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Giustizia penale: Prospettiva di riforma e nodi irrisolti

di - 26 Maggio 2021
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Il progetto di riforma della giustizia penale che la Ministra Cartabia sta elaborando contiene certamente degli spunti interessanti ed è apprezzabile soprattutto perché non si connota come un disegno ideologico, apparendo, piuttosto, come un’encomiabile iniziativa realmente orientata al difficile tentativo di risolvere i deficit della Giustizia italiana. Infatti, è uno schema di riforma che mette al centro IL PROBLEMA che mina la credibilità e l’efficienza del sistema giudiziario: la lunghezza dei processi. Non solo, l’humus culturale in cui affonda le radici questo progetto si colloca agli antipodi del piglio giustizialista che ha caratterizzato la produzione normativa negli ultimi anni, a seguito dell’avvento al potere di una forza che ha incardinato il suo impegno politico su una concezione repressiva e autoritaria della Giustizia penale. Costituisce un esempio lampante di questo fenomeno la sostanziale abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. In effetti, basta scorrere la giurisprudenza costituzionale degli anni in cui la Ministra Cartabia ha presieduto la Consulta, per comprendere che siamo davanti ad una persona illuminata, la quale ha sempre improntato la sua azione all’esaltazione dei valori di garanzia su cui si edifica il nostro edificio costituzionale. Tuttavia, a mio modesto avviso, intervenire aumentando le risorse destinate all’amministrazione giudiziaria e modificando le procedure enucleate nei codici – come sembrano proporsi i disegni in gestazione-  non consentirà di migliorare le performance del sistema. E questo perché la vera causa della lentezza della macchina giudiziaria non è rappresentata dalla mancanza di risorse o dalla farraginosità delle procedure, ma dalla scarsa produttività di chi gestisce il servizio. Del resto, quando un servizio non funziona, è difficile escludere che chi lo amministra non sia il principale responsabile del fenomeno. Come dimostra l’esempio di uffici giudiziari che funzionano bene disponendo di meno risorse della media (pensiamo al tribunale di Viterbo citato dalla Ministra Cartabia in un’intervista a un quotidiano nazionale), sono solo la capacità di organizzazione e l’attitudine a svolgere la propria professione in maniera efficiente gli elementi che consentono di trasformare la Giustizia in un servizio all’altezza di un paese avanzato. Dipende sempre dagli uomini e chi richiama l’attenzione sull’ asserita penuria di risorse adduce un fragile alibi per tentare di coprire la propria palese incapacità gestionale. Basta frequentare un solo giorno le aule di tribunale per toccare con mano come sia solo la scarsa propensione al lavoro di chi amministra la Giustizia il fattore principale (il resto sono dettagli) di mal funzionamento del servizio. Perlomeno in ambito penale (il settore che conosco meglio) è stato scientificamente dimostrato che i processi si rinviano nella stragrande maggioranza dei casi perché il giudice semplicemente quel giorno non è venuto, perché la Procura non ha citato i testimoni, perché l’imputato non ha ricevuto la citazione a giudizio, perché il fascicolo non si trova ecc. ecc. Inoltre, sempre in ambito penale, è dimostrato che la macchina è ingolfata perché il P.M. chiede il rinvio a giudizio per tutto e il GUP lo concede, abdicando alla propria funzione di filtro che implicherebbe studio del fascicolo ed elaborazione di atti scritti anziché firme in calce a moduli prestampati. Se si fa un giro in una qualsiasi cancelleria si scopre facilmente chi è dedito alla causa e chi no: molte, purtroppo, sono colme di fascicoli neanche aperti e il magistrato frequenta poco o nulla l’ufficio; altre, sono ordinate, con i fascicoli prontamente evasi e, in effetti, costantemente presidiate dal magistrato competente. Recentemente una collega ha denunciato un fatto paradigmatico della necessità di intervenire sulla propensione a operare in modo efficace degli addetti al sistema: un giudice aveva firmato un decreto di liquidazione dei compensi di patrocinio a spese dello Stato il 15 giugno 2020, mentre la cancelleria lavora il provvedimento il 19 maggio 2021, impiegando quasi un anno per apporre un timbro e inviare una PEC, dimostrando totale noncuranza per chi conta su quelle risorse per sostentarsi. In sede civile, mi riferiscono di giudici che trattengono in decisione le cause per anni o che risultano sostanzialmente sconosciuti all’ufficio (pare, ma spero non sia così, di casi di magistrati che risiedono in una sede diverse dal luogo di lavoro che non si sono mai affacciati in ufficio).

Per questo, incentrare la riforma sull’aumento di risorse economiche ed umane, rischia di alimentare una spesa pubblica improduttiva e di non risolvere il problema. Il nervo scoperto della magistratura è la dedizione al lavoro e finché la politica non lo prende di petto, il sistema non ripartirà mai per la banale ragione che i suoi addetti non sono produttivi. In questo quadro, sia detto tra parentesi, eliminare la prescrizione si traduce nella rimozione dell’unico strumento previsto nell’ordinamento con una qualche efficacia deterrente per il magistrato titolare del fascicolo che percepisce sempre un certo disagio a farsi prescrivere in mano i processi. Senza questo deterrente, il rischio di imputati a vita, coinvolti in processi che potranno essere rinviati sine die senza conseguenze, è concreto. Per provare a risolvere questo che è IL PROBLEMA occorre introdurre rimedi idonei a incentivare a operare con impegno ed efficacia: 1) statistiche pubbliche, facilmente reperibili sulla rete, dei singoli magistrati affinché chi non lavora non possa celarsi dietro le impersonali statistiche dell’ufficio;2) statistiche analitiche per evitare che siano alterate tramite l’inserimento di migliaia di procedimenti definiti con provvedimenti fotocopia (tutte le denunce contro ignoti finiscono in scatoloni e sono archiviate in blocco con un timbro sopra il plico); 3) correlazione ferrea tra progressioni di carriera e risultati. Se, ad esempio, P.M. e GUP chiedono e dispongono rinvii a giudizi a raffica che poi si concludono in serie con nulla di fatto, non possono ambire ad alcun avanzamento, ma, anzi, dovrebbero essere penalizzati. Stessa sorte dovrebbe toccare, sul versante civile, a chi scioglie riserve sistematicamente con tempistiche bibliche; 4) valutazioni effettive della professionalità dei magistrati da testare periodicamente da commissioni formate da esaminatori in prevalenza esterni all’ordine giudiziario per evitare il fenomeno delle attuali valutazioni tutte e sempre positive nonostante il tangibile mal funzionamento del sistema. L’utenza, come per qualsiasi altro ufficio, dovrebbe avere voce in capitolo nel giudicare l’efficienza di chi amministra il servizio; 5) assegnare incarichi direttivi solo a persone con comprovate capacità manageriali; 6) la separazione delle carriere affinché i giudici siano formati alla cultura della terzietà e valutino con pari rigore le richieste di P.M. e difensori senza coltivare, come avviene ora in una partita “alterata”, un pregiudizio ideologico  in favore di chi accusa in quanto suo collega; 7) smantellare la riforma Bonafede sulla prescrizione e, come una delle proposte allo studio della Ministra prevede, indicare tempi certi per celebrare i giudizi di appello e Cassazione, oltrepassati i quali l’azione penale si estingue: le perniciose conseguenze di un sistema inefficiente non possono riversarsi sui cittadini; 8) specularmente, se il giudice civile non chiude la causa entro tempistiche congrue ma rigide, deve scattare d’ufficio l’azione disciplinare nei suoi confronti;  9) sul piano organizzativo, l’unica vera misura da assumere è l’incremento delle sezioni di Corte d’appello che sono effettivamente poche, non adeguate all’attuale carico e, per questo, autentici colli di bottiglia in un sistema saturo. Queste sono le uniche misure capaci realmente di fare ripartire in maniera efficiente un congegno inceppato che produce più danni (in termine di vite rovinate da processi infiniti e ingiusti) che vantaggi. Siamo convinti che l’autorevolezza di questo Governo e di questa Ministra in particolare possano costituire un’occasione irripetibile per intraprendere un percorso faticoso e lastricato dai rischi connessi al minare gli interessi corporativi del più forte potere dello Stato. Lo standing di chi oggi guida il Ministero della Giustizia le può però consentire di persuadere i suoi interlocutori a mettere da parte interessi di parte in favore del bene comune.


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