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L’immagine dell’Unione Europea e il rapporto con il cittadino europeo

di e - 17 settembre 2016
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Pierluigi Ciocca: Tre problemi d’ordine economico riguardano: a) gli effetti del “Brexit”, b) il ristagno europeo in un mondo in crescita, c) la Germania, concausa del ristagno europeo[1].

a) Le conseguenze negative immediate e dirette del voto inglese non devono sopravvalutarsi. L’incertezza e i minori flussi di merci, lavoro, capitali freneranno il Pil dello U.K. L’OCSE stima nel -3,3% l’impatto al 2020. Ma la crescita tendenziale prevista pre-Brexit era del 2%. Resta un -1%. E la politica economica – fiscale, monetaria, del cambio – risponderà, limitando il rischio di regresso. Non converrà alla UE “punire” lo U.K. con trattati che ne discrimino i prodotti. Il peso dello U.K. sul commercio mondiale sfiora il 4% (5% delle esportazioni italiane, pari all’1,5% del nostro Pil). Londra resterà centro finanziario del mondo. Globalizzazione e WTO vanno ben oltre gli eventuali steccati europei.
Oltre l’immediato e nel medio-lungo termine le negative conseguenze economiche per la UE dipenderanno dalla UE. Saranno gravi se, venuto meno l’argine diplomatico britannico, la Germania dovesse scegliere di affermare ancor più la supremazia politica e il rigore di bilancio in Europa (la vera ragione del leave è l’indomito senso d’indipendenza inglese!). L’euro è un’ottima, solida moneta, ma la politica monetaria del SEBC, da sola, non è bastata e non basterebbe ad assicurare crescita e coesione all’Eurozona. Già oggi il principale effetto del QE di Francoforte è di porre a repentaglio le banche, con margini di interesse pressoché azzerati nell’improvvido regime di bail in. La deflazione è sfuggita di mano quando fra metà 2012 e metà 2014 il bilancio consolidato e la base monetaria del SEBC sono stati assurdamente tagliati di un terzo.
Le conseguenze potranno essere al limite positive se la Germania capirà che solo una politica fiscale espansiva – fatto salvo l’equilibrio del bilancio al netto del ciclo, con la crescita il vero limite ai debiti pubblici – può evitare la disoccupazione in Europa e quindi lo sfarinamento istituzionale della UE.

b) I timori di “malthusiano” ristagno mondiale, dal lato della domanda (Summers) e ancor meno dal lato del progresso tecnico (Gordon) non convincono, per più ragioni. La previsione dell’IMF al 2021 é di crescita del Pil mondiale tendente al 3,9%. Sarebbe il ritmo più elevato della storia, se si eccettua l’età aurea 1950-1973 (4,9%). L’eccezione negativa più grave (con Russia e Brasile) è l’area dell’Euro (data in crescita al 2021 solo dell’1,5%, e la stima è precedente al Brexit). Il problema economico europeo non è di produttività ma di domanda globale (anche qui vi è un’importante eccezione, l’Italia, dove il progresso tecnico è da anni negativo!). Segnatamente il freno è costituito dalla stanca della domanda La politica monetaria è impotente, se non controproducente, perché non è il complemento di una politica fiscale decisamente espansiva – come invece è avvenuto negli USA dopo Lehman. Mancano in particolare preziosi investimenti pubblici, che avrebbero un elevato “moltiplicatore” (compreso fra 2 e 3). Gli investimenti pubblici nazionali sono assurdamente inclusi nel vincolo di Maastricht. Il bilancio comunitario è ridicolmente piccolo. Il piano Juncker è modesto. Molti non comprendono che quegli investimenti nell’arco di un biennio si autofinanzierebbero, attraverso il gettito sul maggior Pil che generano.

c) Alla radice della stasi della domanda globale europea vi è la Germania. Il rigorismo di bilancio tedesco nega la crescita, in Europa e nella stessa Germania. L’economia più competitiva del mondo è inchiodata, per voluti limiti di domanda, a uno sviluppo stimato dall’IMF al 2021 solo di poco superiore all’1%. Inoltre la Germania cede copiose risorse reali al resto del mondo, piuttosto che impiegarle in casa, attraverso un avanzo commerciale abnorme, nel 2015 prossimo a 300 miliardi di dollari (8,5% del Pil, ben al di là di ogni limite convenuto in Europa). Infine, imponendo alta disoccupazione in Spagna, Francia, Italia, Grecia, la Germania rischia di essere sommersa dall’ondata d’immigrazione da Sud.
Di questi tre ordini di costi economici che si autoinfligge, la Germania – chi la governa, almeno – non può non essere consapevole. Eppure essa accetta – vuole? – essere creditrice netta del resto d’Europa. E lo è in misura gigantesca: la sua posizione verso l’estero è creditoria netta per il 50% del Pil, vis a vis quelle debitorie di Grecia (-126% del Pil), Portogallo (-109%), Spagna (-91%), Irlanda (-70%), Italia (-24%), Francia (-17%).
Evidentemente se si accettano quei costi economici, si mira a essere creditori per fini politici. Quali?

Filippo Satta: L’interpretazione che Pierluigi Ciocca ha dato dell’atonia che da anni sta caratterizzando l’economia italiana – sostanzialmente pigrizia, mancanza di iniziativa, e simili – coglie certamente nel segno per una parte delle cause che hanno indotto questo fenomeno. Ciocca però non ha toccato un altro aspetto, questa volta esterno alla volontà degli imprenditori. Esso è il diritto. Noi abbiamo oggi un sistema giuridico di cattiva qualità, che ostacola, anziché agevolare, l’iniziativa economica. Questo sistema riguarda:

(a) la tutela di valori di indiscutibile peso, concepita e costruita non promuovendo la vita di questi valori, ma soffocando l’attività dei cittadini e delle imprese di fronte a tali valori, come se questa paralisi fosse in sé garanzia di tutela;

(b) la legislazione che, originariamente concepita in funzione della tutela di qualche valore, spesso diventa fine a se stessa, richiedendo onerosissimi adempimenti amministrativi, spesso del tutto inutili;

(c) intollerabile lentezza della giustizia e pessima tendenza a considerare reato qualunque infrazione di norme mirate alla tutela, dai beni culturali all’ambiente;

(d) alcune stranezze: un referendum ha cancellato il Ministero del Turismo, ignorando che il turismo è, nel suo complesso, tra le prime industrie italiane; è stato confinato nel Ministero dei beni culturali.

Brevemente:

Sub (a) È difficile, molto difficile, rappresentare in concreto l’effetto che le norme concepite e maturate nel corso dei decenni a tutela di beni, specie immobili, di valore storico, culturale, ambientali, possono avere sull’agire umano. L’approccio richiesto in funzione della tutela è molto singolare: anzitutto la paralisi, anzitutto non toccare nulla. Se ci sono vincoli lato sensu culturali può essere vietato qualsiasi intervento, dall’impianto di un ascensore all’installazione di un condizionatore. Se questo va bene per strutture delicate, non ha senso alcuno per strutture sane. Basta un po’ di attenzione. In nome del paesaggio agricolo, poi, leggi regionali possono non solo vietare in radice nuove costruzioni in terreni agricoli, ma proibire i mutamenti di destinazione e addirittura modifiche interne. Superfluo dire che spesso la presenza di persone che vengono dalla città è una componente significativa del reddito agricolo: affittano case, e ne consentono la conservazione. La realtà è che una commissione locale qualsiasi può dire che un intervento su un edificio altera il paesaggio e che quindi non può essere autorizzato. Per ragioni ambientali, poi, spesso nulla si può fare, spesso “a vuoto”, si può dire, perché non si reca alcun danno.

Sub (b) La struttura della legislazione è difficilissima. Nel corso degli ultimi trent’anni è maturata l’inespressa, ma inequivoca idea di fondo, che la legge deve disciplinare tutto ciò che ruota intorno ad un certo tema. Paradigmatica è la legislazione sull’ambiente (ma le stesse considerazioni valgono per i beni culturali e paesaggistici: e ciò solo per restare strettamente nel tema). Finché si tratta di un ruscello di montagna, nulla quaestio. Ma se si parla di fiumi, di rifiuti e di discariche; o di porti ed in genere di luoghi ad elevata pressione industriale e quindi ambientale, il tema diventa difficilissimo. La legge detta nugoli di norme perentorie, certo in funzione di garanzia – ambientale, appunto – ma senza poter tenere conto della concretezza dei cento luoghi e dei mille modi in cui la pressione industriale può manifestarsi. Spesso accade così che, nella eccessiva onerosità di un intervento a regola d’arte o addirittura nell’impossibilità di realizzarlo, si opta per la stasi.

Sub (c) Non si dimentichi poi che ovunque aleggia il reato. Questa è stata ed è una opzione infelice alla quale è difficilissimo sottrarsi perché una norma del genere verrebbe interpretata come “licenza di uccidere”. Non c’è dubbio che i danni all’ambiente ed ai beni culturali debbano essere puniti. Ma il carcere è, di fatto, una fantasia. In concreto non si ottiene alcunché, eccezion fatta per l’esclusione dalle gare delle imprese che abbiano amministratori con processi penali pendenti in materia ambientale. Un peso vero può stare solo nella sanzione pecuniaria, che può essere applicata in tempi brevissimi.

In realtà il ragionamento deve essere diverso. Questo tipo di danni deve essere prevenuto. Può esserlo, solo se le amministrazioni competenti imparano a conciliare la tutela con la vita. Può esserlo, se non si preferisce l’inazione all’azione e se si accoglie il concetto che il mondo che ci circonda è vivo e deve essere accudito e curato da ciascuno.

Sub (d) Infine, una stranezza di non poco conto, che ha recato grandi danni all’indu-stria del turismo. Il turismo venne affidato ad un ministero solo nel 1959, con la legge del 31 luglio, n. 617. Nel 1993, i radicali promossero una serie di referendum per abrogare tra l’altro alcuni ministeri, ritenuti inutili. Tra questi, i Ministeri dell’agricoltura e del turismo. Vennero cancellati entrambi. Ma, mentre il Ministero dell’Agricoltura, dopo alcune “peregrinazioni” ministeriali, venne ricostituito, il Ministero del turismo andò vagando per molti anni – dai ministeri economici alla Presidenza del consiglio –, fino ad essere incorporato nel Ministero dei beni culturali, come una sua Direzione generale. La profonda diversità di interessi e di ruoli ha reso il turismo una appendice impropria dei Beni culturali. Il risultato è che un settore che si collocava al secondo posto nella graduatoria dell’eco-nomia italiana è sceso, e che l’Italia, che occupava il secondo posto nelle graduatorie mondiali è scesa al quinto. Ma, ahinoi, la politica economica del turismo si è drasticamente ridotta.

È dunque indispensabile che all’industria del turismo venga restituito il rango che merita nell’economia italiana e che quindi il suo peso politico venga ricondotto a dignità ministeriale.

***

È doveroso un tentativo di conclusione. I temi qui sopra accennati sono le vere materie che richiedono un intervento riformatore. È pacifico che il nostro patrimonio ambientale in tutte le sue versioni sia un patrimonio immenso, come da tutti si riconosce. Proprio per questo deve essere gestito come un organismo vivente dalle molte facce: né, quindi, come una serie di cave da cui si traggono soldi, né come un insieme di beni, da tenere sotto una campana di vetro. Questa è la civiltà cui dobbiamo aspirare e per la quale merita lottare. Ed è anche la civiltà nella quale l’iniziativa dell’imprenditore può liberarsi, rispettosa certo, ma non esposta a freni, paralisi, sequestri.

Note

1.  Interventi al seminario “L’immagine dell’Unione Europea e il rapporto con il cittadino europeo” (4-11 luglio 2016) organizzato dal Circolo di Studi Diplomatici.


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