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Gli investimenti verdi secondo la tassonomia europea

di - 15 Luglio 2020
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A gennaio di quest’anno la Commissione Europea ha lanciato il piano di investimenti “verdi” (European Green Deal Investment Plan), un progetto ambizioso che attraverso la mobilitazione di ingenti somme dovrebbe portare l’Europa a diventare il primo blocco economico al mondo ad emissioni zero entro il 2050 [1] [2]. Il piano è al centro della strategia europea per la crescita post-emergenza sanitaria, e costituisce un’occasione di rilancio economico e di rinnovamento del tessuto produttivo e sociale della UE, lungo il sentiero della sostenibilità ambientale.
La transizione verso l’obiettivo sarà realizzata attraverso un piano di investimenti volto non solo ad espandere settori produttivi a basso contenuto di emissioni di biossido di carbonio (CO2) e di altri gas serra, ma anche attraverso la riconversione delle attività esistenti per renderle più sostenibili dal punto di vista ambientale.
Per poter convogliare le risorse finanziarie verso questi obiettivi la UE si è dotata di una tassonomia degli investimenti verdi. Si tratta di uno strumento che fissa i criteri per effettuare uno screening tecnico dei progetti e stabilire se essi contribuiscono in maniera sostanziale ad uno dei sei obiettivi ambientali fissati dalla UE: mitigazione del cambiamento climatico; adattamento al cambiamento climatico; protezione delle risorse idriche e marine; transizione verso l’economia circolare; prevenzione e controllo dell’inquinamento; protezione e ricostituzione della biodiversità e dell’ecosistema. Gli investimenti in uno dei sei ambiti su menzionati non devono causare danno nei restanti ambiti e devono comunque rispettare dei principi minimi di salvaguardia sociale (quali quelli descritti nelle linee guida dell’OCSE per le multinazionali o delle Nazioni Unite per le imprese e i diritti umani) [3]. Nella prima fase di attuazione (fine 2021) solo i primi due obiettivi verranno perseguiti.
La tassonomia stabilisce criteri di valutazione basati sull’attività economica oggetto di investimento, partendo dal settore di appartenenza dell’impresa che lo effettua, utilizzando la nomenclatura delle attività economiche della Comunità europea (NACE) e i suoi raccordi. Essa interesserà tre tipologie di utilizzatori: gli intermediari finanziari che offrono prodotti finanziari nei mercati europei; le società di grandi dimensioni già soggette all’obbligo di fornire al mercato informazioni sul modo in cui governano le sfide sociali e ambientali (Environmental and Social Governance – ESG); paesi membri della UE quando introducono politiche ambientali, fissano standard o assegnano etichette “green” a prodotti finanziari o ad obbligazioni societarie.
La UE, attraverso l’adozione della tassonomia, è il primo blocco economico al mondo ad aver introdotto degli standard vincolanti tra paesi per la definizione degli investimenti verdi; tuttavia il movimento in questa direzione è globale: la Cina, terzo paese al mondo per emissione di green bonds, dopo Stati Uniti e Unione Europea, ha già adottato una sua tassonomia per regolamentare l’emissione di green bonds e ha recentemente annunciato una collaborazione con le autorità di vigilanza di Singapore per l’adozione di un quadro regolamentare comune da promuovere nella regione asiatica. Altri paesi stanno studiando l’adozione di tassonomie valide per il proprio mercato interno (tra cui Canada e Malesia).
L’integrazione finanziaria globale richiederà come passo successivo quello di arrivare all’armonizzazione delle tassonomie a livello globale, come suggerito dal Network for Greening the Financial System, un network che riunisce più di 60 banche centrali del mondo [4].

La necessità di accelerare la decarbonizzazione dell’economia e di arrivare ad una tassonomia condivisa a livello globale degli investimenti verdi è suggerita anche dai recenti andamenti sui mercati finanziari globali, che hanno mostrato come durante le turbolenze registrate a seguito della pandemia, gli investitori hanno continuato a premiare le attività finanziarie caratterizzate da un elevato punteggio con riguardo agli aspetti ESG [5].

I rischi ambientali e le ricadute sul sistema produttivo e finanziario assumeranno un ruolo crescente nella determinazione dei prezzi delle attività reali e finanziarie. Le banche centrali, le autorità di vigilanza e le altre istituzioni finanziarie nazionali e internazionali dovranno perciò incorporare sempre più questi elementi nei loro modelli e nelle loro valutazioni del rischio. Oltre agli aspetti regolamentari e prudenziali, un contributo importante per aumentare la consapevolezza di cittadini e imprese sui rischi derivanti dal cambiamento climatico e facilitare la transizione verso un modello di sviluppo maggiormente sostenibile potrà derivare anche dall’educazione finanziaria, come recentemente auspicato dall’EBA [6].

Note

1.  Le opinioni espresse sono dell’autrice e non riflettono necessariamente quelle della Banca d’Italia.

2.  https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_20_17. L’obiettivo è in linea con gli impegni presi con l’Accordo di Parigi nel 2015 di limitare la crescita della temperatura terrestre al di sotto dei 2°C entro il 2030. [

3.  https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/business_economy_euro/banking_and_finance/documents/200309-sustainable-finance-teg-final-report-taxonomy_en.pdf

4.  https://www.ngfs.net/en

5.  Per una discussione più approfondita si vedano le note recentemente pubblicate sul sito della banca d’Italia (https://www.bancaditalia.it/focus/covid-19/studi-analisi/index.html) a cura di Ivan Faiella e Filippo Natoli, The Covid-19 crisis and the future of the green economy transition, Banca d’Italia, Covid-19 Notes, 17 June 2020 e Fabrizio Ferriani e Filippo Natoli, ESG risks in the time of Covid-19, Covid-19 Notes, 15 June 2020.

6.  EBA report on Financial Education, EBA/Rep/2020/12: link al pdf


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