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Ritrovare la via della crescita

di - 9 ottobre 2018
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Al di là di un recupero ciclico, già sceso nei trimestri sull’1% l’anno dall’1,5% del 2017, nell’economia italiana da un quarto di secolo non c’è crescita di trend.
La frena un doppio vuoto: di domanda e soprattutto di accumulazione del capitale, produttività del lavoro, innovazione, progresso tecnico.
Tornare alla crescita presuppone almeno sette condizioni, che elenco.

1) Riequilibrio del bilancio
Il disavanzo dal 3% del Pil nel 2014 è sceso sul 2% e quello strutturale è probabilmente minore. L’equilibrio dei conti quindi non è lontano. Con il bilancio in tendenziale pareggio e con un Pil nominale in ragionevole aumento scenderebbero il peso del debito, il premio al rischio, la spesa per interessi.
Forniture, appalti, trasferimenti a imprese ed enti, evasione fiscale costituiscono le voci di uscita ed entrata aggredibili. Assommano a oltre 400 miliardi, un quarto del Pil.
Deve essere possibile in un biennio reperire 2 punti di Pil, erodere del 4% l’anno gli oltre 400 miliardi. Basterebbero, insieme con la ridotta spesa per interessi, ad avvicinare il pareggio del bilancio e ad avviare investimenti pubblici, con effetto netto positivo sull’attività.

2) Investimenti pubblici
Gli investimenti fissi lordi della PA sono crollati da 54 miliardi nel 2009 a 34 nel 2017.
Le infrastrutture deperiscono. Ne risente la produttività. I beni, la vita stessa, dei cittadini non sono protetti. Non lo sono l’ambiente, il paesaggio, il patrimonio artistico e culturale.
Gli investimenti pubblici possono avere un moltiplicatore di 1,5. Per circa tre quarti si autofinanziano. Il moltiplicatore è doppio del demoltiplicatore delle minori spese correnti della PA e del gettito da minore evasione con cui ridurre il deficit. L’effetto moltiplicativo sugli investimenti privati è pari a 4.

3) Nuovo diritto dell’economia
L’ordinamento giuridico dell’economia è obsoleto. Nega la crescita.
Cito un solo dato. I procedimenti civili pendenti si aggirano ancora sui 3,6 milioni, la risoluzione del contenzioso in primo grado sui mille giorni. A Londra possono bastare poche settimane.
A beneficio delle imprese vanno in particolare riformati il diritto societario, il diritto fallimentare, il processo civile.
Nel rapporto con l’impresa il problema della P. A. non è solo di efficienza. Pesano la selva delle autorizzazioni; l’intrico delle competenze; la palude delle Conferenze di servizi; un Codice degli appalti bizantino; i ritardi nei pagamenti ai creditori; i funzionari paralizzati dal timore del danno erariale.

4) Profitto da produttività
Dal crollo della lira nel 1992 le imprese hanno atteso il profitto dal cambio debole, dal salario moderato, dai danari pubblici, dall’evasione, dalle posizioni di rendita che lo Stato “concede”.
La prospettiva del guadagno facile è stata la determinante di fondo dello scadimento della produttività. Perché le imprese avrebbero dovuto inseguire la produttività, se facevano comunque profitti?
La concorrenza è decisiva. Non è solo questione di antitrust. Le imprese non devono più contare sull’aiuto pubblico, nemmeno per industria 4.0. Devono far leva esclusivamente su se stesse: su investimento, innovazione, progresso tecnico.

5) Perequazione distributiva
La ripartizione delle risorse tra i cittadini è sperequata, in specie al Sud. La mobilità sociale latita.
Oltre all’iniquità, la fascia meno abbiente della popolazione semplicemente non è in grado di contribuire alle attività economiche. Ne risente la produttività.
Alla irrinunciabile progressività fiscale – art. 53 della Costituzione – devono unirsi opportunità di studio, formazione, lavoro qualificato per chi ne è privo, segnatamente nel Meridione.

6) Una strategia per il Sud
Quanto auspicato nei cinque punti precedenti va rivolto prioritariamente al Meridione.
Le infrastrutture, materiali e immateriali, sono specialmente inadeguate nel Mezzogiorno, fin dai trasporti e dalla logistica più elementare (ferrovie, interporti, strade, autostrade). Quella degli investimenti pubblici è l’unica “politica industriale” realisticamente realizzabile. Il loro moltiplicatore al Sud è 1,9, secondo la SVIMEZ.

7) Una diversa politica europea
In Europa il problema non è la moneta. L’euro è un’ottima moneta. Uscire dall’euro significherebbe deprezzamento della “nuova lira”, inflazione, recessione, distruzione di valori patrimoniali, impoverimento degli italiani.
Il problema europeo è di governo coordinato della domanda globale nei paesi membri. Sarebbe utile una banca centrale nuova, stile Banca d’Italia e Federal Reserve, piuttosto che Bundesbank. Ma decisivo è passare da un rigore di bilancio alla Hayek a un rigore di bilancio alla Keynes. Keynes aborriva lo “scavare le buche”, i disavanzi di bilancio, il debito pubblico destabilizzante. Per la piena occupazione proponeva cospicui investimenti pubblici produttivi, nel pareggio del bilancio di parte corrente: questo è il rigore alla Keynes, del vero Keynes.
La Germania impone invece all’Europa il rigore alla Hayek: pareggio di bilancio e basta. Ha altresì volto da deficit a surplus il proprio bilancio tagliando gli investimenti pubblici. Ne ha risentito la domanda effettiva dell’intera area dell’euro. L’eccesso del risparmio sull’investimento ha fatto sì che la Germania accumulasse, con forti perdite sugli impieghi di portafoglio, una posizione creditoria verso l’estero abnorme, lesiva delle regole europee e di qualunque nozione di burden sharing.
Vi saranno motivazioni storiche, ideali, politiche, ma economicamente tutto ciò è privo di senso.

*****

Sette condizioni sono tante, e non sono tutte. Andrebbero avviate subito, essendo non immediati i loro effetti e la stessa, indispensabile, risposta delle imprese.
Una siffatta politica economica non è stata attuata dai governi di sinistra. L’errore marchiano è consistito nel puntare su trasferimenti e sgravi: sul consumo, non sull’investimento. Si è promossa l’occupazione sussidiata, non la produttività. Ancor oggi gli occupati aumentano più del prodotto, e si plaude…
È superfluo aggiungere che le intenzioni del governo attuale, in carica ormai da quattro mesi, stridono con le condizioni da me vagheggiate.


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