Rest nel progresso economico. Sulla scia di Landes, Joel Mokyr in un libro del 2009 fa risalire la primazia britannica nella rivoluzione industriale al pragmatismo attivo proprio della cultura illuministica anglosassone – scozzese in particolare – nel confronto con l’illuminismo francese e italiano, meno orientato al fare.
Fra gli economisti, il riferimento è alle indagini, financo statistiche, le quali riconoscono un ruolo importante al diritto: regole e loro rispetto, giurisdizione, scienza giuridica. Diremmo, con Capograssi e Orestano, che l’esperienza giuridica dev’essere adeguata all’esperienza economica. Vengono chiamati in causa proprietà, contratto, responsabilità civile, ma anche i blocchi dell’ordinamento che sono più immediatamente costitutivi di una moderna economia di mercato: diritto commerciale, societario, fallimentare, della finanza, della concorrenza, del processo. Da queste ricerche empiriche (Barro, Hall, King, Levine) emerge che gli andamenti e i divari nella produttività dipendono in ampia misura dalle soluzioni giuridiche: da quali esse sono e da come vengono percepite dagli operatori.
In sintesi, le tradizionali variabili economiche – accumulazione di capitale, disponibilità di altre risorse, efficienza nel loro uso, progresso tecnico – su cui Harrod, Domar, Kaldor, Solow hanno impiantato la teoria della crescita vanno integrate, ovvero a propria volta spiegate, con diritto e istituzioni, politica, cultura. Sono i fattori morali di Einaudi. Lo studio di Andrea Boltho sui Mezzogiorni di Spagna e d’Italia mi pare si inscriva pur esso in questo fruttuoso filone: il divario economico del Sud d’Italia e il suo permanere, come pure il superamento dello squilibrio territoriale nel caso spagnolo, non sono riconducibili a cause soltanto economiche.

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