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La concorrenza smarrita

di - 31 Maggio 2021
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Il dizionario di diritto della concorrenza curato dal professor Pace, che apprezziamo e commentiamo, cumula un corpo di norme, giurisprudenza, dottrina diventato anche in Italia molto ricco dopo la legge del 1990.
Questo economista non è in grado di entrare nel merito giuridico. Si è tuttavia posto la domanda ovvia sotto il profilo economico: a una tale disciplina, intrisa di diritto europeo e di concezione neoclassica dei mercati “perfetti”, ha corrisposto negli ultimi trent’anni un aumento della concorrenza?
La risposta è no.
L’eccezione è quella dei mercati bancari, dove la concorrenza è aumentata, movendo da livelli storicamente bassi, per l’azione che la Banca d’Italia ha svolto anche prima che la specifica competenza le venisse affidata nel 1990 e anche dopo che, nel 2005, quella stessa competenza le fu tolta. Molto probabilmente per mia disinformazione, non conosco studi sulle variazioni delle forme e del grado della concorrenza negli altri mercati italiani post-1990. Quindi argomento per il “no” in via indiretta, con dati solo macroeconomici, in quattro punti:
Punto primo. La produttività di trend delle imprese italiane nel trentennio ha ristagnato, se non è addirittura diminuita.
Punto secondo. I profitti delle stesse imprese, pur flettendo nelle recessioni (1993; 2008; 2012; 2020), non sono tendenzialmente scesi con la produttività. Anzi, si sono attestati su livelli medi storicamente alti.
Punto terzo. Le imprese non hanno quindi subìto pressioni a investire e innovare per recuperare profitti. Hanno fatto buoni utili e li hanno impiegati per togliersi debiti e per acquistare azioni proprie.
Punto quarto. Mercati dei prodotti a parte, profitti “facili” sono derivati almeno da tre fonti: il tasso di cambio sottovalutato; il salario moderato; la finanza pubblica, cioè l’evasione fiscale, le laute commesse, i contributi.
I contributi statali alle imprese vengono accettati come “ristori” della pandemia. Sorprendentemente, nessun liberista si oppone pubblicamente. Il calo del Pil nel 2020 è stato di 140 miliardi. Il calo dei profitti – che ammontano a circa un terzo del Pil – si sarà aggirato sui 50 miliardi. Non si tratta interamente di perdite, bensì soprattutto di minori utili. Lo Stato tuttavia ”ristora” imprese con decine di miliardi di nuovo debito pubblico. Non si considera che il 20% più ricco dei 26 milioni delle famiglie italiane detiene ben 2/3 del patrimonio familiare complessivo: 6mila miliardi su 10mila circa. In quei 5 milioni di famiglie più ricche molto probabilmente rientra ampia parte dei proprietari dei 4,4 milioni di imprese censite in Italia. In una economia di mercato, se quelle subìte sono perdite, i produttori dovrebbero fronteggiarle in primo luogo col risparmio da loro accumulato fino a ieri, prima di pretendere danaro dallo Stato, cioè dai contribuenti. La politica, maggioranza e opposizione, “ristora” invece pronta cassa – bisognosi e non – semplicemente perché 4,4 milioni di imprese equivalgono almeno a 15 milioni di voti…
L’amara conclusione è che se non verranno sollecitate dalla concorrenza le imprese italiane continueranno a puntare su profitti facili. Sembra che lo stesso Piano di ripresa e resilienza preveda cospicui trasferimenti pubblici. Quindi le imprese, ristorate e incentivate, continueranno a non investire e a non innovare, come fanno da decenni. Perpetueranno così il declino dell’economia e della società.
Cambiamo paese. Gli Stati Uniti hanno una secolare esperienza antitrust e dispongono di studi freschi sulla concorrenza, nei mercati o fuori dei mercati, riassunti in volumi di sintesi.
Ebbene, anche i dati americani sono impietosi: negli anni Duemila l’America ha visto impallidire i liberi mercati che in passato vantava (T. Philippon, The Great Reversal. How America Gave Up on Free Markets, Harvard University Press, Cambridge 2019; A. Case-A. Deaton, Deaths of Despair and the Future of Capitalism, Princeton University Press, Princeton 2020, spec. Ch. 15). In molti settori la concentrazione è aumentata. Le aziende morte superano le aziende nate. Fusioni e acquisizioni si sono moltiplicate. Le barriere all’entrata si sono innalzate. Le variazioni dei prezzi hanno spesso ecceduto quelle dei costi, ma i profitti si sono tradotti in dividendi e in riacquisto di azioni. Le lobbies prosperano. La politica è sempre più finanziata dal mondo degli affari, con improprie commistioni. Le porte girevoli tra pubblico e privato ruotano vorticosamente. I processi antitrust sono costosi e lenti, le giurie popolari incompetenti in una materia che i raffinati economisti consulenti delle parti complicano abilmente. Se la lite dura anni, per rinviare l’uscita dal mercato conviene all’impresa debole trascinare in giudizio la rivale più efficiente. Anche nell’economia americana investimenti e innovazione scemano. Salvo che nel digitale, la produttività nell’intera economia continua a rallentare: dal mitico 2% l’anno del passato la sua crescita è scesa all’attuale 0,4%. Si investe meno e si innova meno, perché i profitti sono facili, da monopolio. Come diceva Sir John Hicks, “the best of all monopoly profits is a quiet life” (J.R. Hicks, Annual Survey of Economic Theory: The Theory of Monopoly, in “Econometrica”, 1935, p. 8 ).
Dai due casi, dell’Italia e degli Stati Uniti, si trae una doppia morale.
La prima: le autorità antitrust sono chiamate a un rinnovato impegno per la concorrenza, da cui oggi più di ieri dipende la crescita dell’economia.
La seconda: quella detta da Pantaleoni e Schumpeter “minaccia” – la minaccia he costringe l’impresa all’efficienza – non dipende solo dal grado di concorrenza nel mercato del prodotto. Dipende dal tasso di cambio, dalla forza del sindacato, dal rigore della finanza pubblica, e da altri fattori di contesto di fronte ai quali l’antitrust, potere di denuncia a parte, è disarmato.
Chiamato in causa, quindi, è il governo dell’economia nel suo complesso, ben oltre l’Autorità Garante.


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