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Hyman Minsky e le crisi

di - 11 Gennaio 2013
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10. Le leve rimangono le due ben note: sostegno alla finanza, col credito di ultima istanza, sostegno all’economia, con lo stimolo della domanda globale. Vanno, tuttavia, entrambe affinate.

La prima leva, concepita da Thornton, banchiere, nel 1802, è stata definita nei canoni da Bagehot, brilliant amateur, nel 1873. In seguito si è evoluta in politica monetaria. Il canone essenziale è, oggi ancor più di ieri, che il finanziamento diretto della banca centrale alle banche in difficoltà non generi moral hazard, non renda irresponsabile il comportamento dei banchieri. Ciò è possibile se, oltre a essere non automatico e costoso, il credito viene gestito con massima discrezionalità. E’ soprattutto al fine di distinguere illiquidità da insolvenza e valutare i rischi di contagio che alla banca centrale vanno affidati ampi poteri di intervento sugli intermediari. Nondimeno, è inopportuno estendere l’impegno della banca centrale dalla stabilizzazione dei prezzi dei beni di consumo alla stabilizzazione dei prezzi delle attività finanziarie e reali, con l’improbabile finalità di prevenire gli eccessi di borsa.

La seconda leva è quella concepita da Keynes nel 1936: una politica monetaria e fiscale espansiva. In una recessione profonda, tuttavia, il pessimismo delle aspettative di vendita e di profitto fa sì che la politica monetaria incontri il suo limite nella elevata elasticità della domanda di moneta al tasso d’interesse e nella bassa elasticità degli investimenti al minor costo e alla più larga disponibilità del credito. La politica fiscale deve quindi potersi spingere sino a quella che Keynes chiamava “socializzazione” degli investimenti. La variazione degli investimenti pubblici ha un effetto sulla domanda di circa tre volte superiore a quello determinato dalla variazione delle spese correnti. A seconda della sua composizione anche un bilancio in equilibrio può avere un notevole effetto moltiplicativo. Tenuto conto dell’impatto unitario restrittivo – illustrato da Haavelmo[15] – nel caso di un bilancio in equilibrio che diminuisca di dimensione, ha effetti espansivi potenzialmente rilevanti un bilancio più piccolo e in pareggio in cui tuttavia alle minori spese correnti si uniscano la detassazione e soprattutto l’aumento della spesa per investimenti.

Una indiscriminata dilatazione di bilanci in disavanzo, invece, ha effetti antirecessivi limitati e temporanei. Generando debito pubblico, essa pone le premesse di nuovi fenomeni di instabilità. È quanto sta avvenendo in Europa e i Italia. L’instabilità assume forme prima facie finanziarie: premi al rischio elevati sul debito sovrano, difficoltà di collocamento dei titoli pubblici, caduta dei loro corsi, perdite patrimoniali delle banche che li detengono. Le tensioni finanziarie hanno a propria volta ricadute negative sui consumi e sugli investimenti privati, comprimendo l’attività produttiva. Ma la radice della crisi non muta. Resta di natura “reale”. Resterebbe tale anche se la banca centrale europea, contravvenendo al suo statuto, comprasse tutti i titoli pubblici che il mercato non assorbe. Un classico della stessa teoria della politica monetaria[16], troppo spesso dimenticato, è che la stabilizzazione del tasso d’interesse si giustifica solo di fronte a shocks di natura monetaria. Molto più complesso è il governo della moneta allorché gli squilibri hanno anche, e prevalentemente, una radice reale.

In particolare in Italia la radice della crisi risiede nella improduttività delle imprese. Risiede nella profondità della recessione, con il Pil nel 2012 in caduta del 3 per cento, sette punti al disotto del livello del 2007. Risiede nella incapacità di chi risponde del pubblico bilancio di modificarne la composizione nelle direzioni, a cui ho alluso, che favorirebbero la ripresa dell’economia e un suo credibile attestarsi su un sentiero di crescita di lungo periodo.

Note

15. T. Haavelmo, Multiplier Effects of a Balanced Budget, in “Econometrica”, 1945, pp.311-318.

16. W. Poole, Optimal Choice of  Monetary Policy Instruments in a Simple Stochastic Macromodel, in “Quarterly Journal of Economics”, May 1970.

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