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Riflessioni sulla sostenibilità globale

di - 8 Giugno 2009
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Date le troppo parziali evidenze empiriche della curva di Kuznets, è meglio interpretarla come menu di politiche: anticipare la regolazione alle prime fasi della crescita; ma quali sono le condizioni?
Un punto da non ignorare in questo dibattito è il ruolo della transizione nei tassi di crescita; i tassi sono prima molto elevati, ma poi inevitabilmente scendono.
Un aspetto importante del libro di Vercelli e Borghesi riguarda la “contabilità della sostenibilità”. Qui emerge il ruolo del progresso tecnico. Non è automatico che quello che innalza la produttività del lavoro riduca anche l'”emission intensity” o l'”energy intensity”.
Emerge allora la necessità di accoppiare la regolazione ambientale (tasse o standard) con una politica attiva del progresso tecnologico ambientale. Utilizzando ad esempio i ricavi dalle tasse ambientali (o da un sistema permessi di inquinamento venduti all’asta) per investimenti che sostengano il progresso tecnico favorevole all’ambiente. Oppure assegnando un ruolo specifico alla spesa pubblica mediante le pratiche del “green procurement”.
Un ruolo importante è svolto dalla responsabilità sociale ambientale: dei consumatori, che sono anche elettori, e delle imprese che possono diventare sostenibili per i principi etici affermati dagli stakeholder; ma anche per il ruolo della regolazione, per la necessità di essere accreditabili presso l’opinione pubblica e per la possibilità di incorrere in azioni di responsabilità civile.

Dove è difficile avere una autorità di regolazione, è nei problemi ambientali globali. Vercelli e Borghesi dedicano parte del libro al più importante di questi problemi: il cambiamento climatico.
Qui l’integrazione tra aspetto economico e istituzionale è particolarmente evidente perché c’è un problema di disegno delle istituzioni.
Come portare i PVS, in particolare i potenziali grandi emettitori di GHGs, dentro l’accordo? Il cambiamento climatico è un problema globale e bisognerebbe includere tutti, per evitare che le riduzioni di emissioni di qualche paese siano più che compensate dagli aumenti di altri più grandi. Non possiamo eludere quello che Stiglitz chiama il problema dell'”equitable burden sharing”.
Kyoto è stato criticato molto. Ma se ci poniamo in una logica Post-Kyoto vediamo quanto le cose siano difficili. Qualsiasi approccio veramente globale deve tener conto che passare da una situazione i cui costi sociali vengono incorporati nei prezzi cambia i prezzi relativi con inevitabili effetti distributivi.
Le cose si complicano dato che questa inclusione dei costi sociali nei prezzi relativi avviene mediante decisioni che sono necessariamente politiche.
Basta un minimo di riflessione per capire gli enormi problemi che avrebbe un sistema globale di strumentazione, sia esso basato su una tassa globale sul carbonio o su un sistema globale di permessi.
Se si decidesse di usare come strumento una tassa sul contenuto di carbonio, il primo problema sarebbe quello di come convincere tutti i paesi ad imporla. E qui c’è il ben noto problema di asimmetria informativa del regolatore in presenza di tasse ambientali. Poi c’è il problema di come usare a livello globale il reddito della tassa, in modo da favorire l’accettazione dei PVS.
Se si usano i permessi, il problema è quello della loro distribuzione iniziale. Darli sulla base delle emissioni passate è ingiusto; è come allocare la redistribuzione degli aiuti in un sistema federale sulla base della spesa passata. Un principio di equità suggerirebbe di allocarli in proporzione alle emissioni pro-capite, che oggi favorisce i PVS.
La corrispondenza tra un sistema di permessi e la tassa globale sul carbonio si ha solo se i permessi sono venduti all’asta, anche perché questo assicura un gettito al regolatore, gettito che può essere ridistribuito.

Questo va bene tra paesi avanzati: ad es. il sistema europeo dovrebbe essere basato sull’asta e per renderlo più accettabile dovrebbe essere garantito l’uso del gettito per supporto R&D e per scopi redistributivi.
Che dire di un sistema applicato a livello globale? I paesi ricchi dovrebbero pagare per avere i permessi. Se pagano, i più ricchi che emettono di più hanno più permessi, ma almeno danno luogo ad un gettito che può essere utilizzato per i meno ricchi in una logica di sviluppo sostenibile. Inoltre i ricchi possono vendere i permessi ai più poveri, ma a che prezzo? Di fatto potrebbe essere così alto da non favorire i PVS. Non sono del tutto sicuro che applicato a livello globale funzionerebbe e favorirebbe i PVS. C’è anche il rischio di un eccesso di offerta con un prezzo troppo basso.
In ogni caso c’è un enorme problema di implementazione di un mercato globale dei permessi, nonché di “monitoring” e di “enforcement”.
Ci sono poi ancora altri problemi. Un paese in via di sviluppo che ha costi marginali di abbattimento più bassi vende permessi al paese avanzato e riceve redditi; come evitare che vengano usati per politiche di crescita non sostenibili? Ecco un altro esempio di come la regolazione ambientale vada associata con una politica, in questo caso, di trasferimento di tecnologie.

In conclusione, specialmente quando consideriamo i problemi ambientali globali, ci rendiamo conto che la globalizzazione dello sviluppo, benché possa essere promossa dai mercati, non può essere lasciata solo ai mercati: essa richiede politiche coordinate, specialmente nella direzione di una immissione delle tecnologie più adeguate a garantire la sostenibilità del processo di globalizzazione, e la diffusione di un’etica della responsabilità sociale nei vari paesi, diffusione che può essere promossa utilizzando il meglio delle diverse culture e tradizioni che in questi paesi si esprimono.

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