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Leggi di stabilità, sperimentalismo legislativo e riformismo liquido-moderno: piccole note in laude del ruolo del diritto vivente e della tradizione nei processi di decisione politica

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Il termine dal terreno religioso è poi passato al terreno politico per designare la volontà di dare nuova forma a regole ed istituzioni per migliorare la società.
Il riformismo anglossassone ad es. ha avuto la sua espressione paradigmatica con Margareth Thatcher, la cui opera assume una valenza del tutto particolare, anche per il diverso ruolo assunto dal precedente nel paese anglosassone (per il valore che la tradizione assume nei paesi di common law).
La prassi riformatrice conosce aspre disillusioni e l’Italia, nel tempo del cambiamento, è bene che assuma un atteggiamento realistico sulla portata e sugli effetti dei cambiamenti attesi.
L’idea nella percezione comune è che si possa ottenere subito un cambiamento, si possa modificare repentinamente qualsiasi settore, qualsiasi istituzione, qualsiasi procedura. A tale atteggiamento si accompagna la convinzione di dover abbandonare ciò che è stato acquisito nel passato discostandosene completamente, perché solo così si potranno avere benefici.
Tale atteggiamento è stato criticato con notevoli argomenti da Roger Scruton nel suo interessante libro Essere conservatore[2].
Le istituzioni non si lasciano cambiare così facilmente.
E talvolta questo è anche un bene.
L’immobilismo, la paura di affrontare cambiamenti, dovuto alle più diverse cause, fenomeno certamente deprecabile, infatti viene talvolta soppiantato da una sorta di religione del riformismo, dal cambiamento rapidissimo imposto solo dalle ragioni (smemorate) del presente.
Dal sistema inclusivo tipico dell’Europa del primo novecento, in cui tutte le istanze sociali dovevano essere tenute in considerazione e garantite, e per questo le persone credevano nelle diverse organizzazioni del pluralismo istituzionale pubblico e privato, si sta passando ad un sistema in cui tutte le esigenze vengono comunicate attraverso una frenetica attività dei media.
Si fa più rarefatto il bilanciamento dei valori in gioco realizzato mediante la competenza degli enti intermedi e delle formazioni sociali che possano valutare la riforma richiesta e decidere cosa prendere dal passato e come trasformarlo.
Andrebbe anche messa al centro di ogni disciplina la questione della transizione da uno stato all’altro del sistema sociale.
Miglioramento e gradualità sono locuzioni che non cancellano il dato esperienziale, il valore della tradizione.
Ciò che è stato prima, ciò che è stato raggiunto dovrebbe essere sempre considerato al centro di ogni processo riformatore; la ponderata considerazione di ciò che è già successo dovrebbe accompagnare ogni tentativo di riforma, quale che ne sia l’ispirazione : nel nostro paese abbiamo avuto il riformismo liberale, poi quello liberal – democratico, dopo la parentesi del fascismo, quello cattolico-popolare e quello socialista e, da ultimo, quello di stampo tecnocratico e quello democratico-populistico. La velocità dei cambiamenti in atto è indiscutibile, imposta anche dalla realtà, ma comporta un rischio che deve essere sempre considerato.
Nell’opera di bilanciamento è opportuno, quindi, guardare al passato non solo per non stravolgerne i risultati raggiunti, ma per apprenderne i valori etici prima che giuridici.
L’ “esperienza” del diritto vivente assume certamente un importante il valore di importante punto di partenza per le opzioni di modifica che si intendono intraprendere. Ed è proprio questa la chiave di lettura per capire il vero significato del termine riformare : formare di nuovo, costruire su ciò che già abbiamo acquisito dall’esperienza del passato, anche optando per soluzioni che se ne distanzino anche in modo evidente, ma sempre con il giusto grado di consapevolezza.
Le direzioni di marcia possono essere diverse e sono tutte oggetto del dibattito politico: il continuo bilanciamento fra ragioni del passato e ragioni del presente può assumersi come condizione di sicuro successo di ogni tentativo di riforma che voglia essere degno di questo nome e aspiri a durare più dello spazio di un mattino.

Note

2.  Roger Vernon Scruton, Essere Conservatore, D’Ettoris edizioni, 2015.

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