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Ancora sugli investimenti pubblici

di - 14 novembre 2017
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La flessione degli investimenti fissi delle pubbliche amministrazioni, pressoché ininterrotta dopo il 2009, è proseguita nel 2017.

I dati disponibili sul primo semestre del 2017 cifrano tali investimenti in 16,2 miliardi di euro, rispetto ai 16,9 miliardi dello stesso semestre del 2016, con una caduta del 4%. Il calo va letto alla luce del fatto che gli investimenti annui erano crollati da 54,2 miliardi nel 2009 a 35,4 miliardi nel 2016, con una diminuzione del 35% in sette anni, una ancor maggiore in termini reali, ed una dal 3,4 al 2,1% del Pil.

Quindi nel 2017 la tendenza decrescente della spesa pubblica per infrastrutture, R&D, utilities, protezione del territorio non è stata invertita. Al contrario, è proseguita, mentre la spesa pubblica corrente al netto degli interessi (sempre nel primo semestre 2017) è aumentata dell’1%.

Ciò è molto grave. Come su ApertaContrada è stato in diverse occasioni denunciato, la caduta degli investimenti pubblici ha ripercussioni oltremodo negative sull’andamento dell’intera economia. Le ha sia dal lato della domanda sia dal lato dell’offerta. Gli investimenti pubblici possono imprimere alla domanda globale e quindi all’occupazione un effetto moltiplicativo più che doppio rispetto a quello delle spese correnti e della detassazione. Inoltre, potenziando le infrastrutture e favorendo il progresso tecnico possono contribuire notevolmente alla produttività dell’intero sistema economico.

L’averli tagliati ha per entrambe le vie pesantemente inciso, in senso negativo, tanto sulla ripresa ciclica quanto sullo sviluppo di trend del sistema economico italiano.

Nel 2017 il Pil aumenterà dell’1,5%. L’incremento è tra i più mediocri nell’Euroarea (il cui Pil sale del 2,1%) e rispetto al Pil mondiale (che sale quasi del 4%) nei paesi industriali. Secondo le attuali previsioni è destinato a scemare di nuovo nel 2018 e nel 2019. Inoltre l’incremento italiano ha carattere ciclico – scorte ed esportazioni – e non strutturale. Non può parlarsi di crescita, perché latitano le due determinanti fondamentali di un processo di lunga lena definibile di crescita: la dotazione di capitale è in calo per la insufficienza degli investimenti, privati e pubblici, nell’ammortizzare lo stock esistente mentre la produttività totale dei fattori, o progresso tecnico, da vent’anni ristagna.

Se non fosse mancato il punto percentuale di Pil sottratto all’investimento della PA in utili infrastrutture la ripresa ciclica, sostenuta dal lato della domanda, sarebbe stata più rapida e più tonica (almeno 2,5%, e non 1,5%, nel 2017) e la produttività sarebbe aumentata traducendosi in vera crescita tendenziale della produzione e in una occupazione non precaria, non sussidiata dalla Stato attraverso trasferimenti alle imprese.


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