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I programmi economici dei candidati presidenziali americani

di - 25 Ottobre 2016
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Banca centrale e politica monetaria
Sulla Federal Reserve, è disponibile la presa di posizione di un’economista, Judy Sheldon (già Hoover Institution, un think-tank conservatore), membro dell’economic advisory council di Trump. I toni populisti cui si faceva cenno sono evidenti. Essa critica la politica dei bassi tassi d’interesse che, senza stimolare la crescita economica, ha canalizzato la liquidità verso la speculazione sui mercati finanziari, generando bolle, e invece danneggiando risparmiatori e pensionati (non remunerazione dei conti di deposito, difficoltà dei fondi pensione privati). Trump si è però astenuto dal criticare la Yellen, presidente della FedReserve, osservando che alzare i tassi al momento attuale potrebbe accendere una nuova crisi finanziaria. Occorre piuttosto – scrive la Sheldon – un nuovo complesso di regole monetarie, un ripensamento del sistema monetario internazionale, da basare su fondamenta monetarie stabili, che restituiscano un ruolo centrale all’oro. Trump non ha pubblicamente avallato l’idea, ma ha detto: “Tornare al gold standard sarebbe difficile, ma, boy [!], sarebbe meraviglioso”.
Clinton, senza entrare nell’attuale politica, auspica una rivoluzione nella governance della Fed, togliendo i banchieri dai consigli d’amministazione delle 12 Banche della Riserva regionali, e cessando la “porta girevole” tra la Fed e Wall Street. La Clinton deve infatti tener conto dell’ala sinistra del partito (Sanders), particolarmente vivace su questi temi, per cui diverse nomine nella sua Amministrazione dovranno essere di gradimento della sinistra, e perciò sgradite alla elite del settore finanziario.
Questo settore – banche e grandi investitori – guarda tuttavia a Trump con maggiore diffidenza, se non altro perché egli ha spesso attaccato le banche con enfasi retorica, anche se ha promesso il superamento della legge Dodd-Frank di riforma del sistema finanziario e di molte sue norme attuative. Di Clinton è conosciuta la sua familiarità con grandi esponenti del settore: vi saranno – si dice – nuove tasse e altre regolamentazioni, ma saranno compensate da complessi incentivi ed esenzioni. Essa dovrà riconciliare quella familiarità con le istanze della sua sinistra.

Politica industriale e commercio internazionale
Trump si propone difensore della vecchia industria pesante, insidiata dalla concorrenza estera e da nuove tecnologie, riscuotendo consensi nelle zone dove essa è stata più forte (la c.d. rust belt – cintura rugginosa – della zona est degli SU). La sua promessa e’ “far di nuovo grande l’America ricreando posti di lavoro nell’industria”. Nell’Ohio, ad esempio, una volta sede di prospere acciaierie e di miniere di carbone, egli ha un chiaro vantaggio su Clinton, la quale ammette che è inevitabile un ulteriore calo occupazionale nelle miniere, da compensare con un passaggio alle energie rinnovabili. In tale ottica, Trump, lungi dal proporre nuove aperture alla concorrenza estera, minaccia invece l’introduzione di nuove tariffe.
C’è comunque una cautela condivisa su nuove aperture al commercio internazionale, piuttosto inattesa con riferimento a Clinton, che deve però tener conto del disagio di tutti i settori colpiti dalla concorrenza estera. Entrambi i candidati si oppongono alla Trans-Pacific Partnership, coinvolgente 12 paesi, promossa invece dall’Amministrazione Obama, ma opposta da Sanders, e non ancora ratificata. Particolarmente aspro è Trump sulla Cina: chiede che il Tesoro la includa tra i paesi currency manipulators (si ricorda che attualmente tre paesi – Cina, Germania e Giappone – sono “in osservazione”, ma nessuno ha tale qualifica). Egli accusa inoltre la Cina per la politica commerciale, chiedendone il deferimento al WTO.
I due candidati hanno anche messo in questione aspetti della già esistente NAFTA (accordo di libero scambio tra i paesi del Nord America), con particolare accento negativo, da parte di Trump, sul Messico: ponga termine agli sweatshops (fabbriche con condizioni di lavoro socialmente inaccettabili), che tolgono lavoro agli americani. Egli lamenta che il commercio col Messico, in pareggio nel 1993, abbia ora un deficit per gli SU di 60mld. In apparente sott’ordine è il prospettato accordo commerciale con l’Europa (su cui, come noto, sono anche cresciute le diffidenze europee, in un chiaro segno di generalizzato ritorno a istanze nazionalistiche/regionali).

Salario minimo e immigrazione
Dopo iniziali oscillazioni, Trump è ora in linea con la Clinton nel chiedere un aumento del salario minimo dagli attuali $7,25 all’ora, dal 2009. Ancora una volta, egli rompe col suo partito, più rigido sul tema. La sua proposta – $10 – è comunque più bassa di quella dalla Clinton: $12, con possibilità per Stati e municipalità di elevarlo ulteriormente.
Particolarmente rigido è Trump sull’immigrazione (peraltro vicino a certe posizioni dei conservatori inglesi nel post Brexit): i posti di lavoro disponibili devono essere offerti in primo luogo agli americani; gli immigrati vanno scelti sulla base della loro probabilità di successo negli SU e della loro capacita’ di indipendenza economica, e anche valutati sulla base della loro adesione ai valori istituzionali degli SU.
Clinton prospetta invece la necessità di agevolare il loro inserimento nella società americana, e di applicare le leggi sul’immigrazione con umanità.

L’aumento della temperatura elettorale nelle ultime settimane porta a non escludere ulteriori cambiamenti nelle prese di posizione dei candidati, non certo a favore di una maggior chiarezza.

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