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Dopo il voto tedesco

di - 4 dicembre 2017
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La politica economica attuata dalla Germania negli anni Duemila è negativa. Lo è non solo per l’Europa, ma per la stessa società tedesca. In Germania la coalizione e in particolare la SPD hanno perso le elezioni anche perché quella politica economica ha dissipato risorse capaci di lenire lo scontento della parte meno abbiente e più insicura della popolazione, specie all’Est.

Forse non tutto il male viene per nuocere. Forse si dischiude uno spiraglio d’opportunità. La nuova coalizione di governo, includa o meno i socialdemocratici, potrebbe far tesoro della lezione. La politica economica rigorista potrebbe cambiare.

Il rigore della politica di bilancio tedesca si è imperniato sulla trasformazione dal 2014 in un avanzo (0,8% del Pil nel 2017) di un deficit che nel 2003-2007 (prima della recessione del 2008-2009) si aggirava sul 2,6% del Pil. Ma ciò è avvenuto nel modo peggiore, riducendo gli investimenti pubblici al minimo storico del 2% del Pil, inadeguato financo ad ammortizzare l’esistente. L’istituto KfW stima in 126 miliardi di euro il vuoto d’infrastrutture da colmare, specie nelle scuole dai tetti cadenti e nella rete stradale. Il ponte di Leverkusen sul Reno è chiuso per crepe dal 2012. Da qualche settimana lo è anche quello 80 chilometri più a Nord. La Ruhr è quasi separata dall’Olanda negli autotrasporti. Carenze si segnalano in altre infrastrutture civili.

Chi pensa che la Germania tragga vantaggi da come la sua economia e di riflesso l’economia europea sono state governate sbaglia. È vero il contrario. Una politica siffatta ha inflitto al popolo tedesco almeno quattro ordini di costi economico-sociali:

– Dal 1998 sino alla blanda ripresa del 2017 la crescita del Pil tedesco è stata deludente: in media 1,4% l’anno, meno degli Stati Uniti (2%), meno del Mondo (quasi 4%). Nel 2009 la politica di bilancio tedesca non ha saputo evitare un crollo del Pil del 6%. Nel 1998 il Pil della Germania rappresentava il 4,5% del Pil del Globo, oggi rappresenta solo il 3,3% e il suo peso continua a scemare. Se l’economia tedesca fosse cresciuta – come avrebbe potuto! – per vent’anni del 2,5%, invece dell’1,4%, il Pil, bilancia cumulato, sarebbe stato di 500 miliardi maggiore.
– Dal 2002 la bilancia dei pagamenti tedesca registra attivi crescenti, sino all’assurda cifra di quasi 300 miliardi di dollari (oltre l’8% del Pil) negli ultimi anni. Gli attivi sono legati alla qualità del made in Germany e a un qualche progresso nella competitività di prezzo (tuttavia inferiore al 10% dal 1999 a oggi), ma soprattutto alla carenza di investimento rispetto al risparmio: 19% del Pil l’investimento, 28% il risparmio. Il vuoto di domanda interna frena le importazioni e spinge le imprese a esportare. Dilatandosi il surplus, la Germania è diventata creditrice netta dell’estero per 2000 miliardi di dollari, come la Cina, seconda solo al Giappone.
– Su questi crediti esteri la Germania ha preso rischi e perso decine e decine di miliardi di euro l’anno. Non vi sarebbero state perdite patrimoniali, se quelle risorse fossero state investite all’interno in preziose infrastrutture, materiali e immateriali.
– In quarto luogo, non favorendo dal lato delle importazioni l’occupazione in Spagna, Francia, Italia, Grecia, la politica tedesca ha contribuito a far sì che chi emigra dall’Africa non cerchi lavoro in questi paesi, ma si riversi sulla Germania, dove il tasso di disoccupazione – grazie a mini-jobs mal pagati – è basso. Ne derivano costi e tensioni politico-sociali in Germania. La fobia dell’immigrato ha concorso alla sconfitta elettorale della grande coalizione.

Oltre a comportare oneri siffatti la politica seguìta ha mancato di rivolgere sufficienti risorse a correggere le sperequazioni distributive presenti nella società tedesca:

a) la ricchezza è posseduta per il 25% dall’1% dei cittadini più benestanti (18% in Francia, 14% in Italia);
b) la popolazione sotto la soglia di povertà nell’ultimo decennio è salita dal 10 al 15%;
c) anche fra gli occupati, nello stesso periodo la quota al disotto della soglia di povertà è passata dal 4 al 10% e per i divari nelle retribuzioni l’indice di Gini fra i lavoratori (42%) è uno dei più alti in Europa;
d) il reddito pro capite della Germania orientale è pur sempre inferiore di un terzo a quello del resto del Paese e il divario ha smesso di accorciarsi.

Tutto ciò, va ribadito, mentre la crescita dell’intera economia era inferiore al potenziale, si cedevano all’estero e si dissipavano risorse reali, il bilancio pubblico correggeva il disavanzo abbattendo le spese in conto capitale.

Di queste contraddizioni la classe dirigente tedesca non può non avere contezza. Si può sperare che le contraddizioni vengano risolte in futuro, se l’esperienza insegna.

Ma perché non lo sono state nel volgere dell’ultimo ventennio? Perché i cittadini le hanno accettate?

L’avversione del popolo tedesco per l’inflazione e per il debito estero, sperimentati con immani sofferenze tra la prima e la seconda guerra, non vale a spiegare. L’inflazione è da trent’anni inferiore al 2%. Dal 1960 la nazione non è più debitrice dell’estero, da vent’anni creditrice. La popolazione invecchia, ma le pensioni si pagano con la crescita dell’economia, non con crediti esteri su cui si accusano perdite. Tedeschi disinformati, o appagati? Difficile dire…

L’Europa ha bisogno della Germania quanto la Germania dell’Europa. Ma colliderebbe con l’ideale dell’Europa unita tra pari una Germania che perseguisse la sua posizione creditoria netta verso l’estero al fine di esercitare egemonia sugli altri paesi membri.

Occorre aggiungere almeno due notazioni.

Se anch’essi devono mettere la loro casa economica in ordine, i tedeschi hanno ragione quando sollecitano gli altri paesi europei a smetterla di razzolare male. In Italia in particolare persiste un trend di crescita che, nonostante la ripresina ciclica, è reso negativo dal calo dello stock di capitale e dal vuoto di progresso tecnico. L’Italia deve quindi completare il riequilibrio del bilancio della PA e, tornando il Pil nominale a crescere, abbattere il rapporto fra debito pubblico e prodotto; deve volgere la spesa pubblica dalle uscite correnti all’investimento in infrastrutture; deve riscrivere il diritto dell’economia; deve con la concorrenza costringere le imprese all’innovazione; deve correggere una distribuzione del reddito altamente sperequata; deve tornare a porsi la questione meridionale. Solo se procederà lungo queste linee il Bel Paese recupererà la credibilità perduta e potrà in Europa contare politicamente.

Infine, i policy makers europei devono convenire che Keynes non è lo… spendaccione dipinto da chi non l’ha letto. Era contro lo “scavare buche”, contro i disavanzi strutturali di bilancio, contro il debito pubblico. Predicava massicci investimenti pubblici, produttivi e con alto moltiplicatore, in un bilancio tendenzialmente in equilibrio nel quale essi in un tempo non lungo si autofinanziano attraverso il gettito derivante dall’incremento di reddito che generano. Continuare a disconoscere, vietare, la golden rule è un vero delitto economico contro gli europei.


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