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Quantitative easing per una banca centrale “normale”?

di - 27 gennaio 2015
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E così, dopo un parto lungo e travagliato, la BCE con decisione odierna ha dato alla luce il tanto atteso (o temuto, a seconda delle opinioni) pargolo.
Non è così robusto come si sperava, dati i molteplici condizionamenti e limitazioni, ma possiamo comunque rallegrarci che alla fine – grazie anche ad una certa saggezza nel trovare un compromesso – il “quantitative easing” come aiuto alla ripresa economica e lotta alla deflazione sia nato; soprattutto se si ricorda la frase del biblico Libro delle Massime dei Padri “e se non ora, quando?”.
Tuttavia non ci si può esimere da qualche sintetica considerazione “a caldo” su come si è arrivati a questa conclusione.
Anzitutto è evidente che la spasmodica attesa per una decisione caricata di eccessive aspettative, al termine di un dibattito esasperato, risente delle peculiarità (criticità?) del disegno architettonico originario della BCE, caratterizzato da funzioni circoscritte, obiettivi rigorosamente definiti anche con formule numeriche, strumenti limitati ed un ristretto ruolo nell’ambito della governance economica europea.
Anche se può essere comprensibile che l’acquisto di titoli del debito pubblico da parte della autorità monetaria ridesti incubi mai sopiti.
In effetti ogni banca centrale “normale” (come sono molte istituzioni analoghe alla BCE) è dotata, sempre e comunque, di una vasta e articolata panoplia di strumenti di politica monetaria, e le decisioni di intervento sono adottate sulla base di attente analisi e di verifiche della “realtà effettuale” (in questi casi Machiavelli è sempre attuale!) sulla performance della economia.
In altre parole, è essenziale una buona dose di flessibilità e di discrezionalità. Così, ad esempio, in fasi come quella presente, caratterizzata da mancata crescita e da tendenze deflazionistiche, è diffusamente ritenuta opportuna una politica accomodante. Ovviamente, in caso di mutazioni delle condizioni economiche, le scelte di policy potranno cambiare rotta in senso più restrittivo.
Per questo sembrerebbe opportuno, o addirittura necessario, un sano realismo anziché adottare decisioni sulla base di prese di posizione aprioristiche e di contrapposizioni ideologiche.
In altre parole, sarebbe auspicabile sdrammatizzare la decisione odierna e considerarla una mera tappa nel processo di mutazioni che la BCE ha registrato recentemente (quali ad esempio l’adozione di misure non-standard di politica monetaria, l’estensione delle competenze alla politica di stabilità finanziaria micro e macro, il ricorso alla forward guidance, una maggiore trasparenza, ecc.).
E ciò è tanto più rilevante nel caso particolare della BCE, banca centrale di una Unione di Stati sovrani, in cui le differenziazioni all’interno del suo organismo decisionale possono facilmente sfociare in vere e proprie crisi di carattere istituzionale.
In quella mirabile sintesi della evoluzione del central banking racchiusa nel più recente libro di Pierluigi Ciocca (“La banca che ci manca”, Donzelli editore, Roma 2014) sono ricordati i contributi di giganti del pensiero economico, quali Thornton, Ricardo, Bagehot, Keynes. Da quella analisi emerge che caratteristica virtuosa del banchiere centrale è la discrezionalità, frutto di attente analisi concettuali sempre unite a saggio pragmatismo e buon senso.
Alcuni partecipanti all’attuale dibattito potrebbero opportunamente riconoscere che è ancora ben valido l’antico detto “historia magistra vitae”.


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